Cobalto

 
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Quel mattino mi svegliai con la testa appoggiata sul tavolo al centro della stanza. Sulla tovaglia c’era la bottiglia di vino ancora chiusa, ma il ghiaccio intorno era divenuto semplice acqua in un secchiello. All’altro capo del tavolo i colori erano quasi secchi sulla tavolozza.

Restando seduto, iniziai a guardarmi intorno. Il Sole entrava libero dalle finestre e dai lucernari nel tetto. In quella notte da poco trascorsa avrei voluto mostrare le stelle da quelle stesse aperture nel soffitto, ma era andata diversamente. Aderenti alle pareti, disposti ad altezze differenti, appoggiati a terra negli angoli o ancora in lavorazione sui cavalletti, tutta la stanza profumava di colori e tele di ogni dimensione.

Ogni rappresentazione presente, aveva un elemento che riconduceva a lei. Alle volte un colore, alle volte un tratto. In qualche caso il suo profilo l’avevo trasfigurato in forme prossime alla natura, così come il suo corpo. In altri rari casi era proprio lei, ma nessuno oltre noi due l’avrebbe mai riconosciuta. Un artista non svela la sua Musa, origine e meta di ogni sua creazione, eccitazione ed estasi, sogno e duro lavoro di ogni opera. In quel momento tutta la sua energia e la sua grazia erano intorno a me. I miei quadri parlavano di ricordi, di avventure, storie di giovani amanti e vecchi amici, di viaggi e fraintendimenti, mai di rancore. C’era tutta la sua essenza, ma mancava lei.

    Mi alzai con indolenza per andare in cucina a preparare il caffè e trovai la pentola sul fuoco con un po’ d’acqua ribollente sul fondo. Nella stanza avvertivo un odore umido simile a quello dei bagni turchi. Mi piacque, perché mi indusse bei ricordi e trascorsi un po’ di tempo ad annusarlo prima di spegnere il fornello. Mi scordai del caffè e tornai a guardare le tele ancora da completare. Erano enormi, grandi quasi quanto la parete di fondo, di sicuro più grandi di come mi sentivo nel guardarle. Andai nello studiolo, per cercare distrazione con qualcosa da leggere. Mi accorsi di osservare i titoli sui dorsi delle copertine senza ricordare le parole. Tornai in cucina e bevvi il latte direttamente dalla bottiglia in frigo. Tornai quindi nella stanza laboratorio, spalancai le finestre senza affacciarmi. Nelle scatole dei dischi presi un autore contemporaneo, lo misi a girare sul piatto e tornai a riguardare le tele grandi. La musica era al giusto volume, l’aria era fresca come piace a me e la luce non interferiva con i dipinti. Sulla tavolozza rigenerai i colori, ma non mi venne nulla e quel poco già presente mi piaceva sempre meno. Tornai in cucina dopo aver pulito sommariamente le mani su uno straccio. Mi guardai intorno, aprii ogni anta di mobile, mi affaciai nel frigo e nel ripostiglio sul balconcino. Non c’era nulla che mi ispirasse. Tornai al giradischi e misi un album decisamente più rock, di quelli in cui le chitarre suonano sporco e la batteria è padrona del tempo. Alzai il volume tornai in cucina alla ricerca di qualcosa, avendo l’infantile speranza che il cibo potesse materializzarsi dal nulla. A passi sempre più rapidi e nervosi percorsi tutta la casa per vedere se la vicina mi avesse lasciato qualcosa appeso alla maniglia esterna della porta d’ingresso. Mi aveva salvato anche quella volta. Poggiai tutto sul tavolo del laboratorio. Avevo le tele davanti ai miei occhi e il mondo alle spalle, oltre le finestre. Versai il vino ancora lì dalla sera prima e aprii la busta della vicina, ma non avevo realmente fame e la gola era secca. Così bevvi un po’ di vino. Scese solo un sorso, perché il suo profumo mi svegliò dal torpore di quella specie di prigione in cui mi ero rintanato. Fuori da quella casa ero acclamato come un artista importante, di quelli che passeranno alla storia, almeno così mi facevano credere. Quando mi chiedevano – “Come fai?” avrei voluto rispondere “E che ne so!”, ma un artista non risponde così e inventavo storie credibili. Lì, però, in casa, ero inerme, in balia delle mie incapacità e bisogni, così chiuso e concentrato su me stesso, da aver fatto allontanare anche la mia fonte di ispirazione. Nel pieno di questa tardiva riflessione, sullo scaffale dei colori vidi quello a cui ero più legato. Senza pensarci troppo miscelai la polvere in esso contenuto per renderlo denso come sarebbe servito. Dal barattolo dei pennelli estrassi quello più largo e lo intinsi nella mistura fresca di preparazione. Quando le setole furono inzuppate e cariche a sufficienza, su entrambe le enormi tele non ancora finite tracciai un’enorme croce, congiungendo diagonalmente fra loro gli angoli, con lunghe e ininterrotte strisce color cobalto. Uscii di casa senza neanche chiudere la porta e con le mani ancora umide di colore.

Alfredo Martinelli [Benevento, 8 aprile 2020]

il quadro in copertina è un’opera di Maria pia Lucarelli

AM, 11 aprile 2020

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