Turbini
Fu un’estate sospesa, un’anomalia del calendario che pareva non voler mai cedere il passo. Per settimane restammo intrappolati in un prolungamento innaturale della primavera, dove l’aria conservava una freschezza acerba e il mondo sembrava rifiutarsi di invecchiare. Avevo piantato la mia piccola tenda proprio lì, su quella linea invisibile e fragile dove il prato si arrende alla sabbia. Ogni mattina, l’odore del mare entrava prepotente tra le cerniere del telo, svegliandomi con la stessa familiare rassicurazione del caffè che mia madre preparava in inverno, quando fuori era buio.
A quel tempo, le mie dita sulla chitarra erano ancora più incerte e goffe di quanto lo siano oggi. Eppure lei restava lì, in ascolto, con una pazienza che mi faceva sentire migliore di quanto meritassi, come se la bellezza risiedesse nell’intenzione e non nel suono. Passavamo i pomeriggi seduti sulla riva, in quel silenzio denso che appartiene solo a chi crede di avere tutto il tempo del mondo. Guardavamo il sole inabissarsi dietro il Capo del golfo e restavamo immobili finché la Luna non sorgeva oltre la montagna, cucendo brillanti riflessi sulle increspature dell’acqua. I suoi genitori, spettatori discreti di quel rito, attendevano sempre che finisse il riflesso prima di mandare il fratellino a richiamarla. Era la loro tregua concessa al destino.
Poi, in un tardo pomeriggio che puzzava di elettricità, l’orizzonte vomitò tre enormi turbini di vento e acqua. Avanzarono come giganti ciechi, mutando pelle e diventando sabbia non appena toccarono la riva. In pochi istanti, la furia spazzò via la geometria del nostro mondo: ombrelloni divelti, barche trascinate come fuscelli, imposte spalancate dal respiro del temporale. Gli spettri d’aria si spensero sulla montagna alle nostre spalle, portando con sé l’anima di quella stagione e la tenda della sua famiglia.
Quella stessa sera, tra i resti di un accampamento che non esisteva più, i suoi caricarono i rimasugli della loro vacanza e partirono. Non ci fu tempo per i protocolli del cuore. Niente addii, niente promesse solenni. Restarono solo un nome pronunciato nel vento, il ricordo del suo profumo di pulito e il nome della città in cui viveva, che allora suonava lontana come un altro pianeta.
Oggi il tempo è diventato una corsa che non riesco a decifrare. Così, ogni volta che pubblico una foto o un frammento della mia vita su un social, lo faccio con una speranza silenziosa e un po’ infantile: che quel contenuto possa navigare nel caos digitale fino a lei. Mi chiedo se, guardando il mio volto segnato dagli anni, saprebbe ancora riconoscermi e voglia di fermarsi per chiedermi di suonare un’ultima volta insieme, così da convincerci che quell’estate, in fondo, non è mai finita davvero.
AM
Benevento, 22 gennaio 2020


