A quel tempo ero giovane quasi quanto oggi, avevo solo qualche capello in più e un po’ di pensieri in meno.
Eravamo partiti in treno dalla nostra piccola Benevento e, sempre in treno, avremmo raggiunto Budapest, ma non con un banale Frecciarossa, Italo, TGV o ICE, bensì con il famigerato “Orient express”, che agganciammo nella stazione di Vienna.
Era tutto vetri, specchi e velluto a costine blu: una vera lussuria. Per l’Ungheria erano i primi anni al di fuori del controllo sovietico e c’era molta euforia a basso prezzo: le nostre Lire erano un bel vantaggio economico e noi ci godevano la pacchia aumentando il guadagno al “cambio nero”, orrendo così più Fiorini del cambio ufficiale. Mangiavamo in ristoranti per altolocati, usavamo i taxi e ci concedevamo ogni tipo di sfizio: dal noleggio di barchette a fuori pasto notturni in locali chic.
Dalla capitale ci spostammo in altri luoghi continuando col nostro andazzo. Accadde poi che un giorno cambiammo le solite 100mila Lire e, inizialmente, ci diedero meno Fiorini di quelli pattuiti. Dopo la conta, lo facemmo subito notare al tizio, il quale, prontamente riprese il malloppo dei soldi, vi appoggiò su un’altra banconota da 1000 e restituì il gruzzolo. Noi tornammo a gozzovigliare e lui fra il viavai di turisti in cerca del prossimo cliente.

Solo qualche ora più tardi, nel pagare il ristorante, ci accorgemmo che, nel malloppetto di banconote a noi restituito, c’era l’equivalente solo poche migliaia di lire. A mala pena, usando altri pochi spiccioli recuperati nelle tasche, riuscimmo a pagare il ristorante senza restare a lavare i piatti

AM
Benevento, 7 marzo 2019

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