in quelle notti lontane non perdevo occasione per rientrare a casa da solo e a piedi. Sia in inverno, con il mercurio delle farmacie sotto lo zero che in estate, quando il profumo dei tigli era in ogni angolo di strada.

L’adolescenziale speranza era sempre la stessa: incontrarla casualmente.

Ovunque mi trovassi o dovessi andare, avevo la ferma convinzione che mi sarebbe stato più facile vederla se non avessi usato l’auto o altri mezzi. Solo con la pioggia evitavo la camminata, perché anche lei non sarebbe uscita. Avrei potuto chiamarla al telefono o aspettarla vicino casa sua, ma non sarebbe stato lo stesso: non avrei avuto la consapevolezza che Dio o il Caso erano d’accordo per quell’incontro. Per me era importante saperlo in quanto avrebbe dato all’evento un valore più intimo, un senso molto più profondo.

Una volta accadde veramente, in una strada affollata di venditori, passeggini, coppie e nuvole di ragazzini rumorosi. Quando mi avvicinai mi accolse con un sorriso quasi di sollievo, come se anche lei fosse in attesa. Lasciò le amiche e venne a passeggiare con me. Restammo insieme tutta la sera. “È come se ci fossimo dati un appuntamento” mi disse sul tardi, non sapendo di quante volte l’avessi cercata. Poi venne l’estate con le sue ferie e l’università con la sua voglia di emancipazione da tutto e lei sparì come tanti altri.

Io però quando posso continuo ad andare a piedi il più possibile, perché mi è rimasta la convinzione di poter avere più occasioni di incontri benedetti dalla Coincidenza e, magari, incontrarla nuovamente.

AM
Benevento, 30 gennaio 2019

0