Senza soffermarmi ulteriormente a osservarla, posai la tela da poco conclusa sul cavalletto nell’angolo nello studio, tra le due finestre lasciate aperte. Si sarebbe asciugata prima ed entro sera avrei potuto riporla con le altre o regalarla a qualcuno o buttarla, se ne avessi avuto voglia. In quel momento sentii chiamarmi dal basso, dalla strada. Era un’amica: “Ti aspettiamo giù” disse. Avevo completamente rimosso l’appuntamento con loro. “Vengo subito!” risposi con calma per mascherare la sorpresa. Era un appuntamento chiesto da me, non sarebbe stato carino mostrare di averlo scordato. Mi cambiai al volo e tolsi rapidamente e alla meglio i colori da mani, viso e capelli. La nuova tela era già pronta sul cavalletto da viaggio, insieme a qualche matita, a un paio di gomme per cancellare e un porta pastelli. Uscito dal portone, prima ancora di salutarmi, lei mi presentò il suo compagno, come se non vedesse l’ora di farlo. Sprizzava quell’energia felice di chi ha trovato il suo posto nel mondo. Lo si percepiva dal tono della voce, dalla padronanza di sé con cui si muoveva nella scena e soprattutto dallo sguardo. Il primo impatto che ebbi di lui fu straniante: non assomigliava a nessuno dei fidanzati della mia amica conosciuti fino ad allora. Decisamente più adulto di noi nel viso, aveva un fisico che avrebbe potuto farlo competere con qualsiasi ragazzo del quartiere. Nel tratto di strada da casa mia al portone scelto come luogo della scena da immortalare, parlammo come se ci fossimo conosciuti da anni al punto che ci estraneammo da lei e dalla strada. La proprietaria della palazzina ci stava aspettando. Nella piccola corte dentro il portone aveva preparato un tavolino con caffè, biscotti e succhi di frutta. “Ti conosco da quando eri piccolo e portavi sempre i calzoni corti… e chi l’avrebbe mai pensato che un giorno saresti diventato un pittore famoso!” La presi bene, perché sono sicuro che il suo intento era quello di farmi un complimento e non quello di dirmi che da ragazzino sembrava che non potessi combinare nulla di buono nella vita. Dopo poche altre chiacchiere i miei amici andarono a cambiarsi a casa della signora, io preparai la mia postazione cercando una prospettiva da cui avere la migliore visuale sulla scena e sui particolare interni della palazzina. Quando uscirono non nascondo che ebbi un momento di sussulto nel vedere la mia amica. Entrambi indossavano vestiti e accessori bianco candido, ma quello da lei usato, avvolgente e scoperto nei punti giusti, le aveva esaltato tutta la femminilità che gli abiti comuni avevano sempre mascherato. In quanto donna, percepì al volo la smorfia di stupore, che evidentemente si disegnò sul mio volto, ma da brava amica si limitò ad accennare un sorriso complice che ricambiai divertito. 

Sul tavolino dove prima c’era stato il caffè di benvenuto, appoggiarono un mangiadischi e attesero il mio via. Io mi posizionai insieme a loro, al centro della corte, lontano dalla tela, ma immerso nella scena. Al mio segnale avviarono la musica e iniziarono a ballare come gli avevo chiesto io: senza pensare a me e come se fossero davanti a un pubblico interessato. Seguivo i loro movimenti provando a imitare sia quelli maschili che i femminili per capire la posizione delle braccia, delle gambe, la torsione del busto e come ruotasse la testa. Di tanto in tanto tornavo alla mia tela e tratteggiavo a matita qualche linea, per poi tornare sulla scena. Avrei potuto banalmente chiedere loro qualche foto e poi portarle con me nel cortile della signora, ma avrei perso tutta la loro intimità, i loro sguardi, i rumori delle scarpe sulle pietre del pavimento antico e i loro “scusa” quando uno dei due sbagliava, perché sbagliando tradiva la fiducia del compagno. Avrei per il senso della forza della mano dell’uomo dietro la schiena della compagna e i loro respiri profondi, mascherati dal sorriso. Se non fossi stato lì non avrei visto come dialogavano i loro occhi per concordare il movimento successivo o quando si chiudevano per assaporare meglio l’intensità del momento. Se non fossi stato lì avrei dipinto solo i loro corpi, non le loro anime.

La musica sulla quale ballarono la ascoltammo e ri-ascoltammo così tante volte che non la sentii più, divenne come il fruscìo del vento tra le foglie quando cammini in un bosco. Si fermarono solo quando glielo chiesi, ma loro avrebbero continuato all’infinito, perché erano in perfetta sintonia con il loro mondo, in cui non si usano solo le parole per comunicare. Si avvicinarono incuriositi e quando gli mostrai il disegno sulla tela rimasero un po’ delusi, lo capii dal  prolungato silenzio prima di commentare “Ah, carino!”. Sorrisi di gusto, perché avevo immaginato che si aspettavano già l’opera completa, mentre in realtà c’erano solo le tenui linee di contorno dei loro corpi e della corte. Ma, immaginando la loro reazione e anche come forma di ringraziamento, su un cartoncino bianco come i loro vestiti li avevo disegnati con i pastelli a olio. Nel vedersi attraverso i miei occhi l’uomo si commosse, trattenendo le parole per non far sentire la voce, la donna invece mi abbracciò di istinto e ringraziandomi più volte. In effetti erano usciti particolarmente bene, ma come dissi subito il merito era stato il loro nel trasmettere tutta l’intensità dell’intesa e del reciproco amore. La padrona di casa, che aveva ci aveva assistito rimettendo all’infinito il disco, ci stava guardando soddisfatta per essere stata partecipe e in parte artefice di quel che avevamo fatto. Approfittando del momento di vuoto quando i ragazzi andarono a cambiarsi, da dietro la tela, appoggiata ancora sul cavalletto, sfilai una tela più piccola. Era la signora, molto più giovane, da me ritratta da ragazzino quando i tardi pomeriggi d’estate veniva a casa dei miei genitori e si sedeva con mia madre sulla sedia in strada, fuori dalla porta di casa, per trascorrere insieme la parte rimanente del giorno. Visibilmente commossa si baciò una mano e la allungò per appoggiare il bacio sulla mia guancia e accarezzarmi: “Che Dio ti benedica!” Avere quel tipo di attenzioni mi piaceva ancora, perché mi faceva tornare figlio spensierato e speranzoso nel futuro, togliendo per un po’ quel velo di ammirazione degli altri nei miei riguardi, che spesso li faceva sentire in soggezione nei miei riguardi, come chi si sente sotto esame.

Al rientro volli accompagnarli fino a casa loro. Nonostante avessi con me il cavalletto e la tela, volevo approfondire il profilo dell’uomo, perché aveva qualcosa di interessante che mi stava sfuggendo.

Sei bravo nel ballo, da quanto tempo lo pratichi?” gli chiesi per approcciarmi al suo mondo. Lui si fermò, si voltò dalla mia parte e disse: “Molti meno di quelli che imamgini!” Capii che aveva voglia di parlare di sé, così li invitai a sederci a uno dei pochi bar serali lì vicino. “Come puoi vedere non sono più tanto giovane, quindi, se non è da molto che ballo, significa che prima ho fatto altro.” “Già!” risposi io, ma solo per fargli capire che ero interessato e poteva continuare. Non voleva altro, bevve un altro sorso di vino per sciogliere meglio la lingua e mi raccontò gran parte della sua avventurosa vita, da quando era un giovanissimo impiegato in una piccola ditta di trasporti. “Lì sembrava il mio mondo perfetto!” mi disse quasi incredulo del fatto che a quell’epoca pensava addirittura di sposarsi con la fidazatina conosciuta quando aveva quindici anni. Poi conobbe il mondo della fotografia e un nuovo modo di esprimersi che andava oltre oltre i numeri di un registro contabile. Così si imbarcò con una macchinetta fotografica su uno dei camion della ditta e si fece lasciare in un’altra nazione dove iniziò a vivere fotografando. Poi conobbe colei che gli parve la donna della sua vita. Per seguire il nuovo amore si trasferì in una grande città e iniziò a lavorare in uno studio cinematografico. Pagavano bene e il lavoro era semplice per lui che veniva dal mondo delle immagini e aveva avuto anche esperienze di lavoro di squadra. Gli sembrava d’aver trovato finalmente il suo equilibrio nel mondo, ma l’amore finì presto e iniziò nuovamente a sentirsi fuori luogo. Così decise di cambiare continente e tornare a fotografare, ma questa volta non più persone, ma i tanto desiderati luoghi esotici. Solo che, giunto sul posto, capì che per vivere era più facile aprire un bar e così fece fin quando fu rapito dal ballo e divenne maestro. E adesso era lì con me e la mia amica. Quando terminò la sintesi della sua vita raccontata e resa affascinante come solo un narratore professionista saprebbe fare, lesse nel mio sguardo un’ovvia domanda alla quale rispose senza che gliela ponessi: “Già, domani potrei essere altrove e con qualcun altro. Però sappi che finora le donne con cui mi sono lasciato avevano tutte perso interesse in me o in quello che stavo facendo, lasciarci è stato un modo per non ostacolarci verso nuove forme di felicità.” Io non risposi perché in quel momento iniziai a pensare alla mia attuale storia d’amore e lui ne approfittò per completare il pensiero: “Vedi, in tutti questi anni ho capito che per molti di noi e io sono uno di quelli, il proprio posto di equilibrio nel mondo varia. Ogni lavoro, ogni amore l’ho seguito perché sentivo che mi faceva stare bene in quel momento e tutte le esperienze le ho portate con me e mi hanno fatto svolgere ancora meglio l’esperienza successiva. Non sarei stato così oggi se avessi continuato a essere impiegato nella ditta di trasporti.” Il suo discorso non  faceva una piega, ma gli era sfuggito un particolare: “Non hai mai nominato la famiglia, i figli …” Lui non rispose subito, non per mancanza di argomenti, ma per avere la mia completa attenzione: “Non siamo tutti uguali, non abbiamo tutti gli stessi interessi, le stesse passioni, la stessa fede, lo stesso colore della pelle e degli occhi. Ognuno ha la sua strada e il suo modo di trovare l’equilibrio nel mondo. Io l’ho trovato così o, per meglio dire, l’ho inseguito come ti ho raccontato. Per te sarà diverso, visto che vivi qui da quando sei nato e hai saputo crearti un nome importante. Altri addirittura non capiranno mai quel che ti ho raccontato, altri ancora probabilmente sull’argomento avranno scritto trattati e tenuto importanti dibattiti. Siamo tutti differenti, ciò che realmente conta è conoscere se stessi per capirsi e seguire la scelta migliore, che, ti garantisco, arriva sempre dalla pancia, che conosce bene i nostri bisogni e non dalla testa che è troppo impegnata a farci accettare dal mondo che ci circonda.” “Oppure dal cuore!” disse la mia amica, che fino a quel momento aveva ascoltato in silenzio. “Già, oppure dal cuore!” ribadì lui guardandola con affetto.
Tornai a casa ancora più confuso di quando ero uscito.

AM
Benevento, 29 novembre 2020