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	<title>storia &#8211; Alfredo Martinelli &amp; dintorni</title>
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	<description>sperimentazioni tra scrittura e altre forme d&#039;espressione</description>
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	<title>storia &#8211; Alfredo Martinelli &amp; dintorni</title>
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		<title>Ebano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Oct 2020 21:30:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Avevo voglia di tornare a casa per terminare il prima possibile la giornata. Sembrava iniziata bene, con la giusta energia per riprendere le fila della mia creatività e voglia di fare, ma si era man mano trasformata in un tunnel di pensieri su cui, d’improvviso, si era ribaltato il punto d’osservazione. Era come se si fossero invertiti i miei poli gravitazionali e ora quasi camminavo senza guardare intorno. Non avevo alcuna voglia di nuovi incontri, qualunque fosse stata la loro natura. Pensando di giungere prima, imboccai una traversa differente dal solito. Da subito ebbi l’impressione che le strette carreggiate comprimessero la già scarsa illuminazione artificiale. Tutto sembrava ancora più fioco di una normale notte tra i vicoli del centro e faticavo a vedere l’intero percorso tra una curva e l’altra. Perfino dalle finestre delle abitazioni fronte strada non usciva alcuna luce, lasciando il vago sentore di ombre a indicare gli ostacoli da evitare. Passando accanto a uno dei tanti piccoli caseggiati che formavano la stradina, un portocino d’ingresso si spalancò un passo prima che lo superassi. Mi fermai per non andare a sbattere e, delicata, sentii una mano appoggiarsi sulle spalle guidarmi all’interno. Non mi parve strano ed entrai. Coperta da una velo nero e trasparente, si presentò alla vista un’incantevole donna, non più tanto giovane. La leggera vestaglia scendeva sulle sinuose forme, poggiando con grazia su ogni morbida curva, dalle spalle al seno, dai fianchi alle cosce, donando alla figura l’idea di una femminilità senza tempo. Con profondi occhi verdi, dolcemente mi guardò senza parlare, poggiando il dito indice prima sulle sue rosse e curate labbra e poi sulle mie. Ero totalmente stranito dalla situazione quasi surreale, ma al tempo stesso fortemente incuriosito e lasciai da parte tutti i propositi elaborati fino a quel momento. L’assecondai incoraggiato dalla voglia di capire. Per mano e sempre in silenzio mi condusse in una stanza interna. La fiamma del camino era l’unica luce e rendeva il rosso del parato un palcoscenico su cui recitavano le ombre degli arredi, come in una commedia muta. Tutta la casa profumava di cioccolata calda speziata. Un aroma mai sentito prima. Il profumo mi diede serenità e decisi di lasciarmi fluire da quello strano evento, senza opporre alcuna forma di resistenza. Guidando il mio corpo con le mani, mi fece voltare e alzare le braccia, sfilando con leggerezza ogni indumento. Ero in sua totale balìa e mi distesi sul tappeto in posizione prona, appoggiando la parte tra il mento e la gola su un cuscino simile a quelli da divano. Lei si abbassò con il viso fino al mio, mi fissò bene negli occhi e mi fece cenno di attendere, poi si diresse nella stanza accanto. Non sapevo chi fosse, perché non parlasse, m’avesse fatto entrare a casa sua e, soprattutto, perché fossi completamente nudo, sdraiato su un tappeto al centro di una stanza illuminata dalle fiamme nel camino e non sentissi caldo, nonostante fosse ancora estate. In quel momento non era però una preoccupazione, stavo bene, non c’era nulla che m’avesse fatto allarmare e non avevo alcun tipo di eccitazione erotica, pur essendo la mia ospite una donna dal notevole fascino. Vidi i suoi seducenti piedi scalzi entrare nella stanza appoggiando solo la parte anteriore, slanciando così ancor di più le sottili caviglie, da cui s’innalzavano gambe ancora toniche e snelle. L’odore di cioccolata si era intensificato. Si abbassò nuovamente fino a guardarmi negli occhi e finalmente sentii la sua voce: &#8220;Qualunque siano i pensieri che non ti fanno sentire pienamente in pace con te stesso, ora ti aiuterò a disperderli. Noi siamo la simultaneità, la compresenza tra la luce  e l&#8217;ombra, tra il bene e il male, tra il buono e il cattivo, tra ciò in cui eccelliamo e ciò in cui non siamo assolutamente capaci. Non esiste l&#8217;assoluto e se qualcuno lo raggiunge non è mai un bene. La vera forza è nel trovare il giusto equilibrio tra la nostra natura e ciò che vorremmo essere.&#8221; Nel tono non c&#8217;era possibilità di replica, ma solo ascolto. Si alzò senza fare rumore e si posizionò dietro me. Solo pochi istanti e sentii colare dal centro delle spalle un caldo e sottile filo dall’intenso aroma, capace di giungere fino al mio intimo sentire, scavando un varco tra le pieghe della pelle. Lei era a cavalcioni sul mio sedere. Iniziò con energia crescente a usare le sole dita per massaggiare la mia stanca carne. Per lungo tempo intorno al collo, poi a scendere gradatamente sulle spalle e giù, senza tralasciare nessuna piega. Sentivo le sue gambe stringersi intorno al mio corpo a ogni risalita dalle natiche alla nuca, passando per la colonna vertebrale e il suo respiro muoversi in sincronia con il corpo. Intenso era l’aroma di cioccolata, che sentivo penetrare nei pori della pelle e riempirmi di sé. La mente era andata altrove. Rapida viaggiava all’incessante ritmo delle immagini che si susseguivano frenetiche: l’infanzia, i genitori, l’adolescenza, la ragazza della prima cotta importante, quella che avevo rivisto la mattina prima, quella attuale, i primi quadri premiati, le prime mostre e le prime soddisfazioni economiche. I pensieri erano finalmente liberi di esprimersi che stavano per condurmi lì, dove ancora non erano riusciti a portarmi. Avrei finalmente capito quel che di me avevo ancora oscuro. Fu in quei momenti che la sentii alzarsi e indurmi con le mani a girarmi per mettermi supino. Era nuda e color ebano, perché si stava completamente cospargendo con abbondante e grondante cioccolata. Da sotto la osservai ammaliato e rapito da tutta la sua prosperosa generosità. Si abbassò fino a poggiare i seni sul mio petto e massaggiarmi come solo una donna può fare, ma dopo pochi secondi carichi di elevatissima tensione erotica, bussarono alla porta. Le si interruppe dopo poco e si avvicinò all’orecchio per sussurrare: “Ti ho riconosciuto prima, quando mi sono abbassata per indicarti d’attendere. Ho voluto donarti comunque questo massaggio, per ringraziarti di tutti i momenti di serenità che mi dà quel che fai, ma ora devi andare via, sta per arrivare un mio nuovo cliente. La notte ospito coloro a cui la Vita ha dato qualcosa in meno o di diverso. Spesso sono accompagnati dalle madri, a cui non fa piacere si sappia in giro. Non è il caso ti vedano. In fondo c’è il bagno, pulisciti e vestiti senza far rumore, poi esci dalla finestra.” Mi diede un delicato bacio sulle labbra e mi aiutò ad alzarmi. Ero frastornato, come quando ci si sveglia nel cuore della notte per far qualcosa d’imprevisto e non piacevole. Prima di entrare nel bagno, riflesso in uno dei tanti specchi, notai un mio vecchio quadro. Mi sciacquai rapidamente senza usare il sapone, mi piaceva l’odore della cioccolata e avevo voglia di portarlo con me. Aprii la finestra e scavalcai il davanzale. &#160;&#160;&#160; Dopo un viaggio quasi onirico privo di suoni, ma carico di sensazioni al limite del soprannaturale, mi ritrovai nuovamente nel cuore della città vecchia. Pulsava la frenesia di coloro che la notte sperano di recuperare quel che durante il giorno non sono riusciti a ottenere. Mi guardai intorno, poi abbassai la testa e mi diressi verso casa. AM Benevento, 31 ottobre 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Turchese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Oct 2020 20:55:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri, Racconti & Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[Era da qualche settimana che non ci vedevamo. Riuscì a farmi sapere di volermi incontrare lasciando al falegname sotto casa un biglietto improvvisato su un pezzo di carta da imballaggio: “Un caffè al solito posto, sabato mattina all’ora dei netturbini!” Sintetica come sempre e come sempre fuori dall’ordinario. Era questo suo modo d’essere che anni fa mi fece innamorare, poi andò diversamente, ma siamo rimasti in ottimi rapporti, quasi bisognosi l’una dell’altro, pur se con vite e amori differenti.Arrivai puntuale, respirando l’aria frizzante dell’alba, mischiata al profumo dolce dei cornetti freschi e dei caffè sfornati dai bar del quartiere. Il nostro luogo era un po’ più nascosto degli altri, non per non farci vedere, perché la nostra amicizia era risaputa da anni, ma per avere l’intimità di parlare senza interruzioni. Lo sapeva anche il proprietario del bar, che per noi aveva sempre una soluzione poco in vista. Trovarla lì mi fece capire quanto l’argomento fosse serio. Aveva già ordinato anche per me e diviso in due i due cornetti dai gusti differenti. Erano ancora fumanti nei piattini al centro del piccolo tavolo tondo. Dividere il cibo era una nostra vecchia abitudine, di quando eravamo stati fidanzati: un modo per assaggiare più gusti e sentirsi più intimi.Quasi fosse naturale vederci, senza neanche salutarla, afferrai al volo una delle metà dei cornetti. Lei non mi diede neanche il tempo di farle domande che mi porse un foglio da lettera dicendo con tono preoccupato:&#8211; “Leggi ad alta voce” e io lessi: “Quando Dio ti ha creato, sono sicuro che stesse pensando a me. Per questa ragione hai mani sapienti per cacciare le mie pene e accarezzarmi la testa quando l&#8217;appoggio sul tuo grembo. Sono sicuro che prima di donarti gli occhi ha guardato i miei e intuito il loro bisogno di una nuova luce. Conoscendomi bene, per come mi aveva fatto, ti ha dato una doppia dose di pazienza e labbra affamate per farmi scappare dai pensieri più scuri. Ha per te cercato orecchie attente all&#8217;ascolto e nuove parole per tenere a bada le mie stranezze. Quando Dio ti ha creato, nel guardarmi ha pensato che non esistesse al mondo persona migliore per apprezzare la sua nuova opera e per questa ragione ci ha fatto incontrare.” Non sapendo cosa aspettarmi chiesi ironicamente:&#8211; “Non è dedicata a me, giusto?”&#8211; “Sempre la testa fresca tu, questa è una cosa seria!”&#8211; “Spiega!”&#8211; “Me l’ha scritta uno che ha perso la testa per me, ma a me non interessa affatto.”&#8211; “Non dirmi che quello che mi hai presentato l’ultima volta?” &#8211; “Sì, come devo fare?”&#8211; “Scusa ma torniamo sempre ai soliti discorsi, se una persona non ti interessa, perché le dai spazio?”&#8211; “Aeh … mo lascia perdere queste cose! aiutami a capire come devo fare! Ho già provato a dirgli che non è il caso, ma questo non molla, mi porta i fiori, mi intercetta per strada e per fortuna non si fa trovare ancora sotto il portone!” &#8211; “Mhm … brutta storia, sembra che tu l&#8217;abbia proprio fulminato!” &#8211; “e non scherzare sempre! tempo fa mi ha anche regalato un bracciale che serve per dire il rosario. Ha la croce e i grani in turchese e mi ha detto di recitare le preghiere tutte le sere all’imbrunire, così è come se lo facessimo insieme!”A quel punto mi venne da ridere spontaneamente e non per prenderla in giro. Non era una novità che individuasse tipi strani, però era la prima volta di uno con un così forte credo religioso. Al ché mi venne spontaneo chiederle: &#8211; “Scusa, ma almeno avete già fatto sesso?” &#8211; “Ma magari! Dice che va fatto solo dopo il matrimonio!”vorrei descrive la sua faccia quando mi rispose, ma non penso di riuscire a renderla a dovere e a me venne nuovamente da ridere, non tanto per le idee dell’uomo, quanto per l’incompatibilità con lei, che della libertà di vedute è stata da sempre una paladina.&#8211; “Dai aiutami, ti prometto che nelle settimane farò la brava senza trovarmi altri tipi strani” &#8211; “Però, pensandoci bene, è bravo a scrivere. Non è niente male la letterina!” &#8211; “Ma quale scrivere, chissà a chi l’ha chiesto! Alle volte incespica anche nel parlare!” &#8211; “Va be’ dai, veniamo al problema. Lui solitamente quand’è che ti intercetta per strada?” &#8211; “Quando esco per andare a lavoro e se faccio strade differenti mi becca al rientro. Ha imparato i miei orari, si fa i conti di quello che faccio e i tempi che impiego! Per questo ho voluto vederti così presto!” &#8211; “che palle d’uomo … comunque così è più facile del previsto, perché sarà semplice per me incontrarlo.” &#8211; “Ma che vuoi fare? Mica lo vuoi minacciare o cose del genere?” &#8211; “Ma no figurati, non sono il tipo, dovresti conoscermi bene. Piuttosto ascolta quel che voglio fare …” e le raccontai sommariamente la mia idea ancora acerba, ma con buone potenzialità di riuscita.Giunto il momento dell’imboscata, lei uscì come sempre dal portone di casa, io rimasi con aria indifferente tra i vicoli e le botteghe del centro, osservando da lontano. Poco prima che lei giungesse sul corso cittadino vidi un uomo andarle incontro. Spostai la mia traiettoria per giungere alle sue spalle e avere modo di ascoltare qualcosa e puntualmente accadde &#8230; &#8211; “Oh ciaooo” disse lui fingendo ridicolamente sorpresa “ci siamo incontrati anche oggi, il Signore è proprio dalla nostra parte allora!”Avrei voluto attendere ancora, un po’ per punire lei nel farle sentire queste fesserie e l’avrebbe meritato. Un altro po’ perché volevo capire fin dove era capace di arrivare quel tizio, ma avevo da fare anche altro e intervenni: &#8211; “Ciao cara, allora è lui l’amico di cui mi hai parlato in queste settimane?” &#8211; “Sì, è lui. Credo che sia ormai pronto e oggi sia il giorno più adatto, perché è il terzo sabato di un mese dispari.” &#8211; “Scusate non ho capito, cosa state dicendo … tesorooo mi spieghi?!” il poveraccio era in evidente affanno, ma il fatto che l’avesse chiamata “tesoro” mi aveva talmente infastidito che non ebbi pietà: &#8211; “tu sei il prescelto! Per stanotte abbiamo già organizzato tutto. Ci sarà il volo al sabba e tu volerai con lei. Vi scambierete il sangue per ungere i vostri corpi morenti e divenire una sola anima in volo verso le eterne tenebre della gloria.” Erano evidenti parole a caso inventate al momento, ma l’uomo sbiancò e iniziò a indietreggiare, forse sarà stato il tono della mia voce o il tenebroso argomento evocato. &#8211; “Ma … ma … perché io scusa … perchè proprio io … forse c’è stato un malinteso io lei la conosco appena … siamo usciti insieme solo poche volte …” &#8211; “So tutto di voi” incalzai io con aria solenne “e la tua anima gemella di purificazione ti ha riconosciuto tra mille!” poi per togliermi un dubbio precisai: “la conferma è tutta nella lettera che le hai scritto: è evidente che un dio vi abbia scelto, ma non quello che nel comune senso religioso si intende, quanto quello vero e fecondo di eternità e che stanotte conoscerai!” a quel punto era cotto e terrorizzato e gli si sciolse la lingua: &#8211; “ma non … no … non l’ho neanche scritta io quella lettera, l’ho copiata dalle pagine di un libro … no … no … non sono io …” e scappò via gridando qualcosa, forse “aiuto”. &#8211; “Ti avevo detto che non era in grado di scrivere certe cose!” disse lei sorniona guardandolo correre a gambe levate zigzagando tra le persone. &#8211; “Già, avevi ragione, ma volevo esserne sicuro anche io!” &#8211; “Che te ne fai ora? … vai dalla musicista?” &#8211; “Penso di sì!”&#8211; “La ami?”&#8211; “Perché mi fai queste domande?” &#8211; “Perché sono donna!”L&#8217;abbracciai con affetto e baciai sulla tempia. Senza rispondere andai via. Sentii lei dirmi: “Grazie” AMBenevento, 20 ottobre 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Smeraldo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jun 2020 04:55:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri, Racconti & Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[e tu, che ora guardi e mi respiri, che sorridi e mi canti, sai dirmi l&#8217;attimo esatto in cui ti sei innamorata di me? il momento in cui hai capito quel che mai avresti immaginato accadesse e, forse, hai sempre fuggito?Io si, ricordo quel momento, l&#8217;esatto istante in cui la mia attesa si trasformò in sollievo e le speranze divennero realtà, come preghiere esaudite. In quel momento vidi tutti i visi delle donne dei miei racconti voltarsi verso me e divenire il tuo. Adesso, che siamo sdraiati su un tappeto d&#8217;erba smeraldo, posso finalmente parlarti di tutte le sfumature in cui ti ho celato in loro per averti per sempre con me, poi posare la penna e finalmente baciarti. AM 23 giugno 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Ocra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2020 21:03:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Mi sono visto di spalle che partivo. Non ero né giovane e né vecchio, solo molto stanco. Quelle volta, per la prima volta, sarei voluto rimanere sul terrazzo di casa per godere il fresco gentile sparso la sera dalla tarda primavera, spillando un po&#8217; di profumo dai gelsomini e i tigli in fiore. Invece dovetti riempire lo zaino con quel che avanzava di me e caricarlo nuovamente sulle spalle. Prima d&#8217;uscire mi guardai intorno un&#8217;ultima volta, come non avevo mai fatto prima, ma non vidi ciò che mi circondava. Come in un filmato proiettato al cinema, vidi me stesso guardarsi intorno e toccare parti della casa, come lo stipite dell&#8217;armadio, una parete, un quadro, poi aprire la porta e uscire, ancora una volta, senza nessuno che si sporgesse per un ultimo saluto. Tutto il percorso fino alla stazione era illuminato da vecchi lampioni, fluorescenti di una luce di un color ocra così intenso d&#8217;aver colorato le foglie degli alberi e tutto il marciapiede, rendendo la proiezione della mia ombra sul terreno una perfetta sagoma nera. Sulla banchina, in attesa del treno c&#8217;ero solo io. L&#8217;altoparlante per la voce di servizio, di tanto in tanto gracchiava comunicazioni dall&#8217;incedere incerto, di cui erano comprensibili solo poche parole e qualche sillaba sparsa. Aspettai seduto, molto più di quanto immaginassi, fin quando lo vidi arrivare, immerso in un bagliore di luce anch&#8217;esso ocra, come il suo fanale anteriore. Mi vidi salire fermandomi sull&#8217;ultimo gradino per voltarmi, come in attesa di una sorpresa idealizzata dalla speranza, ma non avvenne nulla. Presi posto in fondo al vagone, vuoto. La voce gracchiante annunciò qualcosa di simile al tenersi lontano dalla linea gialla e subito dopo sentii il sedile spingermi alla schiena e la trazione della motrice far spostare il convoglio. Fuori dalla stazione le luci nel vagone iniziarono a singhiozzare e si spensero all&#8217;ingresso della prima galleria. Dall&#8217;altro capo del tunnel non vidi uscire più nulla. AMBenevento, 8 giugno 2020]]></description>
		
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		<title>Porpora</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 May 2020 05:15:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Erano diversi giorni che le nubi minacciavano pioggia. Bianche e grigie urlavano senza sosta con boati di tuoni affogati mentre i lampi di luce restavano immersi nelle densa coltre fuligginosa. Avevano deciso di non andar via, ma abbassarsi un po’ alla volta, di ora in ora, di minuto in minuto, rendendo l’orizzonte sempre meno visibile e l’aria sempre più soffocante. Era piena estate, ma neanche il Sole riusciva a penetrare lo spesso strato.&#160; Solo a fine giornata, prima di calare oltre le montagne, con una luce crepuscolare e intensa, accendeva di porpora le nubi dal basso, trasformandole in tizzoni di brace ardente e rumorosa. Era come avere l’inferno capovolto sulla testa. I pochi televisori sparsi nelle abitazioni dei più ricchi e in qualche bar, non prendevano più il segnale e anche le radio gracidavano su ogni frequenza.&#160; Al mio giungere in città per la prima volta, il tipo che mi aveva preso lungo la strada e messo nel cassone dietro la furgonetta, prima di lasciarmi vicino alla stazione, mi aveva detto di trovare subito un riparo dalla pioggia. Non sapeva dei pochi soldi nelle mie tasche, con i quali preferii mangiare, piuttosto che dormire in una pensione. Di lavori cittadini sapevo poco. Mi proposi come barista, garzone, lavapiatti e maschera nei cinema. Ma più trascorrevano i giorni e meno retta mi davano le persone. Con il senso d’angoscia portato dalle nubi, notai che crebbe in loro una sorta di generosità, quasi a voler esorcizzare la paura. Se inizialmente spesso mi cacciavano senza darmi neanche il tempo di parlare oppure ascoltandomi con distrazione, dopo qualche giorno notai che le persone stavano cambiando. Più le nubi si addensavano e abbassavano e più cresceva in loro un sentimento di premura. Qualcuno mi offrì un pasto, altri mi diedero un po’ di soldi, tipo elemosina oppure dei vestiti, anche se usati e scarpe migliori di quelle che avevo ai piedi. Una signora di una fabbrica di dolci, mi propose d’usare la doccia dei dipendenti. Presi tutto ciò che mi venne offerto, senza lasciare niente. Le persone iniziarono a scusarsi di non potermi offrire un lavoro, ma le nuvole porpora, così come le avevano battezzate, avevano dimezzato acquisti e consumi e i soldi iniziavano a scarseggiare. La mutazione avvenne lentamente, così come lente si muovevano le nubi. Inizialmente si pensò a un imminente temporale estivo, di quelli che si consumano in poche ore e nessuno diede retta alle nuvole. Poi si pensò a un momento di brutto tempo. I commercianti rimisero in vetrina abiti e scarpe di mezza stagione e i contadini ringraziarono il Signore per le imminenti piogge, che avrebbero irrorato le piantagioni. Poi le nubi iniziarono a rumoreggiare e illuminarsi di lampi e tutti uscirono con gli ombrelli. Il raggelante brivido di terrore scese sulla città quando divennero porpora e sfiorarono il campanile della cattedrale. Le anziane signore, abituate a parlare sedute sulle sedie davanti gli usci delle case fronte strada, furono le prime a rintanarsi e pregare snocciolando i rosari. Camminando nel centro antico, dalle finestre uscivano litanie mischiate dall’eco degli stretti vicoli, fino a farle somigliare a cupi lamenti di voci d’oltretomba. Per strada le persone iniziarono a diradare e, quelle poche in giro, camminavano in fila lungo i muri dei palazzi, come topi che non vogliono farsi vedere. Erano quasi solo uomini adulti. Le donne e i ragazzi, un po’ alla volta, avevano preferito chiudersi nelle case. Chi aveva la possibilità era andato via, portando con sé ciò che entrava nelle valigie, ma negli ultimi giorni i treni non si fermavano più alla stazione e le corriere avevano interrotto i servizi nella cittadina. La più grande paura è che i lampi chiusi fra le nubi potessero schizzare via e colpire a morte chi si trovasse in strada. Immagini iconografiche simili a quelle di un dio vendicatore e crudele verso i peccatori e poiché nessun uomo è realmente in pace con se stesso, tutti avevano paura. Perfino i preti non uscirono più dalle chiese per portare l’ostia alle persone malate, preferivano ricevere in sacrestia i loro parenti e consegnare un cestino con l’ostia consacrata. Un tardo pomeriggio, lungo il corso cittadino arrivò un’automobile scoperta. In piedi, dietro l’autista, c’era un tizio con un grosso cono nero tenuta davanti la bocca per amplificare la voce. Strillava a pieni polmoni di conoscere la verità e sapeva come aiutare tutti coloro che lo avrebbero seguito. Nessuno lo conosceva, ma quelle parole, gridate in un silenzio accecante, risuonavano come un segno di speranza. Un po’ alla volta, dietro l’auto si formò una coda di uomini, a cui, man mano che procedeva, si aggiunsero le donne scese dalle abitazioni. C’era anche qualche ragazzino. Alcuni iniziarono a sventolare fazzoletti bianchi, altri invitavano i più scettici ad aggregarsi. Io li seguivo a distanza, per curiosità, per capire cosa stesse succedendo e chi fosse quell’uomo. Si fermò nella piazza centrale e salì su una fontana circondata da quattro leoni in pietra. Dritto come l’obelisco che aveva alle spalle, si fece portare un altro cono nero, e li usò entrambi contemporaneamente, per spingere ancora più lontano la voce. gridava: “Non abbiate timore. Ci sono qui io e vi salverò! Queste nuvole sono l’espressione degli esperimenti che il Governo sta producendo per avere il controllo sui cittadini. Hanno iniziato qui, in piccolo centro e ben presto si espanderanno. Vi vogliono come schiavi obbedienti. Ma se mi seguirete ci ribelleremo e avrete salva la libertà”&#160; I primi applausi furono timidi, ma più parlava e incitava la folla contro il Governo e più aumentava il consenso, misurabile dal volume degli applausi. Quella stessa sera fu ospite a cena del più importante ristorante della città. Al suo lungo tavolo sedettero uomini di ogni genere tra quelli rimasti in città: dal professionista, al sempliciotto, dal gendarme al commerciante. Anche io riuscii a intrufolarmi per ascoltare e mangiare qualcosa. Erano tutti affascinati dalle sue parole e dal suo carisma. Verso fine pasto si fece dare in nome del Sindaco e gli mandò da dire che il giorno successivo sarebbe andato nel suo studio a prendere le chiavi della città. E così fu: circondato e sostenuto da una esuberante folla, il giorno successivo si autoproclamò reggente. Nei giorni seguenti stabilì il suo centro operativo in un importante albergo e definì nuovi ruoli, affidando ai sostenitori più incalliti mansioni di maggiore prestigio. in città era tornato il fermento. Molti, anzi la maggior parte erano sovraeccitati, alcuni rimasero passivi, altri ebbero forti sospetti e furono messi da parte e additati come pericolosi. In poco tempo, nella piazza del primo comizio improvvisato, fu alzata un’imponente impalcatura in tralicci di legno, creati abbattendo gli alberi dei boschi nei dintorni. L’idea era di farla divenire la struttura più alta della città, sulla cui sommità sarebbe stata montata una potente antenna in grado di inviare&#160; un segnale radio e trasmettere al Governo centrale e tutti i comuni limitrofi l’indipendenza della cittadina. Il lavoro su intenso, la popolazione prese d’assalto la banca e l’ufficio postale, svuotando le casse con la compiacenza dei dipendenti. La nuova cassa comunale fu gestita direttamente dal neo-reggente, che usò parte dei soldi per l’acquisto del materiale necessario alla costruzione della torre radio. Nel frattempo le nubi osservavano immobili e rumorose, ma nessuno ne aveva più timore, anzi, erano divenute oggetto di scherno e sfida.Quando finalmente giunse il giorno della inaugurazione, tutt’intorno la torre erano state messe transenne per evitare imprudenti movimenti contro la struttura da parte della folla euforica per lo storico momento.Il Reggente era in cima e attendeva accanto al trasmettitore il montaggio dell’antenna, che solerti operai stavano issando con un sistema di carrucole connesse fra loro. Scesero tutti dopo l’ultimo fissaggio, lasciando l’uomo solo in cima, pronto per lanciare il messaggio che li avrebbe liberati. Lui prese il cono per amplificare la voce e con l’altra mano accese l’impianto radio.Forse le nubi non attendevano altro che un innesco, una miccia in grado di far divampare la pioggia. Fu sufficiente la trasmissione di poche parole “Signori del Governo centrale, è il Reggente di &#8230;” che dalle nuvole uscì una saetta di tale energia da propagarsi attraverso l’antenna lungo tutta la gracile struttura di legno, riducendola in carboni ardenti, che non ebbero tempo neanche di divampare, perché sommersi da uno scrosciare d’acqua così intenso e rumoroso da far tremare i muri dei palazzi e i basoli della strada. Parve come un terremoto che si estese come un cerchio in uno stagno capovolto, dal centro della piazza verso la periferia della città. In poco tempo furono spazzate e rase al suolo capannine e bancarelle di sostenitori, stendardi e bandieruole. Tutti scomparvero riparandosi come e dove possibile. Io rimasi sotto l’ingresso della chiesa a osservare il movimento di quei poveri creduloni e illusi. Successivamente la situazione si andò normalizzando. Per intima vergogna di ogni individuo attivo in quei giorni, di quell’uomo e quelle nubi non si parlò più. Io tornai al mio piccolo paesello e l’autunno successivo mi iscrissi alle scuole superiori per potere insegnare dopo il diploma&#160; e raccontare per non far scordare,&#160; quel che vissi durante l’estate dei miei quattordici anni. Alfredo Martinelli [Benevento, 17 maggio 2020] AM Benevento, 18 maggio 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Amaranto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Apr 2020 06:15:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Pioveva a dirotto ed era notte fonda. Le dense gocce schioccavano nelle pozzanghere così buie e dense da sembrare inchiostro. Sulla superficie creavano piccoli crateri che duravano meno del loro suono. Molte altre gocce scivolavano sotto il colletto della camicia e le sentivo scorrere rapide e gelide lungo la schiena. Le scarpe erano così inzuppate da sembrare buste cariche d’acqua e non sentivo più i piedi. Le prove erano finite tardi. Avevamo deciso di farle lo stesso, anche se l’intero Paese era fermo per le nuove politiche di austerità dei consumi. Entro un’ora dal tramonto di ogni giorno, bisognava chiudere negozi, bar e ogni altra attività che implicasse l’uso della corrente e di ogni altra fonte energetica come il gas, il carbone e l’olio combustibile. Solo nelle abitazioni era possibile scaldarsi e cucinare con il gas, ma usando quello delle bombole, che venivano razionate in base al numero dei componenti familiari.Non c’era il coprifuoco, si poteva entrare e uscire a qualsiasi ora, ma le strade erano buie e spesso percorse da teppistelli e rubagalline in cerca di un facile guadagno. Sembra che anche i cani avessero capito a quale ora iniziasse il loro regno e, sempre più spesso, si leggeva sui giornali di persone fuggite miracolosamente a rabbiosi molossi decisi a dominare il proprio territorio. La polizia poteva poco, perché l’indomani erano irrintracciabili, quasi svaniti con le tenebre.Da qualche tempo, le persone persone avevano imparato a fabbricare le candele in casa, usando materiale di scarto e si era diffusa l’abitudine di accenderne qualcuno dietro le finestre, per illuminare un minimo le strade. Non tutti lo facevano e non tutte le strade erano illuminate nello stesso modo, ma a qualcosa servivano, soprattutto a chi come me, aveva la necessità di uscire col buio. L’effetto era decisamente macabro. Viste dalla strada, le file di palazzi lungo la strada sembravano enormi pareti mortuarie di cimiteri illuminate dai ceri votivi. Quando poi dalle finestre si scorgevano affacciarsi i profili in penombra degli inquilini, il cuore con un balzo arrivava in gola ed era difficile anche deglutire.Quella notte decisi di infilarmi nei vicoli e viuzze del centro storico, sperando in un miglior rifugio dalla pioggia, ma non fu una buona scelta. Oltre le pozzanghere nascoste tra gli avvallamenti della strada, spesso gli enormi basoli si muovevano al mio passaggio alzando secchiate d’acqua mista a terra e sporcizia varia che mi inondarono anche dal basso. Continuai rallentando parecchio il passo e con la testa rivolta a terra non solo per guardare dove mettere i piedi, ma soprattutto per evitare di sentirmi soffocare dalle abitazioni a filo strada più scure della strada stessa e senza un portone in cui ripararmi. Mi fermai sotto uno stretto balconcino per riprendermi un po’. Avevo i vestiti pesanti d’acqua, non sentivo più le labbra e i denti iniziarono a battere da soli per il freddo. Non avevo neanche la forza di piangere e, purtroppo, il peggio stava per arrivare.Iniziai a sentire latrati lontani, ma non ne capii la provenienza e neanche quanto lontani fossero, perché il rumore della pioggia mischiava tutti i suoni. Capii però che la nottata stava rapidamente peggiorando, così ripresi a camminare provando ad aumentare il passo, ma una delle tante pozzanghere in cui infilai il piede nascondeva una larga crepa tra i basoli e caddi rovinosamente alzando tanta di quell’acqua, che molta mi saltò direttamente in bocca. Annaspai senz’aria per qualche istante che parve eterno, con la braccia ancora protese nella pozza per sorreggermi. Insieme al primo nuovo respiro vidi in fondo al vicolo gli occhi dei cani riflettere le fiammelle di alcune candele dietro una finestra lì accanto. Stavo andando nella direzione sbagliata. Non so con quali forze mi sollevai per tornare indietro, ma avvertii nuovamente l’ansimare dei cani e il rumore delle zampe schiacciare l’acqua in fondo al vicolo. Mi avevano circondato, non so quanti fossero. Bussai violentemente a una porta, ma dalla finestra accanto non proveniva alcuna luce, forse dormivano o era disabitata. Strinsi forte gli occhi, non volevo vederli quando mi avrebbero azzannato, speravo solo di non soffrire troppo e iniziai ad ansimare dalla paura. Pensai ai miei genitori e a mio fratello, che sarebbero rimasti senza il mio aiuto.I cani stavano arrivando da entrambi i lati. Non sentivo neanche più la pioggia cadermi addosso e neanche il suo rumore, ma solo i loro passi sempre più vicini. Aprii gli occhi per istinto e vidi, proprio davanti, un vicolo molto più stretto o forse una semplice rientranza fra i palazzotti della strada. Mi infilai sperando di sparire nel buio. Dopo solo pochi passi udii una voce imperiosa accanto a me: “Entra, muoviti!” Non l’avevo sentita o vista aprirsi, la porta era spalancata e m’infilai con un tuffo, senza pensarci due volte, restando carponi subito dopo l’uscio. La sentii chiudersi alle mie spalle e subito dopo una corposa coperta mi coprii interamente, lasciando libero solo il viso. Per un po’ rimasi ansimante in quella posizione, fin quando il calore delle fiamme del camino mi fece smettere di tremare. Solo allora mi alzai e la vidi seduta su un’antica e avvolgente poltrona damascata. Sorseggiava da un’elegante tazza da tè, che, di tanto in tanto, appoggiava su un tondo tavolino in legno scuro, sorretto da un unico gambo simile a un intreccio di tre rami appoggiati con quattro piedini al pavimento. L’ambiente era abbastanza buio, illuminato solo dalle fiamme nel camino, che producevano ombre così irregolari sulle pareti da dare un senso di movimento agli oggetti proiettati sulla tappezzerie caratterizzata con chiaroscure fasce verticali.Mi alzai tenendo la coperta sulle spalle e mi avvicinai alla donna. Era avvolta in un aderente vestito amaranto che terminava in una gonna leggermente scampanata fino alle ginocchia Aveva occhi di un azzurro così intenso da sembrare finti, capelli mossi e corti, carnagione chiarissima e un profilo gentile simile a quello delle bambole di porcellana, ma, soprattutto, esprimeva un’innata eleganza al solo solo guardarla. Con voce pacata mi indicò dei vestiti asciutti sulla poltrona accanto a lei e mi invitò a cambiarmi dietro un separè immerso nel buio in fondo alla stanza. L’idea non mi diede imbarazzo e seguii le indicazioni.Quando tornai da lei, la trovai con una tazza di latte caldo e miele per me. Mi accomodai sulla poltrona e bevvi a brevi sorsi, senza parlare, mentre lei faceva scorrere le dita sulle pagine di un vecchio libro, mostrando indifferenza. Solo quando ebbi finito, mi chiese:“Dimmi, cosa ti ha portato a me?” Lo pronunciò come se in giro si sapesse di lei, ma io non l’avevo mai vista e non avevo mai notato neanche quella rientranza nel vicolo. Quasi come uno sfogo le raccontai tutte le vicissitudini delle sera, dalle prove in teatro alla pioggia, le cadute e infine i cani. “Ah, i cani, ne ho sentito parlare, ma non mi sembra abbiano mai fatto male a nessuno!” disse lei con un tono di chi cerca di calmare. “Sì, così sembra, ma forse solo per casi fortuiti, come quello di trovare riparo qui stasera.” “Tra caso fortuito e occasione il confine è labile.” mi rispose la donna, con un’espressione nella voce quasi a voler sottolineare un recondito senso alla mia presenza lì.Ebbi un moto interno di vaghezza, un po’ come quando ci si trova su una piccola imbarcazione che d’improvviso viene scossa da un’onda più intensa. Provai a osservarla meglio in viso per carpire qualcosa in più su quella frase ed ebbi strane sensazioni. Il viso sembrava mutare età in base al movimento delle luci e ombre proiettate dal camino. Alle volte sembrava giovane, altre quasi anziana. In altri momenti mi parve una signora di mezza età. In ogni caso, l’elegante fascino restava immutato. Di sicuro era non vedente. Quando parlava, seppur mi guardasse in viso, la pupille non centravano mai le mie, di poco, uno scostamento percettibile solo ponendo molta attenzione. “Hai detto che hai fatto delle prove, di che genere?”presi la domanda come un modo per avviare una gentile conversazione e le parlai del mio progetto teatrale, lasciandomi andare a tutte le considerazioni sui desideri e sogni legati a quel progetto e su quanto ancora avrei dovuto fare per slegarmi da certi vincoli e dedicarmi pienamente a ciò che mi dava appagamento insieme a persone con cui stavo bene. “E come mai?” chiese la donna “ho paura di non farcela, di deludere, di stancarmi, d’essere un intruso”Lei accennò un sorriso e, dopo una pausa quasi teatrale, rispose: “Sono quattro paure ben definite, mi ricordano i cani che hai detto d’aver visto stasera e di cui tutti parlano, ma nessuno ha mai visto”In quel momento sentii aprirsi dentro come una voragine, un improvviso vuoto che si spalancava nel mio corpo partendo dalla gola e tirava giù dritto fino ai piedi, quasi a volermi portare con sé. “Sento turbamento, cosa ti è successo? Dimmi!” esortò la mia ospite. Anche se non poteva guardarmi il viso, da qualcosa, per me indecifrabile, aveva capito il mio stato d’animo.Quasi balbettai nel rispondere “E che io non so, come se qualcosa mi bloccasse, una sorta di paura che mi spegne il desiderio, quasi una sfiducia verso me, che …” “Ecco, è proprio questo il punto: è la sfiducia in noi che alimenta le paure fino a renderle vere e a farci rinchiudere nei sogni, come li hai chiamati tu. Piuttosto inizia a chiamarli progetti, loro non svaniscono all’alba, sono reali e ci danno la forza di perseguirli.”Poi si alzò per aprire la porta. Avevo trascorso da lei tutta la notte. Fuori aveva smesso di piovere, il Sole era sorto e già si rifletteva nelle pozzanghere e le superfici ancora bagnate. I miei vestiti erano asciutti e io mi sentivo bene, come quando stai per iniziare il viaggio che haida sempre desiderato. La salutai con devozione, ringraziandola più volte. Lei rimase sull’uscio. Quando stavo per svoltare verso il vicolo più grande, mi voltai un’ultima volta e vidi quattro enormi cani sbucare da dietro un cespuglio accanto alla porta della signora in amaranto, farle festa ed entrare in casa. Alfredo Martinelli [Benevento, 25 aprile 2020] AMBenevento, 26 aprile 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Cobalto</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Apr 2020 07:04:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In cui si racconta la storia di un pittore, che ha perso la sua "Musa ispiratrice".]]></description>
		
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		<title>nel bene e nel male</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Mar 2020 07:56:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Può solo un nome evocare tanto? imprigionare pensieri, dettare il pulsare nel petto e far sentire lo stomaco arrendersi alla mancanza? Sì, può farlo e imperterrito continuare fino al prossimo cenno di presenza, che induce la gola a deglutire in un riflesso condizionato, gli occhi chiudersi per un istante mentre i polmoni inspirano come dopo una lunga apnea. Attimi che passano rapidamente, il necessario per girare la clessidra e far ripartire il tempo fino al prossimo “ciao, come stai?” Così era per me, tra un nostro incontro e il successivo. Nel mentre i pensieri si accartocciavano in forme senza senso, come in un’inusuale e inaspettata primavera. Con un solo soffio di vento si erano risvegliate emozioni, ricordi, stati di benessere fisico, alternati a momenti profonda depressione, che mai avrei immaginato di vivere in un’età spesso più incline a intendere i nipoti come ciò che appaga le giornate e fa scordare gli errori d’una lunga vita mai completamente vissuta. In quel momento tutto quel che mi era mancato era finalmente giunto, anche se non più cercato, non richiesto e forse anche scacciato. Come un turbine d’aria spalanca finestre e porta con sé tutto ciò che non è ben saldo, così lei era arrivata nella mia vita, liberando da inutili orpelli e catene ogni mio inutile tentativo di difesa. Ero tornato a spolverare i vecchi 33 giri, a pettinarmi, a guardarmi allo specchio prima d’uscire, a riprendere la penna per scrivere pensieri ricchi di un romanticismo che pensavo d’aver perso per sempre o forse non aver mai avuto prima di allora. Mi ero nuovamente ammalato di tramonti, del vento sul viso, di poesie e di pensieri romantici al punto da chiedermi come potesse essere il mondo prima che giungesse l’Amore. E lei? Mi chiederete. Pur cercandomi con naturalezza, non andava mai oltre conversazioni di ogni natura, dalla cronaca alla spiritualità, passando per il lavoro dei figli, ma mantenendo sempre una impalpabile distanza emotiva. Un po’ alla volta iniziammo anche a ideare sconclusionati progetti come viaggi a piedi o la costruzione di case di legno in riva al mare. Molti non videro mai la luce, ma ci divertiva molto pensarli, perché ci faceva sentire più giovani. Lei sembrava immune a tutto il mondo che mi aveva riversato addosso, mentre io qualche volta mi rendevo conto di soffermarmi imbambolato, immerso in fantasie di me e lei in posti esotici e lontani. Per difendermi dalla perdita di contatto con la realtà, ho più volte posto alla coscienza un ciclo senza fine di domande a cui rispondevo con razionali evidenze: “siete entrambi anziani, la tua vita è questa, non l’altra. Svegliati e godi il tempo restante con la tua famiglia.” Poi, per renderle ancora più invadenti, le urlavo davanti allo specchio o per strada, quando ero sicuro che non ci fosse nessuno nei paraggi. Il vero grande problema era che, da qualunque parte osservassi la mia vita, tutto quel che avevo imparato, scartato, costruito, raggiunto, distrutto, abbandonato, rimodellato e ricostruito, in quel momento sembrava fosse stato guidato da un invisibile suggeritore, per farmi giungere fino a lei in quel preciso istante e nella forma della persona, che nel tempo ero diventato. Essersi conosciuti prima o dopo, con vissuti ed esperienze differenti, non avrebbe generato lo stesso risultato. Nel bene e nel male, di questo ne eravamo consapevoli entrambi. Non era una mia illusione e non era necessario che me lo dicesse o facesse finta di niente, era sufficiente osservarla illuminarsi a ogni nostro incontro. La pelle non mente, cambia luce come gli occhi e come loro segue le vibrazioni dell’anima. E poi quando la mente imbavaglia i sentimenti e segrega il cuore, è il resto del corpo a muoversi nella giusta direzione. Il suo spesso si avvicinava al mio, trasmettendo benessere. Di incontri ce ne furono tanti, non tutti voluti o cercati. Molti casuali e per questa ragione, per me, ancora più significativi. I primi avvennero in occasione di feste di di amici in comune, poi furono sempre un po’ più cercati e da parte mia desiderati. Ogni volta però, al momento di lasciarci, si dileguava o si rendeva quasi liquida, impalpabile. Ho sempre pensato che lo facesse per evitare, al momento del commiato, che la malinconia prendesse il sopravvento e la paura della perdita esponesse a gesti impulsivi, trasformandolo in un punto di non ritorno, un evento dopo il quale nulla sarà più come prima, qualunque sia la reazione dei protagonisti. Io lo giudicavo un comportamento strano, più affine agli adolescenti delle epoche passate o qualche personaggio di romanzi d&#8217;amore, ma rispettavo la scelta e lasciavo che tutto continuasse senza alterazioni, senza forzare la naturalità degli eventi. Avrei tanto voluto parlare di lei con qualcuno, non per consigli, quanto per scaricare il pesante fardello emotivo. Ma era da pazzi anche il solo pensiero d’affrontare gli interminabili sermoni di tutti coloro a cui avrei confidato questa rinnovata freschezza sentimentale. Di sicuro non lo avrebbero capito i miei figli, dai quali temevo il giudizio più severo ai limiti del ripudio e probabilmente neanche quel che avanzava dei miei amici di un tempo. Alle nuove conoscenze non avevo neanche lontanamente pensato. Sapevamo così poco l’uno dell’altro che una simile confidenza non avrebbe avuto un grande senso. Seppur con grande insoddisfazione, tenni chiusi tali pensieri. Scelsi però di parlarne ad alta voce a me stesso ogni volta che mi fosse stato possibile. Inventai una sorta di dialogo fra la mia voce interiore e quella che usciva dalla bocca. Con questo strano sistema avevo imparato a scaricare emotività e tensione sull’argomento. Lo facevo ogni volta che riuscivo a ritrovarmi solo e in un posto isolato dalle mura domestiche. Luoghi in cui la natura dominava la scena, al punto da sembrarmi lei la voce interiore con cui colloquiavo. Liberavo la mia parte indisciplinata ed emotiva, lasciandole prendere il sopravvento su quella razionale. Senza regole e doveri morali, alla mia voce interiore confidai la speranza di una apertura della mia amata nei miei confronti, che mi lasciasse intendere almeno un reciproco affetto più intenso di un’amicizia, accogliendo tra le sue braccia me e la nostra storia. Fu proprio durante uno di questi lunghi discorsi ad alta voce, rivolti al fiume silente davanti il mio sguardo, che sentii la voce interiore dirmi: “No amico mio, la speranza no. Lasciala andare, non fidarti con lei. È come una malattia: prende per sé molto più di quel che restituisce e, spesso, ti abbandona nudo. Se ami qualcuno gridaglielo in viso e bacialo forte sulle labbra oppure sparisci, per sempre.” Era risuonata nitida nella testa, quasi come se l’avesse pronunciata una persona seduta accanto a me. Rimasi parecchio stranito e muto. Fino a quel momento, quella sorta di risposte erano state composte da poche parole. Una frase così articolata non mi era mai accaduto di ascoltarla. Muto tornai a casa e per parecchi giorni non ebbi più alcun pensiero che riguardasse quella storia, quasi come bloccato da una sorta di paura dell’ignoto. Lei continuò a cercarmi per ragioni che non avevano mai il senso di una scusa. Ogni volta un’idea innovativa su cui confrontarci. A chi ora si chiede se non mi desse fastidio sapere del suo rientrare a casa la sera dal marito e i figli, così come io tornavo alla mia famiglia, rispondo semplicemente no. Non mi dava fastidio, perché nei momenti in cui eravamo insieme lei era la mia parte mancante, il senso della giornata, fonte di estremo benessere e dava un senso a tutto quel che avevo compiuto prima. Cosa invece pensasse lei non l’ho mai saputo né gliel’ho mai chiesto, perché era fuori dal mondo che si era creato tra noi. Erano oramai diverse settimane che la mia voce interiore non dava segni di vita. L’avevo cercata in vari posti ed ero anche più volte tornato dove l’avevo sentita l’ultima volta, ma non si era più manifestata. La sensazione mi aveva lasciato ancor più stranito, quasi malinconico, al limite della estraneazione dalla realtà. Lei l’aveva notato e in diverse occasioni mi aveva chiesto il motivo, ma fino a quel giorno avevo eluso la verità, con risposte di altra natura. Poi mi ricordai di una nostra vecchia promessa: seppur avrebbe potuto non far piacere all’altro, ci saremmo detti sempre come la pensavamo su tutto quel che avesse riguardato la nostra amicizia. Quel giorno eravamo al parco. Davanti a noi la fontana al centro del laghetto sparava in alto l’acqua. Qualche gocciolina arrivava fin sui nostri visi ed era piacevole, perché faceva ancora molto caldo in quei pomeriggi inoltrati. Lei aveva accanto a sé la busta con quel po’ di spesa per giustificare l’uscita. Io ero con il mio fedele cane, stranamente più paziente e silenzioso del solito. Quasi subito iniziai a sentire insofferenza, senza riuscire a concentrarmi su quel che mi stava raccontando. “Cosa c’è?” mi chiese, accorgendosi di qualcosa. Approfittai del momento come se fosse stato l’unico a mia disposizione. Fra le mie, presi una sua mano e la portai sotto il mento: “Penso di essermi innamorato di te. Da sempre, non da adesso!” le dissi guardandola senza mai abbassare gli occhi. Non sapevo cosa aspettarmi, ero consapevole d’aver rischiato, di aver messo in bilico anni di amicizia, ma l’ultima indicazione della mia voce interiore, in quel preciso momento era giunta a maturazione e non ero riuscito a trattenere l’impeto di una confessione da troppo sofferente, come un adolescente a cui non si concede d’uscire con la primavera che bussa alle finestre. In quel momento dilatato e come nei sogni estraneo al mondo, lei continuò a guardarmi. Ebbi così tutto il tempo di osservare la grazia del viso trasformarsi in uno sguardo di sì tale dolcezza, che se Dio l’avesse visto, a entrambi avrebbe dato in dono la grazia di tornare indietro nel tempo per conoscerci quando avremmo potuto donare al mondo una gioia ben più lunga e creativa, di quel po’ che ci restava da vivere. Mi accarezzò il viso con tenerezza, senza parlare e io mi emozionai. Poi con voce dolce disse: “Faccio anch’io parte di questa storia, se abbiamo continuato a vederci, a pensare l’inimmaginabile da fare per avere una scusa, è perché siamo in due ad amare.” Poi la voce le si incrinò e l’abbracciai come il bene più prezioso. In quegli interminabili momenti non pensai a nulla, solo a sentirla tra le braccia inspirando profondamente il suo profumo, quasi che potessi sentirla ancor più mia. Ci alzammo quando sentimmo suonare la sirena di chiusura. Quella sera si era fatto molto più tardi del solito e le nostre famiglie avrebbero avuto qualcosa da dire, ma non era quello il momento di pensarci. Da quel giorno sono passati molti anni ancora. Lei non cammina più e io arranco parecchio, ma trovo ancora la forza di spingere la sua sedia a rotelle lungo le stradine del parco, lasciando la sua badante ad attenderci all’ingresso. Continuiamo a parlare tutto il tempo, come è sempre stato tra noi. Poi, prima della chiusura, rientriamo alle nostre abitazioni e alle nostre famiglie. Siamo rimasti come all’epoca, ma con molti nipoti in più di cui parlare e sempre nuovi progetti da portare a termine, fin quando avremo forza per pensare. Abbiamo preservato il nostro amore da tutti e lo abbiamo coltivato come un fiore raro, a cui non abbiamo mai fatto mancare cure. Dalla nostra felicità abbiamo attinto tutta l’energia necessaria per affrontare i problemi e le necessità dei cari a cui niente abbiamo mai sottratto. Alfredo Martinelli, Benevento, 28 marzo 2020 AMBenevento, 31 marzo 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>il Guerriero errante &#124; lettura del racconto originale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Mar 2020 11:19:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Videoracconti]]></category>
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					<description><![CDATA[&#8220;il Guerriero errante&#8221; è il racconto di oggi. L&#8217;ho scelto perché lui, un po&#8217; come noi oggi, è stato costretto a vivere sopra le mura della città, non potendo né scendere e né essere visto. Ma dalla sua posizione riconosceva l&#8217;anima della sua amata rivestire nei secoli corpi sempre differenti, fin quando la maledizione non fosse stata rimossa, il giorno che lei avrebbe riacquistato memoria di lui e del loro antico amore. E il Guerriero ci riesce, dopo tanti secoli di erranza invisibile sulle mura, trova il modo di far tornare il ricordo alla Dama. Quello che ho letto stamane è il cuore di tutta la storia, il racconto da cui poi ho trasposto l&#8217;intera opera musicale, insieme ai colleghi de La Bottega del Tempo a Vapore​, che potete rileggere e ascoltare qui: Il racconto è presente nel mio &#8220;Sparse carte&#8221; edito nel 2016 da &#8220;Eretica edizioni&#8221; AMBenevento, 16 marzo 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>lettura del racconto breve &#8220;l&#8217;acqua&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2020 10:09:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[in un momento di difficioltà relazionale, come quello che si sta vivendo in questi giorni a causa dell&#8217;epidemia del virus Covid-19, volgarmente definito Coronavirus, in molti mi hanno chiesto di continuare a scrivere e rendere pubblici i miei racconti brevi o leggerli. Non essendo un attore, non aspettatevi nulla di particolare, ma, a mio avviso, è almeno accettabile La musica elettronica in background è di Marco Sica: Improvvisazione per Mother 32 DFAM Tanzbar Chapman Stick M.S. È possibile leggere la versione scritta del racconto, andando aquesta pagina del blog:https://www.alfredomartinelli.info/libri-racconti-storie/lacqua.html AMBenevento, 11 marzo 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Tra le guance e le tempie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Sep 2018 17:20:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Nulla era per me più ipnotico delle sue mani. Ancora oggi, quando qualcuno mi chiede cosa mi abbia colpito, rispondo quasi sempre il sorriso oppure lo sguardo, in qualche caso dico la spontaneità, ma non è vero o comunque non lo è fino in fondo. Sono le sue mani ad avermi stregato. Non che il resto sia da meno, anzi, potrei stare ore a descrivere senza stancarmi i suoi lineamenti e la forma delle labbra, quando mi sorride per tenerezza e quella di quando si aprono alla gioia. Ma le sue mani, le sue mani sono un mondo che si apre e parla. Quando racconta di qualcosa che non piace, nell’aria dipingono immaginarie forme spigolose: in un movimento privo di soste sostengono con vigore le parole. Tracciano forme lente e sinuose, quando l’argomento è divertente.A me piace quando mi afferrano un braccio o una spalla per attirare l’attenzione o dare enfasi al discorso o quando cercano le mie per non cadere. Non le ha mai risparmiate e continua a non farlo. La sera però le cura e loro si mantengono bene, come una raffinata signora a una cena di gala.Non sono grandi, ma armoniose e leggere. Alle volte sembrano quelle di un adolescente, in altre esprimono tutta la saggezza di chi ha avuto una vita intensa.L’altra sera, sulle pagine di un libro, seguivano le righe del testo. Non ho più resistito: le ho prese fra le mie e appoggiate tra le guance e le tempie. Davanti agli occhi della mente, in poco tempo, uno alla volta, ho visto passare tutti i pensieri e le preoccupazioni andar via meste, come bambini obbedienti controvoglia. AMBenevento, 14 settembre 2018]]></description>
		
		
		
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		<title>nel Bianco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Aug 2018 07:10:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[“Raccontami un po&#8217; di te. Hai ancora gli stessi anni di un tempo? Oggi cos&#8217;hai fatto? Indossi ancora quel profumo? e bevi sempre un po&#8217; di vino prima di andare a dormire? E i tuoi disegni? Li tieni ancora nascosti? E quando sorridi, cosa succede intorno a te? Si oscurano ancora il Sole e le altre stelle? Mi pensi? oppure hai altro per la mente? Sai, io ti penso in continuazione e spesso ti sogno. Stanotte eri vestita con un lungo abito bianco, morbido e candido, come quello delle spose. Mi hai fatto accomodare in una nuova casa e invitato per il pranzo. Con te c’erano due grossi cani, bianchi. Mi hanno riempito di feste e guaito tutto il tempo. Forse sarei rimasto, ma … mi sono svegliato. Ora vorrei fossi qui. Ascolterei nuovamente tutto quel che hai fatto prima di incontrarmi e quel che ti passa per la testa e ti chiederei: perché mi guardi così? che poi a me non salgono le parole che ho da dirti. Io avrei voglia di raccontarti di me, dei pensieri di quando sono solo, di quando cammino per stancare il corpo o di quando scrivo, pensando d’ingannare la Morte. Insomma ti vorrei raccontare di quel po’ che faccio, che non mi basta mai e mi fa dormire male, che la mattina sono già stanco e non ho voglia di parlare e vedere gente. Poi però la sveglia inizia a trillare così forte che disturba anche il gallo e mi alzo, facendo finta di non avere nulla, sperando che il nuovo giorno passi in fretta, come è successo anche stamattina e sarà domani. Sai, qualche giorno fa ti ho ritrovata tra le pagine di un libro. Ho avuto nostalgia, così ho rallentato la lettura, per tenerti più a lungo, ma all’alba ero nuovamente solo, immerso nel bianco della lampada e ho preso sonno quando di solito mi sveglio. Fuori, stamattina, il Sole si è alzato più lento del solito, ma ancora non fa freddo, per l’autunno ci vorrà tempo. Anche quest’anno penso di non comprare nessun nuovo vestito: non sono né ingrassato e né dimagrito e poi la mattina non mi va di scegliere cosa indossare. Penso che prima dell’inverno farò aggiustare la nostra vecchia moto oppure le metterò la benzina, non ricordo neanche perché non parta più. Ho pensato che qui, sui tornanti innevati della montagna, sarà più creativa la guida su due ruote. Ti sto immaginando vestita di bianco, aggrappata a me per non cadere, mentre risaliamo lungo le curve che portano sulla vetta con la neve tutta intorno, ma noi non abbiamo freddo, perché ci stringiamo forte. Il vero problema è che mi manchi costantemente e ora siamo solo due anime sperdute che vagano nell’esistenza.” AM[Benevento. 30 agosto 2018]]]></description>
		
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		<title>nella pioggia sul mare [Storia vera]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Aug 2018 21:18:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti di viaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[. La prima sensazione è di freddo: le labbra tremano e irrigidisco i muscoli per trattenere il calore del corpo. Poi il pedalare mi aiuta a scaldarmi.]]></description>
		
		
		
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		<title>Estreme congiunzioni: com&#8217;è nato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Nov 2017 12:38:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Poi è accaduto che, una fresca alba dello scorso settembre, nella fase intermedia fra il sonno e la veglia, quando ancora la ragione non carica tutti i pensieri, gli impegni e le preoccupazioni della giornata, ho avuto una sorta di sogno lucido o visione]]></description>
		
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		<title>proiezione cortometraggio &#8220;diversamente simili&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Jul 2017 08:36:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
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		<category><![CDATA[cortometraggio]]></category>
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					<description><![CDATA[Confesso d&#8217;aver provato emozione nel vedere proiettato addirittura a cinema una idea nata e proposta circa un anno fa e divenuta un reale cortometraggio grazie alla concreta collaborazione di 26 giovani ed eccellenti menti della IV A della Scuola Sant&#8217;Angelo a Sasso di Benevento e la squisita maestra Lilly. Nuovamente grazie a loro tutti e tutti i genitori, che non si sono mai tirati indietro nel dare disponibilità e fiducia. Qui è possibile vedere il cortometraggio AM Benevento, 5 luglio 2017]]></description>
		
		
		
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