Le luci del mercato generale, il forte odore dei pesci, in particolare quello del baccalà restava nel naso per ore intere. Le anguille ancora vive s’intrecciavano nelle strette cassette di polistirolo bianco creando inestricabili grovigli, alimentando il mio senso di claustrofobia. Ricordo le galline legate fra loro per le zampe e portate in giro a testa in giù dai contadini giunti dalla campagna per racimolare un po’ di soldi dalla vendita, ma anche i coniglietti chiusi dentro piccoli scatoli di cartone e il vociare incessante che saturava l’ambiente e la testa.
Quell’anno, come tutti i precedenti, trascorsi i giorni delle festività natalizie a casa dei nonni, ma quella volta ero solo perché anche mamma aveva cominciato a lavorare.
Quasi tutte le mattine accompagnavo nonno a fare la spesa. Mi spiegava che per lui il mercato era il miglior posto per imparare la vita e quindi ci teneva a portarmi, con l’accortezza d’interagire con molte persone. Da alcune comprava, con altre si fermava alla trattativa e con altre ancora scambiava solo qualche battuta. Non comprava mai molte cose, ma giravamo molto e mi spiegava tutto, ben sapendo le mie difficoltà col dialetto, non voleva che mi perdessi nulla.
Oramai erano in molti a riconoscermi, qualcuno m’offriva un mandarino o qualche spicchio d’arancia, altri mandavano i saluti ai miei e alla nonna. Io all’epoca ero molto introverso e rispondevo con la testa o con un filo di voce, quando mi sforzavo d’essere più loquace intuivo dalle loro facce la difficoltà nel capirmi. Era evidente che anche loro non capissero il mio accento.
Una volta però incontrammo una signora. Ricordo ancora quanto fosse bella. Elegante non appariscente. Mi colpì in particolare la differenza fisica fra i due. Si capiva che lei aveva l’età del nonno, ma era comunque un incanto. Le rughe le donavano la grazia di una brava madre, ma al tempo stesso la solennità della saggezza.
Il tempo non l’aveva piegata, si muoveva ancora dritta e fiera ed i lunghi capelli color cenere, emanavano un intenso profumo di giovinezza. Il povero nonno invece, pur con tutta la sua grinta, si muoveva con affanno e lentezza. Insieme sembravano speciali.
Notai il nonno parlarle con una confidenza non usuale per lui, soprattutto verso una donna che non fosse la moglie. Addirittura, prima di accomiatarsi, lei gli accarezzò il mento mostrandogli un bellissimo sorriso. Nonno venne verso me un po’ triste e non gli chiesi nulla fin quando, giunti al portone di casa, prima d’aprire, mi disse:
Non preoccuparti, domani ci riprovo.”
Non capii il senso della frase, ma neanche chiesi. Così il giorno seguente, partimmo con leggero anticipo e girammo molto meno. Lui era meno loquace, quasi concentrato, però l’affanno era maggiore del solito.
Giunti sulle scale larghe che conducono sulla piazza del mercato ci fermammo ad attendere. Non disse nulla, s’abbassò solo per guardarmi dalla stessa altezza e mi fece l’occhiolino. Di lì a poco venne la signora del giorno prima. Aveva un abito diverso e i capelli, raccolti a coda di cavallo, mostravano il candido collo, che sfidava senza timori il freddo dell’inverno.
Questa volta ero molto più vicino e potei sentire parte dei discorsi. Capii che nonno aveva chiesto qualcosa per me, ma lei, dopo avermi guardato e sorriso con grazia, gli disse che ero troppo piccolo per lei e assolutamente non poteva, perché m’avrebbe potuto arrecare un forte trauma. Si, la parola trauma la capii molto bene e mi turbò alquanto.
Il no della donna non fece arrabbiare nonno, che si girò dalla mia parte con espressione rassicurante per poi riprendere a parlare con lei. Durante la conversazione quella signora gli teneva entrambe le mani e cercava di convincerlo di qualcosa. Parlava con voce morbida e non reagiva quando lui alzava il tono. Al rientro ebbi la forza di chiedergli chi fosse. Lui mi rispose semplicemente che si trattava d’una vecchia amica. Quando gli chiesi se l’avremmo rivista, mi fece un cenno d’assenso con il capo. Sembrava impegnato nel pensare a qualcosa che lo turbava e chiusi lì il discorso senza chiedere altro.
Era la prima volta che lo vedevo in difficoltà e per la prima volta s’era fermato a parlare con qualcuno senza presentarmi. L’osservazione mi rattristò, ma decisi di non darlo a vedere e trascorsi il resto della giornata fingendo che non fosse successo nulla.
L’indomani venne in cameretta di buon’ora. Era più deciso del solito e a tratti sembrava impaziente per qualcosa. Mi fece lavare e fare colazione rapidamente, infine uscimmo che nonna quasi non ci vide.

Le strade erano ancora ampiamente invase dalla nebbia. I fumi di scarico delle auto sembravano ancora più densi e a malapena si vedevano le luci nei bar lungo il Corso. Le vetrine dei negozi erano invece ancora tutte chiuse. Ai lati delle strette vie, che usavamo come scorciatoie per arrivare al mercato, i contadini stavano mangiando seduti sulle cassette di legno o sugli usci delle case fronte strada. Per loro la giornata era evidentemente cominciata molte ore prima della mia e a quell’ora la fame già bussava alle pareti dello stomaco. Arrivammo sulle scale larghe contemporaneamente. Anche stavolta non riuscii a capire da dove venisse, perché ogni volta mi sembrava apparire dal nulla. Anche quella volta non si rivolse a me e nonno non ci presentò lasciandomi qualche passo dietro loro.
Sentii dirgli di non avere molto tempo e quel poco rimanente non voleva sprecarlo. Lei gli rispose, lo carezzò sulla fronte e fece qualche passo indietro affacciandosi all’angolo fra le scale e la strada del mercato. Di lì a poco arrivò una bimba piccola piccola che a stento camminava e si reggeva in piedi. Venne spedita da me, senza fermarsi con loro e io non seppi che fare. Alzando gli occhi per guardarli, vidi la donna sorridermi e nonno col volto preoccupato chiederle se non si potesse fare di meglio.
Anche stavolta le parole della donna mi turbarono, perché rispose che la bimba era la più adatta per me, di meglio non avrebbe potuto fare, ma se l’avessi coltivata e cresciuta a dovere, anche lei sarebbe diventata una bella donna con cui condividere i momenti più belli della vita.
Avrei voluto continuare a prestare attenzione al discorso, ma la bimbetta cominciò da subito a distrarmi. Mi tirava la manica del cappottino e mi porgeva le braccia come se avessi dovuto prenderla. Ero imbarazzatissimo e non sapevo cosa fare, quando mi divincolai da lei, l’amica di nonno non c’era più e lui mi chiese la cortesia di aspettarlo lì per pochi minuti senza muovermi, prestando attenzione alla piccolina.
La guardai sentendomi impotente. Stavo per andar via per togliermi dall’imbarazzo e dalla paura di non saper cosa fare, ma quando quella piccina mi sorrise mostrandomi i pochi denti, mi si sciolse il sangue nelle vene e le porsi la mano a cui s’aggrappò immediatamente per non cadere. Provai a farle qualche timida domanda del tipo come ti chiami, dove vivi, ma non sapeva parlare, emise qualche verso e continuò a sorridermi felice.
Senza avvicinarsi nonno mi chiamò per andare via. La piccola, come se avesse anch’essa ricevuto un richiamo, mi lasciò la mano e tornò da dov’era venuta. Provai a seguirla per paura che si facesse male, ma nonno mi chiamò nuovamente dicendomi di non preoccuparmi per lei, perché sapeva dove andare.
Sulla via del rientro mi chiese cosa ne pensassi della piccola. Provai imbarazzo nel formulare la risposta, in fondo m’era simpatica, ma avevo vergogna a dirglielo. Sentii arrossire le guance e le orecchie si fecero di fuoco. Lui mi sorrise e per quel giorno non mi chiese più nulla.
Strano a dirsi, ma il giorno successivo mi svegliai per primo e andai in cucina per la colazione. Quando alzai la tapparella m’accorsi che fuori era ancora buio e la luce dei lampioni ancorati alle pareti dei palazzi, rifrangendosi sulla nebbia, riempiva il vicolo di palle color arancione. Rimasi incantato e mi tornò in mente che il giorno prima la piccola non indossava un cappottino, ma un vestitino semplice. Corsi a chiamare i nonni e chiesi di poter regalarle una delle mie vecchie giacche a vento. Nonno si sedette sul letto, mi carezzò la testa e disse:
Preparati!
Ero stranamente eccitato e per strada avevo il passo più svelto del solito, tanto che nonno più volte dovette chiedermi di rallentare perché non riusciva a starmi dietro. Giunti sulle scale larghe mi guardai intorno ma niente, nessuna traccia della piccola. Andai all’incrocio da dove il giorno prima era sbucata e s’era allontanata, ma non c’era. Ci rimasi male e per farmi coraggio pensai che forse era troppo presto, così risalii, ma non feci in tempo a svoltare l’angolo che me la trovai davanti.
Ciao!” mi disse sorridendo con una vocina squillante.
Le risposi come se non aspettassi di fare altro, ma al tempo stesso notai che solo il giorno prima non aveva detto una sola parola. L’aiutai a indossare la mia vecchia giacca a vento senza dar peso all’osservazione. Le stava discretamente, mi sorrise e diede un bacino sulla guancia e scappò via. Pensai volesse farlo vedere alla mamma e non dissi nulla. Mi voltai a guardare nonno intento a osservare la scena senza avvicinarsi. M’invitò a seguirlo per continuare il solito giro.

Arrivò il giorno di Natale, ero triste perché l’indomani sarei ripartito con i miei per ritornare solo durante le vacanze estive. Aprii i regali sforzandomi d’apparire felice, ma non ingannai nonno. In disparte mi disse che oramai ero abbastanza grande e, se avessi voluto, sarei potuto uscire anche da solo per una passeggiata. Ricordo ancora la gioia salirmi dalla pancia e quella di nonno, dipinta sul volto e negli occhi, quando l’abbracciai forte e d’istinto senza il solito velo di timidezza che spesso m’impediva di sentirmi sereno.
Con i soldi dei regali mi fermai presso una bancarella per comprare una bambolina. Lei era già lì ad aspettarmi. Rimasi stranito nel vederla, mi sembrò più grande, le porsi il dono che lei, chiudendo gli occhi, si portò fra la guancia e la spalla per poi alzarsi sulle punte e schioccarmi un bacetto sulla guancia. Solitamente lo faceva quando stava per andarsene e in un primo momento ci rimasi male, ma poi mi diede la mano per condurmi qualche gradino più in basso e mostrarmi uno scatolo di scarpe. Conteneva un piccolo micio con gli occhi ancora chiusi che piangeva come un disperato. Chissà da quanto tempo era lì. Intuii il suo intento, lo raccolsi e lei mi sorrise felice.
Il giorno successivo partii con i miei per tornare alla mia vita di sempre, non ero triste come avrei immaginato. C’era qualcosa di nuovo e un piccolo micio da curare.
Purtroppo però quel Natale lo ricordo anche perché fu l’ultimo in cui potei stare con nonno. Dopo qualche mese infatti dovemmo tornare per i funerali. Nel darmi la brutta notizia mi dissero solo che stava molto male e voleva vedermi, ma durante il viaggio mia madre non fece altro che piangere e capii che non sarei più uscito con lui a imparare tutto ciò che ancora avrebbe potuto insegnarmi.
Durante il funerale scappai, corsi d’istinto verso le scale e la trovai lì, come se anche lei sapesse e m’aspettasse. In pochi mesi era diventata alta quasi quanto me, ci abbracciammo e piansi tutte le lacrime che non avevo ancora versato.
Le estati ed i natali successivi, fin quando anche nonna rimase in vita, tornammo nella cittadina dei miei e continuammo a frequentarci. Io nel frattempo ero cambiato. Non avevo più la timidezza e la malinconia di quei tempi. Ero diventato loquace, facevo sport, lei era sempre più bella. Trascorrevamo molto più tempo insieme e parlavamo molto, ma non ci spostavamo mai da quelle scale larghe che erano il nostro luogo d’incontro abituale. Le persone della zona ci conoscevano e salutavano con affetto. Puntuali, terminato il tempo delle ferie, ci davamo appuntamento al natale o estate successiva. Era piacevole stare con lei, sapeva ascoltarmi e farmi dire cose che neanche immaginavo di sapere o pensare, ma il solo fatto di poterle pronunciare le rendeva reali e mie. Durante il resto dell’anno non ci sentivamo mai e non ci scrivevamo neanche, come se non servisse farlo, perché sapevamo entrambi che c’era fra noi qualcosa che andava oltre queste necessità.
L’ultima volta che la vidi fu il natale prima della fine del liceo. Era bellissima. Quando c’incontrammo fui colpito anche dalla sua forte somiglianza con quella vecchia amica di nonno di cui col tempo m’ero scordato. Le chiesi della donna, se fosse ancora viva, ma così come fece quella signora, anche lei m’accarezzò la guancia dicendomi che certe cose non poteva dirmele perché un giorno avrei capito da solo.
Giunse poi il tempo dei primi amori e dei viaggi con gli amici per darci importanza e autorevolezza. Insieme ai sempre meno frequenti viaggi verso la città d’origine dei miei, di lei man mano scemò il pensiero, trasformandosi in un piacevole ricordo di gioventù.
Ieri, dopo tanti anni, sono tornato a casa dei nonni con i miei figli. Gli inquilini a cui è stata affittata l’hanno lasciata. I miei sono anziani e li ho accompagnati per aiutarli a sistemare. Ho dormito nella stanza usata da bambino e al risveglio mi sono ricordato di lei. Ho detto ai bambini di sbrigarsi e siamo andati sulle scale larghe che portano al mercato. Abbiamo passeggiato senza fretta e, a ogni incrocio, vetrina o vicolo ci siamo fermati. Ho raccontato loro di quando, tanti anni prima, percorrevo quelle stesse strade con il loro bisnonno. Ora lì non c’è più nessuno. Non ci sono i contadini a vendere, non passano le macchine e non c’è più il mercato con i suoi colori, luci e odori. Al suo posto hanno costruito una struttura con negozi destinata a divenire luogo d’incontro e vendita, ma è tutto chiuso, le persone vi passano solo per accorciare la strada.
Ma nel girarmi per tornare verso casa il cuore stava per uscirmi dal petto. Era lì ad aspettarmi sulle scale larghe, nella zona fra la prima e la seconda rampa, dove tanti anni prima c’incontravamo e dove mi fece trovare la scatola col gattino. Le sono corso incontro emozionato. È ancora più bella dei miei ricordi e di quanto si possa pensare. Avrei voluto scusarmi per non essere più tornato, ma non me ne ha dato il tempo. M’ha preso le mani e chiesto di raccontarle di me. Ho pensato subito ai bambini, ho provato a spostarmi per farglieli vedere, ma lei m’ha tirato le mani per farmi tornare di fronte e guardandomi serena m’ha rifatto la domanda.
Le ho chiesto d’aspettarmi solo un minuto, ho comprato ai bambini un gelato chiedendo loro di aspettarmi e sono tornato da lei.
Hai finalmente capito chi sono!” ha detto.
Ho accennato un sì muovendo la testa, perché un nodo alla gola non riusciva a farmi parlare.
Lei m’ha sorriso e specchiandoci nella vetrina di un negozietto vicino m’ha fatto i complimenti.
Non al denaro o alla fama si deve la mia bellezza, ma ad ogni impegno che hai assunto con coraggio e portato a termine nonostante le difficoltà, a ogni lezione che hai imparato e di cui hai fatto tesoro, a ogni volta che hai detto amare verità e ingoiato brutti rospi per il tuo bene e quello della tua famiglia.
Rapidamente ho ripercorso i momenti importanti della mia Vita e, come fece nonno tanti anni prima per me, le ho chiesto di parlare con i miei figli
“Oramai sai bene anche tu che non è possibile. Se lo facessi non capirebbero, come non avresti capito tu, quando fu tuo nonno a chiederlo e ti fui presentata io. Se vuoi puoi chiamarli e faremo lo stesso con loro.
Sono tornato al bar per chiamarli. Al ritorno abbiamo trovato due giovani ragazze ad attenderli. Hanno cominciato subito a parlare e scherzare. Sono molto più grandi della bimba piccola e sdentata che incontrai io e ciò m’ha reso felice.

Alfredo Martinelli [6 novembre 2012]

– – –
AM
Benevento, 12 gennaio 2020

0