Grigio piombo

 
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Voglio che lo sappiate fin da subito, senza girare intorno all’argomento, perché in questa storia non c’è e non ci sarà un colpo di scena: io sono già morto. Sì, avete capito bene, sono morto sedici mesi e 16 giorni fa. Non sto scherzando e non sto parlando della morte come una metafora. Io sono realmente morto sparandomi alla tempia, perché, come accade in teatro, se sulla scena c’è un fucile, prima o poi spara. In casa mia c’era una pistola e alla fine ha sparato, ma non per finta o per errore, ha sparato perché ho premuto il grilletto per uccidermi. Se può farvi stare bene, sappiate che non ho sofferto in quel momento, anche se lo avrei meritato. Il passaggio è stato rapido: un attimo prima avevo gli occhi lucidi di follia di chi ha capito tardi, l’attimo dopo ho osservato il mio corpo sgorgare sangue sul pavimento e sulla parete accanto colare pezzi di cervello spiattellati dall’esplosione. Eppure sembrava iniziato tutto nel migliore dei modi. Ci siamo conosciuti non troppo giovani, ognuno con le sue esperienze passate andate male e ognuno con la voglia di ricominciare. Solo che lei aveva lasciato il suo uomo perché la tradiva, io ero stato lasciato perché la picchiavo. Tutto sembrava però acqua passata. Il tempo scorre sereno, l’amore non manca, lei mi coccola in continuazione, arrivano anche i figli … poi però, un po’ alla volta, torna a bussare anche quella necessità di dominio, quella voglia di rendere evidente chi ha il potere in casa, chi porta i pantaloni. Inizialmente mi infastidisco e la sgrido anche per fesserie e lei mi dà ragione e questa cosa inizia a eccitarmi. Poi inizio con qualche spintarella, qualche schiaffo e lei se li tiene e a me non interessa il perché, mi piace la cosa e vado avanti e quando dice: “non facciamoci vedere dai nostri ragazzi, non devono saperlo”, a me piace sempre più. Mi fa sentire uomo, mi eccita e mi piace anche sottometterla sessualmente e farle fare quello che mi fa godere e quando lei piange a me piace ancora di più. Poi gli schiaffi diventano pugni, lasciano il segno e le dico che se ne parla a qualcuno non la farò più camminare, ma solo andare a gattoni, come piace a me. Lei lo fa, sta zitta. Così un giorno torno a casa con la voglia di farle cadere un dente, perché si deve vergognare di uscire, perché i servizietti deve farli solo a me. Le faccio lo sgambetto quando sta per portarmi il piatto a tavola e mentre sta per terra la incolpo con veemenza, poi la tiro in piedi per la maglia e inizio a prenderla a pugni sulla faccia. Sento le ossa della mandibola muoversi sulle nocche e mi piace, perché vuol dire che sono forte. Lei cade e si siede con la faccia tra le mani. Piange in silenzio, ma io voglio sentirla. La prendo per i polsi e la tiro su di nuovo, le si protegge ancora il viso con le mani, ma io voglio colpirla proprio lì, perché ancora non ho visto i suoi denti a terra. Usando le mani le allargo braccia e con tutta la forza del do una testata sulla bocca. Finalmente sento i denti rompersi. Sono contento e le lascio i polsi, ma lei è svenuta e cade attraversando il vetro della porta della cucina. Il frastuono è enorme e mi fa godere. Lei resta a metà della porta, con le lame della parte inferiore che le infilzano l’addome. Non lo capisco subito e la insulto per farla rialzare. Solo quando le tiro i capelli per alzare la testa capisco che non c’è più, solo in quel momento mi sveglio. I ragazzi sono a scuola, ma in quel momento non penso a loro. Apro il balcone. Fuori è grigio piombo, come un qualsiasi giorno di inverno. Apro le varie cassette di sicurezza e monto la pistola. Prima di premere il grilletto mi tornano le immagini di quando ero bambino, dei miei genitori, delle prime fidanzate, di tante altre persone e di me e lei il giorno che ci incontrammo. Ho capito d’aver tradito ogni persona che nella vita ho incontrato.

AM
Benevento, 20 novembre 2020