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	<title>scrittura &#8211; Alfredo Martinelli &amp; dintorni</title>
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	<description>sperimentazioni tra scrittura e altre forme d&#039;espressione</description>
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	<title>scrittura &#8211; Alfredo Martinelli &amp; dintorni</title>
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		<title>la contea nera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 May 2026 14:58:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In una contea dimenticata dall’Impero, tra foreste nere, piogge incessanti e castelli custodi di segreti, nessuno è ciò che appare.]]></description>
		
		
		
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		<title>Memorie sul filo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Feb 2026 14:37:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti in PDF]]></category>
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					<description><![CDATA[Una sera qualunque, una telefonata da una cara vecchia amica e il passato torna prepotentemente a bussare]]></description>
		
		
		
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		<title>di me non chiese &#8211; racconto breve</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Apr 2025 16:54:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri, Racconti & Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[Accettai l’invito solo perché avevo voglia d’essere guardato da occhi azzurri. Nei due scuri precedenti avevo visto il baratro della paura, che lascia graffi sulla pelle dell’anima, ma la mia pelle è ormai cuoio e mi sono salvato. Sopra le strade del centro, le ultime luminarie si riflettevano sul lucido lastricato di pietra bianca. Quella sera avevo voglia di ascoltare e farmi osservare, avevo voglia di sorseggiare e farmi guardare, avevo voglia di ridere e farmi guardare. Osservare due enormi occhi azzurri che ti guardano, lava la mente da ogni maldestro pensiero, rallenta la frequenza cardiaca, rende il respiro profondo e il corpo leggero. Se ancora oggi nessuna scienza, nessuna religione, nessuna terapia, nessun polveroso manoscritto ha mai indicato questa cura, è solo perché nessuno ha mai scelto di farsi guardare, così come ho scelto io.Tutto chiude all’imbrunire in quella zona della città, che, nei giorni tersi come quello, corrisponde al lungo momento blu del cielo, tanto adorato da pittori, poeti e da me. Scegliemmo una minuscola piazza con botti come tavoli, sgabelli come sedie e olivi luminescenti di minuscole luci come tenue lucciole estive. Mi parlò dei suoi ultimi viaggi, delle ricette che aveva inventato, del libro che stava leggendo e quello appena terminato. Di idee per l’imminente futuro e quella folle idea di cambiare radicalmente vita, ma non parlò mai di lavoro, né dei suoi amori passati e presenti. Ogni parola riverberò sulle pietre delle pareti dei piccoli edifici circostanti. I suoi occhi non smisero d&#8217;osservare ogni mia minima espressione, ogni movimento del capo e delle mani mentre ascoltavo, sorseggiavo e ridevo. Di me non chiese, lo capì guardandomi, mentre i suoi occhi si tinsero dell’imbrunire e mi accolsero nel silenzio di una città divenuta per noi teatro e pubblico, scenografia e sceneggiatura, l’alfa e l’omega di quel lungo momento. AMMT, 10 gennaio 2025]]></description>
		
		
		
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		<title>Immagini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Apr 2025 20:25:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti in PDF]]></category>
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					<description><![CDATA[Qualche minuto prima di un evento a lui dedicato nella cittadina in cui è nato, un importante artista esce dalla sala per fare due passi. Incontrerà persone del suo passato, che gli faranno capire chi realmente stava cercando.]]></description>
		
		
		
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		<title>Inchiostro d&#8217;aglianico</title>
		<link>https://www.alfredomartinelli.info/racconti-in-pdf/inchiostro-daglianico.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Feb 2025 19:34:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti in PDF]]></category>
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					<description><![CDATA[Chi inviteresti una sera per una bottiglia di vino da bere insieme?
Se sbagli persona la bottiglia non si stapperà. Se scegli la persona giusta sanerai le ferite del passato.]]></description>
		
		
		
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		<title>Natale con i tuoi</title>
		<link>https://www.alfredomartinelli.info/racconti-in-pdf/natale-con-i-tuoi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Dec 2024 20:15:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti in PDF]]></category>
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					<description><![CDATA[Natale si sa, è preferibile trascorrerlo in famiglia. Non tutte le famiglie però rispettano i canoni di buonismo a cui ci hanno abituato i cliché pubblicitari.]]></description>
		
		
		
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		<title>La notte che nacque &#8220;El Diablo de las tetas&#8221;</title>
		<link>https://www.alfredomartinelli.info/racconti-di-viaggio/la-notte-che-nacque-el-diablo-de-las-tetas.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Nov 2024 21:37:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti di viaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[Era una notte anomala, dall’Atlantico arrivava aria tiepida e sembrava già estate. La piazza era invasa di persone differenti per età, estrazione sociale ed etnia. Ero in compagnia di altri due scappati di casa quasi più randagi di me, ma a differenza loro non avevo alcol nello stomaco. La giornata era iniziata prima dell’alba e in quelle prime ore del nuovo giorno, a diverse centinaia di km di distanza, la stanchezza aveva iniziato a bussare anche alla nostra porta. La lunga scala che ci avrebbe condotto verso il quartiere dell’ostello era usata come riposo per derelitti della notte e la affrontammo con la voglia di chi non vuole andare a dormire. Fu dopo pochi gradini che uno dei miei compagni venne bloccato da una ragazza con più birra che sangue nelle vene: &#8211; Italiani vero? e da lì in poi iniziò a dire di tutto e il suo contrario, tra le risate delle amiche e le nostre. Io, che ero un po&#8217; più avanti, mi tenni in disparte per un po&#8217;, sperando che i miei amici venissero rilasciati, ma la situazione si intensificò e venni chiamato a dare manforte. Come sempre accade, soprattutto durante i momenti di ebbrezza, a uno dei miei due compagni di viaggio venne in mente di chiedere alle ragazze: &#8211; secondo voi quanti anni anni ha Alfredo? Le scale si trasformarono in gradinata di un teatro all’aperto e, mentre loro mi studiavano per capire l&#8217;età, noi ci divertivamo con improbabili e divertenti consigli. Alla fine dovetti confessare e mostrare il documento di identità. Le vidi osservare con attenzione la mia data di nascita e poi riguardarmi fin quando una ebbe il coraggio di chiedere: &#8211; ma come è possibile che tu non abbia rughe? in quel preciso istante ebbi l’intuizione della giocata, il colpo che può svoltare la partita, il momento dopo il quale nulla sarà come prima: se lo giochi bene diventi un eroe, se lo sbagli sarai il peggiore dei perdenti. Ricordo bene quella frazione di secondo in cui pensai a tutte le possibili conseguenze e decisi di giocarmela senza trucchi, solo loro e la mia faccia di bronzo: &#8211; tutte le sere ruoto il viso tra le tette di donna per fare cadere le rughe &#8211; dissi con aria seria, ma divertita. Scoppiarono a ridere come bimbe e una di loro disse: &#8211; ahh … eres “El Diablo de las tetas!” fu come se avessi saltato tutti i difensori con una sola mossa e fossi andato a meta tra il tripudio del pubblico. Quella notte, sulle sponde dell’Oceano, in una terra che trasuda indipendenza, identità e libertà da tutti i pori, dalla voce di giovani donne conosciute in quel momento e mai più riviste, nacque il mito. AMBenevento, 12 novembre 2024]]></description>
		
		
		
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		<title>Centosedici colpi</title>
		<link>https://www.alfredomartinelli.info/racconti-in-pdf/centosidici-colpi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Feb 2024 06:02:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti in PDF]]></category>
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					<description><![CDATA[Cosa realmente sono le coincidenze, come e perché avvengono?
Potrebbero essere opportunità o trappole  o il puto in cui le dimensioni si sfiorano.
In "Cento16 colpi" c'è la mia versione.]]></description>
		
		
		
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		<title>Siate originali!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jan 2024 18:38:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8220;Cosa ne pensi di quel che ho scritto?&#8220; è questa la domanda che spesso mi pongono, soprattutto dopo una serata di poetry slam da me organizzata e condotta ed è da questa domanda che prendo spunto per alcune personali riflessioni, premettendo che frequento l’ambiente del poetry slam dal 2016, prima come spettatore, poi come perfomer e infine come organizzatore e conduttore. SIATE ORGINALI! questo è quel che DEVO dire e lo faccio quasi sempre, tranne quando il performer mi colpisce positivamente. Non mi riferisco al contenuto, perché, soprattutto nell’arte, tutto si trasforma, nulla o quasi si inventa da zero. Parlo dell’approccio al contenuto, alla sua metabolizzazione e successiva elaborazione: un argomento già trattato centinaia di volte potrà essere elaborato in altrettanti nuovi modi differenti e piacevoli. Pensate ad esempio al classico tema dell’AMORE. Quante volte vi hanno annoiato una poesia, una storia, un film una canzone. Opere senza un’immagine o un dialogo evocativo, una melodia non in grado di farvi vibrare, ma un semplice susseguirsi di frasi o fraseggi già sentiti, solo un po’ ritoccati e niente di più e quante altre volte, sullo stesso tema, siete rimasti incantati da altre opere che hanno affrontato le stesse tematiche, ma da un punto di vista diverso o usando frasi per disegnare scene e momenti in grado di scatenare in voi potenti emozioni? SIATE ORGINALI! NON usate schemi predefiniti per acchiappare facili consensi o semplici like sui social. Tutti valori che lasciano il tempo che trovano. Inoltre, il confronto con un pubblico reale, pensante e abituato all’arte è estremamente sincero e non fa sconti. Fate uscire la vostra essenza! Ognuno di noi è originale e irripetibile, questo è quel che dovete fare emergere quando scrivete, che sia musica, poesia o narrativa, ma lo stesso vale per quasiasi altra forma d’arte. Quanto più si è naturali, spontanei e liberi, più facilmente emerge il “daimon” interiore, che indica la strada verso la piena libertà di noi stessi, rendendoci persone migliori. SIATE ORGINALI! La prossima volta che vi approccerete alla creazione, pensate soprattutto al COME lo farete! AMBenevento, 24 gennaio 2024]]></description>
		
		
		
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		<title>il mio esalogo</title>
		<link>https://www.alfredomartinelli.info/sparsi-pensieri/il-mio-esalogo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Jul 2023 16:11:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[sparsi pensieri]]></category>
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					<description><![CDATA[per provare e vivere meglio almeno con me stesso, nel tempo mi sono dato delle linee guida, che spesso mi hanno aiutato: ascolta tutti coloro che ti parlano di sé, ma non giudicarli mai. Non sai perché hanno fatto quel che ti dicono, di sicuro avranno avuto le loro motivazioni, giuste o sbagliate che siano. accogli chi ti si avvicina, al tempo stesso lascialo andar via quando lo deciderà. Non hai nulla da pretendere da nessuno. soffermati a parlare con chi è più anziano per capire da dove vieni, ma frequenta chi è più giovane, per comprendere dove sei adesso. se hai figli lasciali liberi di esprimersi e rendili intellettivamente autonomi, loro non sono te. Non scordare però che sono in questo mondo per causa tua. Sii sempre il loro rifugio in caso di necessità. allarga la Vita tutte le volte che ne hai la possibilità, non rannicchiarti nella tua comfort zone e lascia perdere il giudizio degli altri. Il Tempo passa molto più rapidamente di quel che pensi. qualunque sia il tuo orientamento sessuale, non scordare mai il potere terapeutico delle tette, uno dei pochi veri doni della Natura al genere umano AMBenevento, 12 luglio 2023]]></description>
		
		
		
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		<title>Un’inquietante sensazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 May 2023 15:16:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[a pagina 23 del bollettino n.70 per i venti anni della AMYS, potete leggere il mio racconto. Considerando la giuria &#8220;bonelliana&#8221; che l&#8217;ha valutato adatto alla pubblicazione, nonnposso che essere appagato AMBenevento, 15 maggio 2023]]></description>
		
		
		
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		<title>La domanda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Nov 2022 08:41:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[S&#8217;era fatto tardi, molto tardi. La luce era soffusa e calda, mentre il vino aveva rammolito le gambe e sciolto i lacci sui pensieri e le congetture. Non ricordo chi fu a porla per primo, ma ricordo bene la domanda: &#8220;chi vorresti ti venisse a prendere nel momento della morte?&#8220; La prima a rispondere fu la ragazza abbandonata sul divano di fronte. Lei avrebbe voluto la madre, morta già da alcuni anni. Chi non aveva cari tra il personale elenco dei defunti, pensò agli animali di quando erano giovani. Qualcuno invocò un famoso giocatore, come se fosse in ascolto e pronto a esaudire il desiderio. La domanda veniva posta sempre da una persona diversa, alle volte a caso, alle volte da chi aveva appena risposto. La sentivo orbitare senza fretta intorno a me, quasi a voler darmi il tempo di riflettere.Più la domanda si avvicinava e più mi saliva la tensione. Pensai a chi non c&#8217;era più tra i miei parenti e gli amici, il cane di quando ero ragazzo e qualche famoso artista alle cui opere sono molto legato.Nel frattempo la lista scorreva.Qualcuno nel frattempo si era messo a piangere.Come in una terapia collettiva il cui scopo è far emergere il proprio io interiore per liberarlo, man mano che la domanda proseguiva le risposte si facevano più serie e più di uno chiese di cambiare la propria, data con iniziale superficialità. Un po&#8217; alla volta il vociare s&#8217;abbassò, fino a divenire rispettosa attesa della risposta successiva. A un tratto percepii che stava per giungere il mio momento, ma ancora non avevo scelto e sentivo il nervosismo salire fino a farmi diventare smanioso. La donna accanto a me impiegò tempo a rispondere, perché era impegnata a trattenere le lacrime, mentre io non riuscivo a scegliere. All&#8217;inizio avevo pensato di rispondere con una battuta tipo: &#8220;una tettona!&#8221;, ma non era più il momento. Avrei dovuto rispondere seriamente, almeno in forma di rispetto per gli altri, ma nel frattempo mi contorcevo sulla poltrona senza riuscire a fare emergere la giusta risposta, quella che mi avrebbe alleggerito da un peso primordiale, di quelli che senti, ma non sai da dove arrivino. La donna rispose come una liberazione e corse ad abbracciare una persona in piedi nella stanza. Avevo avuto qualche momento in più per pensare, ma ero ancora totalmente bloccato.La domanda era ormai giunta fino me. Era il momento di rispondere.Guardai il vino nel bicchiere e sentii il suono del mio pesante respiro nella testa, poi incrociai lo sguardo di chi mi stava per chiedere. Restammo a lungo a parlarci con gli occhi, fin quando disse: &#8220;verrò io a prenderti! &#8220;grazie papà!&#8220; AMBenevento, 30 novembre 2022]]></description>
		
		
		
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		<title>Profumo e prurito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Jul 2022 09:28:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri, Racconti & Storie]]></category>
		<category><![CDATA[panchina]]></category>
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		<category><![CDATA[prurito]]></category>
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					<description><![CDATA[Persone a me care, che ben hanno inquadrato la mia particolare caratteristica di attirare individui strani più di me, mi ricordano spesso di non girovagare troppo da solo e soprattutto usare la via più breve per ritirarmi. Seguire i sentieri meno battuti è però più forte di me. Così, qualche giorno fa, il Caso ha voluto farmi incontrare un tizio che definirei niente male in quanto a svalvolatura. Lui era seduto su una panchina al centro di un vialetto malmesso, che attraversa uno dei tanti giardinetti urabani semi abbandonati e carichi di piccola immondizia da spuntino veloce. Accanto a sé aveva una borsa a forma di cubo gigante, simile a quella che usano per le consegne di cibo a domicilio, ma nelle vicinanze non c&#8217;erano né bici e né motorini. Mentre mi stavo avvicinando ho iniziato a vederlo agitarsi, ma non in modo eccessivo. Ho provato a fare finta di nulla, ma quando sono arrivato a pochi metri da lui ha alzato la mano in segno di stop e con veemenza mi ha intimato di fermarmi qualora usassi profumi, perché a lui generano una reazione allergica e sarebbe stato male con bruciori su tutto il corpo. Sì consideri che eravamo all&#8217;aperto e di certo non gli sarei passato strusciandomi addosso. Per tranquillizzarlo gli ho così detto di non preoccuparsi, perché era da una settimana che non mi lavavo. Mi ha guardato in modo più strano di quanto io probabilmente stessi guardando lui, ma non ha avuto la prontezza di controbattere e così l&#8217;ho passata liscia, continuando a camminare con aria indifferente. AMBenevento, 5 luglio 2022]]></description>
		
		
		
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		<title>Rosso cadmio</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Aug 2020 18:03:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[All&#8217;epoca ero molto piccolo, ma non scorderò mai le parole del medico a mia madre:&#8211; “Signora, suo figlio è totalmente anaffettivo, ma non per colpa sua. Il suo organismo non produce la sostanza che regola le emozioni. Solo per questa ragione non riesce a provarle. Non ha un brutto carattere.” Seppur ancora bimbo, capii che non era una cosa buona, ma capii anche che non era colpa mia se non sorridevo come gli altri o non piangevo quando mi lasciavano all&#8217;asilo, non avevo paura del buio e non ero contento a Natale. Vidi invece qualcosa di nuovo nel volto di mia madre, come il passaggio di una luce negli occhi che si andò a poggiare sulle labbra in un accenno di sorriso. Quel giorno ricordo bene che era estate piena, perché la notte dormivamo con tutte le finestre aperte e sentivo le cicale frinire come se le avessi accanto al letto, nella stanza. Non mi davano fastidio, piuttosto mi facevano compagnia. Molto meglio loro di tutti quelli che passavano il giorno a dirmi “e sorridi un po’ su!” &#8211; “ma cosa è successo? è morto anche oggi il gatto?” &#8211; “e fallo un sorriso alla zietta tua, che ti costa, sono così antipatica?” &#8211; “ah sta arrivando quello scemo!” e altre varie amenità. Al ritorno nel nostro piccolo paese, immerso nei campi di grano distesi lungo le pendici delle colline, per diversi giorni notai mamma indaffarata in qualcosa. Andava e veniva tra la casa e la cantina, posta sotto la nostra palazzina in pietra, dislocata in una delle tante vie del quartiere, tra i saliscendi delle scale e gli scorci affacciati sulle valli intorno. Poi un giorno venne a cercarmi. Io ero in giro tra i vicoletti a giocare con i gatti. I miei coetanei mi evitavano per via del mio essere strano. Ma non sempre era colpa loro, molti seguivano le indicazioni delle nonne e delle mamme, secondo cui ero impossessato dal diavolo. Mi trovò ero seduto su uno dei tanti gradoni delle lunghe scalinate in pietra che collegavano internamente le zone del quartiere. Intorno avevo tre gattoni neri, così grandi che, se avessero voluto, avrebbero anche potuto mangiarmi. Invece mi dormivano placidi sulle gambe e le spalle. Quando mi vide, mi chiamò con la solita dolcezza, dalla quale, quella volta, intravidi una particolare gioia. Aveva fretta, così mi prese per mano per camminare più spediti. Dietro noi, i gatti seguivano silenziosi. Giunti sull’uscio della cantina, notai che dal grande scaffale in tavole di legno sulla parete di fondo, aveva tolto tutte le bottiglie di salsa fatta in casa e i barattoli delle conserve. Al loro posto aveva messo tanti altri barattoli, che a prima vista sembravano vuoti. “Vieni” mi disse, “mettiti al centro della stanza e chiudi gli occhi”. Seguii le indicazioni e, per avere certezza di non sbagliare, mi coprii il viso con entrambe le mani. Sentii il clic dell’interruttore della luce e lei dire “Ora aprili!”. Dapprima non notai altro che un avvolgente buio, poi, un po’ alla volta, vidi accendersi delle lucine in ogni barattolo. Si muovevano e luccicavano di una fosforescenza tra il giallo e l’arancione. Un po’ alla volte la luce divenne così intensa che riuscivo a vedere cosa ci fosse nella stanza. Sembrava di vedere il mio paese da lontano, lungo la strada che passa tra i campi. Mi lasciò osservare con calma, poi mi prese la mano e mi condusse vicino al grande scaffale. Il mio volto era all&#8217;altezza del ripiano più basso e notai in ogni barattolo due o tre lucciole e una garza a ricoprire l’imbocco del vasetto per tenerle dentro. “Così moriranno!” le dissi, senza commentare altro e con la mia voce monocorde. Lei rispose con la solita pazienza “Non preoccuparti, tra poco le libereremo, ora però guarda e ascolta con attenzione.” Subito dopo, mi fece vedere un foglio, messo sotto il barattolo davanti ai miei occhi e notai che sotto ogni barattolo c’era un foglio differente. Lo prese e sopra c’era la foto ritagliata da un giornale, di un ragazzino che rideva. Da una scatola lì vicino estrasse una candela e disse: “Immagina che questa candela sia una tua emozione. Scegli quale emozione ti piacerebbe avere.” “Voglio ridere”, le dissi d’istinto. “Bene”, disse e insieme liberammo le lucciole dal vasetto dove c’era l’immagine del ragazzino che ride. Poi prese la candela, la mise al posto delle lucciole e disse: “Ora che la accenderò, tu sorriderai come questa foto e ti guarderai in questo specchio per i trucchi. Lo lascerò qui e potrai usarlo quando vorrai.” Lei accese la candela e io imitai l’espressione del ragazzo, lo feci senza pensarci, come se fosse un gioco tra me e lei. Guardandomi nello specchio non ero tanto male e mi piacque. Sorrise anche lei e mi fece piacere vederla contenta, così le proposi di farlo con un’altra foto. “Quale scegli?” “Paura” risposi e cercammo il vasetto con il ritaglio di giornale di uno che aveva la faccia spaventata. Giocammo ancora un po’ con altre espressioni. Prima d’andar via, mi mise al collo la chiave della cantina infilata in un lungo laccio colorato e disse: “Ogni volta che penserai di voler ridere, gioire, aver paura, piangere, essere triste o sconsolato, vieni qui e accendi la candela nel vasetto che corrisponderà alla emozioni che vorresti avere.” “E se avessi voglia di accenderle tutte, cosa significherebbe?” le chiesi con la tipica curiosità dei bambini. “Vorrà dire che sarai innamorato!” rispose accarezzandomi una guancia. Andammo via e ognuno tornò alle proprie faccende: io a giocare con i gatti e lei alle prese con la casa, i pasti, i panni e il suo lavoro. Nei giorni seguenti di tanto in tanto scesi in cantina e mi divertii ad accendere candele e fare le facce strane. Divenne un gioco, che un po’ alla volta mi insegnò a ricordarmi la faccia da fare per esprimere quel che pensavo fosse il sentimento più adeguato alla situazione. Soprattutto all&#8217;inizio non sempre selezionavo dai ricordi la giusta espressione, ma, anche grazie al suo aiuto, la situazione migliorò e arrivai alle scuole superiori ormai padrone di ogni mimica adatta alle principali situazioni in cui avrei potuto trovarmi. A tutte, ma non a quella ritenuta da tutti la più importante e quando giunse mi trovò totalmente impreparato. Lei ballava danza classica e la sua grazia cancellava ogni ricordo di espressione da fare. Quando mi trovavo con lei la mente era persa altrove, lontana dalla cantina, dalle candele e dai ritagli di giornale. Nonostante tutto, un po’ anche grazie alla presenza di altre persone, riuscii a mascherare la mancanza e farle capire che mi piaceva molto sia al sua figura durante la danza e sia come persona. Lei apprezzo e tra noi si stabilì un bel rapporto di amicizia. Venne poi il tanto desiderato giorno della prima uscita insieme. Così, prima d’andarla a prendere sotto casa, passai in cantina e raccolsi molti ritagli di giornale. Li ripassai un’ultima volta e li misi in tasca, con la speranza di avere modo di prendere quello giusto, qualora fosse servito. Sembrava andare tutto bene, fin quando non salimmo in cima al paese. Seguendo un sentiero buio come quella volta nella cantina, giungemmo fin sui ruderi del vecchio castello. Sembrava d’avere il mondo ai nostri piedi e io mi immobilizzai. Ero alla ricerca della giusta espressione, ma non ricordavo più nulla, sentivo solo il petto battere forte e la saliva fermarsi in gola. Nel più totale immobilismo espressivo, mi voltai verso lei, quasi in cerca di aiuto, ma senza riuscire a farglielo capire. “Aspetta qui.” disse però lei e sparì dietro uno dei malconci muri ancora in piedi. Rimasi al centro dei ruderi, nel punto più alto. Da un lato c’era la vallata dei campi di grano, buia come il nero sipario di un teatro. Dall&#8217;altra c’era il paese. Proprio dalla parte del paese uscì lei. Indossava un abito da ballo color rosso cadmio e le scarpette bianche da palco. Alle sue spalle, i vicoli, le scale e le strade del paese erano illuminati da tante piccole luci con un colore tra il giallo e l’arancione tenute. Erano tutte accese e ricordai le parole di mia madre in cantina, poi osservai il suo volto illuminarsi come avrei voluto divenisse il mio. La imitai, come se fosse stato il gesto più spontaneo che potessi fare in quel momento. Lei si inchinò come per un invito e danzammo come mai avevo fatto. AMBenevento, 24 agosto 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Indaco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Jul 2020 20:24:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri, Racconti & Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[Stanotte è venuta a prendermi una ragazza, per portarmi in un luogo in cui avrei dovuto condurre un evento non ben specificato. A differenza di quanto possiate immaginare e visto che sto parlando di lei, vi dirò subito che non rispecchia assolutamente i miei personalissimi canoni di bellezza femminile, tranne per il fisico quasi da pantera o per meglio dire, da donna atletica. Ha il seno piccolo, capelli molto lunghi e ricci di un marrone lucente, occhi scuri, come la notte che ti consola e labbra poco pronunciate. Indossava un leggero abito color indaco, con uno spacco da sopra il ginocchio a scendere. Mi ha fatto entrare in una vecchia automobile bianca con gli interni in velluto blu a costine. Alla guida c’era un anziano tipo con baffi e capelli ossigenati, caratterizzati da una notevole ricrescita bianca. Io e lei sedevamo dietro, ma al centro, non accanto agli sportelli. Quando lui si è girato ha mostrato denti ingialliti dal fumo e occhi di uno scolorito azzurro, quasi annacquato. Pare che sia suo zio e che mi conosca perché ha letto qualcosa che ho scritto, gli è piaciuto molto e ha avuto per tutto il tempo una sorta di riverenza nei miei riguardi. Durante il lungo tragitto siamo stati inseguiti o comunque pedinati da qualcuno che non ho capito. Di sicuro uomini che non avrebbero voluto la mia presenza all’evento, ma non so per quale ragione, forse perché semplicemente gelosi della ragazza. Per sfuggire l&#8217;autista ha corso parecchio e cambiato strada più volte. In una piccola cittadina di provincia non si passa certo inosservati con una guida del genere. Ogni volta che la ragazza si è girata per capire se fossimo riusciti a seminare gli inseguitori, sulla pelle ho percepito la morbidezza dei suoi capelli. La sua enorme carica sensuale si è trasmessa col contatto del braccio appoggiato al mio petto per non sbandare durante le curve strette e i rapidi cambi di corsia. Il tutto è avvenuto senza troppa concitazione interna all’abitacolo e con naturalezza di movimenti. Alla fine ci siamo fermati in prossimità di una zona della città accanto a una chiesa moderna, con un grosso edificio circolare accanto, simile a un oratorio o un piccolo teatro e lì siamo scesi. Lei m’ha chiesto di mantenerle le scarpe, mentre si appoggiava a me per cambiare calzature: ha piedi eleganti e armoniosi con unghie senza smalto. Dopo il cambio ci siamo avviati verso l&#8217;edificio basso in cui ci sarebbe stato l&#8217;evento. Lì è andata via svanendo subito dopo l’ingresso e lasciandomi con quel vago senso di innamoramento, che rende più lieve lo scorrere della vita. Se la conoscete, vi prego, fatemi avere il suo nome. Alfredo Martinelli Benevento, 6 aprile 2020 AMBenevento, 13 luglio 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>ascolta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2020 07:57:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[una serenata senza musica, così immaginai &#8220;Ascolta&#8221; in quell&#8217;oramai lontano dicembre del 2014. Chi vuole leggere la versione cartacea, può scaricare gratuitamente &#8220;Sparse carte&#8221; a questo indirizzo:https://www.alfredomartinelli.info/scarica-sparse-carteIl tappeto musicale che accompagna la lettura è &#8220;Etere&#8221;, brano di musica elettronica composto da Marco Sica AMBenevento, 2 aprile 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>la gentilezza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Mar 2020 07:25:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[E così, tutto quel che un tempo era ora non è più. Non sei più tu e non sono più io. Quel che ci accumunava è svanito. Forse consumato dal tempo, forse logorato dalle distrazioni, dagli impegni di lavoro, da passioni differenti, sopraggiunte con l’età. Siamo distanti, seppur vicini. Siamo seduti accanto, ma non ci comprendiamo, anzi, non parliamo: ci trasmettiamo informazioni di servizio, con gentilezza, ma senza emozione. Con gentilezza ci scambiamo favori e ci chiediamo “Come stai?, Ti serve qualcosa?” Ma è gentilezza, non è amore. E poi ci sono i tuoi genitori e i miei genitori e anche con loro noi siamo molto gentili. Li invitiamo a pranzo la domenica, li andiamo a trovare, a fare la spesa. Sono anziani e devono sapere che fra noi tutto scorre come un tempo, così come i vicini e gli amici dei nostri figli. Già, per non parlare dei nostri ragazzi. Vivono nel loro mondo, nei loro amori, nei loro viaggi. Da parte nostra non sarebbe carino distrarli. Per questo, in loro presenza, fra noi siamo ancora più garbati e qualche volta ti avvicini anche per un bacio o una carezza gentile. Gentile appunto, non affettuosa o carica di sensualità come lo furono un tempo. La notte dormiamo accanto e qualche volta facciamo l’amore, sempre con molta gentilezza, perché anche il corpo pone le sue esigenze. Poi, sdraiati di spalle, ognuno torna al suo mondo e prende sonno. Qualche volta, penso che tu possa avere un’altra persona con cui condividi le idee e il pensiero non mi genera fastidi. Al nostro tempo migliore, avrei sentito la morte dentro salire a rapidi passi, come quando una pianta sente avvizzirsi senz’acqua. Oggi penso che ti farebbe bene avere qualcuno che apprezzi le tue idee e la tua gentilezza. Io al momento non ho nessuno e penso che mai avrò qualcun altro, non sarebbe gentile nei tuoi riguardi AM Benevento, 22 marzo 2020]]></description>
		
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		<title>lettura &#8220;Estreme congiunzioni&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Mar 2020 10:46:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Come quando in propongo pubblico lo spettacolo, accompagnando con la chitarra le parti da me lette. Solo che in questo video, mancano tutti gli altri con le loro coinvolgenti interpretazioni di poesia performativa, che integrano il senso della storia narrata. Se volete sapere com&#8217;è nata l&#8217;idea del progetto, potete approfondire qui oppure potete vedere e ascoltare una bella lettura estemporanea di Chiara Mattucci, durante lo &#8220;Strit Festival&#8221; di Napoli nel 2018 AMBenevento, 18 marzo 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>rossetto</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Mar 2020 17:31:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sarò anche il più giovane della famiglia, ma la baracca la porto avanti io. Per questo gli altri mi adorano. Mi venerano come un piccolo principe. Ad esempio ogni mattina mia madre mi sveglia portando in camera un profumatissimo caffelatte, una tazza di fragranti biscotti fatti da lei e le ciabatte, d’inverno riscaldate accanto al camino o tenute al fresco d’estate. Mia sorella mi prepara la vasca da bagno, profumando l’acqua con fiori di lavanda e foglie di salvia. Mi lava la schiena, il collo, le braccia, tutto il torace e i piedi, usando la parte ruvida della spugna. Adoro quando poi la sera arriva mio padre e prima di andare via, mi massaggia il collo e le spalle. Per lui è già un grande sforzo, considerando tutti i problemi fisici che ha. Di notte lavora in una fabbrica di birra come assaggiatore. È un duro lavoro notturno, che fa da tanti anni, forse più o meno qualche anno dopo le mie medie. Mi ha detto una volta che prima lavorava nei campi, come me adesso, poi ha avuto grossi problemi alla schiena e ha dovuto cambiare mestiere. Poverino, ha ragione! Qualche volta, quando si ritira all’orario in cui io esco dal bagno, lo vedo barcollare, col viso stravolto dalla stanchezza. Mi dice sempre: “Figliolo, il mio è un duro lavoro, ma qualcuno deve pur farlo!” Tutti e tre mi hanno sempre tenuto al centro dei loro pensieri. Be’, forse non sempre, più o meno tutto è iniziato verso la fine delle scuole medie, quando il mio possente fisico già mostrava tutta la sua forza: ero già alto più di un metro e ottanta e avevo spalle più larghe di quelle di mio padre. Loro hanno capito di trovarsi al cospetto di un giovane toro e hanno fatto venire a casa un maestro privato, che mi ha insegnato tutto quello di cui avevo bisogno, difatti parlo e scrivo benissimo, senza aver perso tempo con la scuola e quelle scimmie che sarebbero potuti essere i miei compagni di classe. A partire dalla mattina iniziavo subito con una corposa colazione, poi un paio di ore con il maestro e via nei campi. Da lì in poi ogni stagione ha la sua bella caratteristica: c’è quella in cui si pota, quella in cui si semina, quella in cui si raccoglie. Poi le bestie da allevare e mangiare. E me la vedo da solo. Sì, perché i miei familiari, poverini, sono impegnati in altro. Mia madre ad esempio prepara da mangiare e poi, insieme a mia sorella, si dedicano ai clienti che arrivano a casa. Vengono a farsi fare i massaggi e devono essere anche parecchio dolorosi, perché, qualche volta che rientro per bere, li sento lamentarsi e sento anche parecchio rumore provenire da sopra, forse cercano di scappare e li devono acchiappare. Per fortuna mio padre non si sveglia. Poverino … altrimenti non so come farebbe ad avere la forza di andare a lavorare per tutta la notte! Comunque non tutti i clienti sono paurosi. Qualche volta li ho visti quando entrano: alcuni portano anche i fiori o qualche bottiglia di vino buono, altri, quelli un po’ più anziani portano la spesa, tipo pane, latte, biscotti. Però qualche giorno fa mi è successa una cosa che mi ha lasciato ancora scosso. Quando mamma è entrata ha lanciato un urlo fortissimo e le è anche caduto il vassoio con la colazione. Io mi sono alzato di soprassalto, impaurito al punto che stavo per scoppiare a piangere. Avevo tutto il caffellatte sulle lenzuola e non capivo perché continuasse a rimproverarmi: “Cosa hai fatto!” diceva urlando “come hai potuto!”, ma io non capivo. Poi in camera è piombata anche mia sorella. Si era appena svegliata e aveva ancora tutto il trucco che usa per lavorare sparso sul viso. Anche lei ha iniziato a urlare: “Sei uno schifoso, come hai potuto tradirla!” e poi è scoppiata in lacrime dicendo “e ora che sarà di noi?” che quando mamma ha sentito quella frase le ha strillato “Non ti permettere!” e le ha mollato un ceffone così forte che sembrava si fosse rimesso a posto il trucco, ma mi ha fatto mettere così tanta paura che è uscita la pipì da sola e ho avuto vergogna. Quando mi sono alzato per andarle incontro ad abbracciarla si è scostata e ha continuato a strillarmi: “Sei un porco, come hai potuto?” Io non riuscivo a capire capire e mi era venuta anche voglia di andare in bagno. Uscendo dalla camera ho travolto mio padre che stava arrivando preoccupato e quando mi ha visto anche lui ha cambiato faccia, è impallidito e quasi balbettando ha guardato verso mia madre che stava avanzando inviperita: “Chi è stata? dillo a me! Chi è stata che la metto a posto io!” io continuavo a non capire e me la stavo anche facendo sotto, così sono scappato in bagno e ho chiuso la porta a chiave. Fuori li sentivo ancora urlare e imprecare come mai era successo. Non avevo voglia di aprire e ho appoggiato le mani sulle orecchie per non sentirli. Nel girarmi però ho visto la mia immagine allo specchio e ho finalmente capito: avevo tutto il viso sporco di rossetto così rosso e intenso, che da solo parlava di passione. Però a quel punto ho avuto paura anch’io! Possibile che l’avevo tradita senza neanche ricordarlo? Mi sembrava strano e mi è venuto un vuoto allo stomaco, come quando l’asino mi ha colpito con una testata. In tanti anni non avevo mai desiderato altro che lei ed ero ricambiato in continuazione dal suo amore: mi aveva sempre dato tutto il suo indiscusso affetto e non mi aveva mai rifiutato, mai, mai un rifiuto in tanti anni e io l’avevo sempre rispettata per questo e l’amavo dal profondo del mio cuore. A quel punto avevo capito la sincera preoccupazione dei miei familiari, ma dovevo anche capire cosa fosse successo a me, se qualcuno mi avesse drogato e approfittato del mio corpo non avrei potuto perdonarmelo. Io sono solo per lei e nessun’altra si deve intromettere. Però, prima di ogni altra cosa era necessario scusarmi con lei. Col cuore gonfio di pene e tristezza ho aperto la porta, sono uscito gridando col mio vocione: “Basta basta!” e alzando la braccia li ho fatti zittire. Per la prima volta, dall’alto dei miei due metri li ho visti quasi intimoriti. Senza attendere sono corso fuori e li ho sentiti seguirmi affannati. In pochi balzi sono arrivato nell’ovile, ho scaraventato la porta per aria e, saltando la prima staccionata l’ho guardata dritta in viso. Solo in quel momento mi sono tranquillizzato. Lei era tranquilla e beatamente masticava il suo solito ciuffo d’erba con le labbra ancora sporche di rossetto. Alfredo Martinelli [Benevento, 10 giugno 2019] AMBenevento, 6 marzo 2020]]></description>
		
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		<title>Afonia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2020 19:19:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Imparai a inventare e scrivere storie perché le emozioni non diventavano parole per uscire dalla bocca, piuttosto mi rendevano afono. Fin quando si trattava di un&#8217;interrogazione, una equazione alla lavagna o una lettura in chiesa, non avevo problemi, ma la prima volta che provai a invitare per un lento una ragazzina che mi piaceva, dalla bocca uscì un suono simile a un muggito soffocato. A lei venne da ridere, si girò e andò via per farlo da un&#8217;altra parte. Rimasi incredulo, ma dovetti ben presto capire che non era stato un caso. Con il passaggio dalle medie alla superiori tenni sotto controllo la situazione evitando di provare interesse per le ragazze. Ero divenuto così abile nel bloccare ogni emozione, che sul mio conto c&#8217;erano due scuole di pensiero. Secondo la prima ero un tipo fin troppo razionale, che non lasciava nulla al caso, quasi simile a un robot. Per altri ero un grande strafottente, uno di quelli che avrebbe campato oltre cent&#8217;anni. Io davo ragione a entrambi i punti di vista e tiravo dritto per la mia strada. Con i miei nonni e genitori avevo preso la bella abitudine di scrivere bigliettini augurali densi di tutto le parole che non sarebbero mai uscite, perché troppo cariche di emozioni per uno con il mio problema. Loro apprezzavano molto e scoprii che addirittura ognuno di loro conservava i miei bigliettini, come se fossero stati buoni postali. Tutto sommato, la mia vita, seppur priva di innamoramenti, sfilava via ricca di tante altre soddisfazioni. A scuola andavo bene, sapevo intrattenere adulti e coetanei con conversazioni che spaziavano dai poeti trovatori al più banale dei film natalizi. Non avendo altre distrazioni, trascorrevo il tempo ad apprendere un po&#8217; di tutto. Poi un giorno arrivò la batosta fino a quel momento evitata con attenzione. La vidi nella palestra della scuola, dove il pomeriggio alcuni di noi facevano il rientro per allenarsi. Lei e le sue compagne di squadra erano alle prese con esercizi di ginnastica ritmica. Non so dire quanto tempo rimasi incantato a osservare la perfezione dei movimenti e la grazia dei lineamenti: dal profilo del viso, all&#8217;eleganza delle spalle, passando per il seno e giù fino alle gambe, non c&#8217;era un solo elemento fuori armonia. Il tutto si raccordava a due enormi occhi profondi come lo spazio che di notte mantiene le stelle sopra le nostre teste. &#8220;Mi hai guardato tutto il tempo, c&#8217;è qualcosa che non va?&#8221; mi chiese a fine allenamento fermandosi davanti a me con aria quasi scocciata. Non so bene quale suono mi uscii dalla bocca, però ricordo bene la sua espressione incredula. Disse semplicemente &#8220;eh? … va be&#8217; dai, lascia perdere!&#8221; ed entrò negli spogliatoi. Quel giorno mi allenai con molto più vigore del solito e lo stesso accadde la volta dopo e la successiva ancora. Ma dopo una settimana esatta, la rividi nuovamente nello stesso posto e rimasi ugualmente a fissarla tutto il tempo. Questa volta se ne accorsero anche i miei compagni di squadra: &#8220;Ehi, non dire che ti piace quella lì? lo sanno tutti che non si fila a nessuno, non perderci tempo che ti farai male!&#8220; &#8220;Ma figuratevi!&#8221; risposi, aggiungendo un po&#8217; di verità: &#8220;però è carina!&#8220; &#8220;Carina? è proprio bona!&#8221; risposero in coro e li seguii negli spogliatoi ridendo, per camuffare il disagio che iniziavo a provare al solo pensiero di doverle parlare. Durante la settimana successiva seppi la via in cui abitava, la scuola dove stava frequentando l&#8217;ultimo anno e il giro di compagnie con cui usciva, più altre informazioni su un presunto suo fidanzatino di qualche anno prima. Tutto utile e al tempo stesso inutilizzabile. Cosa avrei potuto fare, per vincere la mia afonia da emozione? Nel frattempo il tempo passava e io continuavo ad avvitare i pensieri lungo una spirale senza fine e senza senso. Fin quando, come la visita inaspettata di un caro amico, giunse l&#8217;illuminazione. Ero tra la veglia e il sonno, tra la notte e l&#8217;alba, quando i pensieri vagano ancora liberi dalle convenzioni. Iniziai quello stesso pomeriggio a lasciare pezzi di frasi scritte accanto ai suoi oggetti. Non solo in palestra, ma nella cassetta della posta chiuse in una busta da lettera a lei indirizzata, sotto il suo banco in classe e nel suo zaino. Non ebbi fretta nel farle recapitare i fogli e non ebbi sempre la stessa cadenza temporale. Alle volte tra uno e l&#8217;altro feci intercorrente 3 giorni, in altri casi 2 o 4. Anche i metodi variavano, anche se alle volte si assomigliavano. Arrivai a farle giungere una frase con un aeroplano di carta lanciato in camera sua, una attaccata a un palloncino colorato portato da un bambino e, un&#8217;altra sul tovagliolo di una colazione al bar. Tutto grazie a molti amici fidati. Le parti di frase non erano in sequenza, in modo che per capire il senso sarebbe stato necessario avere il giusto ordine. Nell&#8217;ultimo foglio non misi una parte di frase. Scrissi che per la giusta sequenza l&#8217;avrei aspettata in un pub del centro storico e nel farlo mi tremarono le mani, perché, se non avesse accettato, avrebbe comunque potuto osservare da lontano chi fossi e non presentarsi. Al contempo se, se avesse accettato, la mia psicosi da emozione avrebbe potuto rovinare tutto in pochi secondi. Ma era giunto il momento di dare un senso a quel gioco di strategici incastri, al quale non sapevo se lei stava partecipando e in che modo, perché non ebbi mai alcuna prova o semplice indicazione del suo pensiero.Quella sera mi vestii bene, con ordine, tranne i capelli, che ho sempre preferito lasciare liberi. Non scelsi un tavolino in fondo alla stanza, ma al centro, per mostrare sicurezza. Ero arrivato cinque minuti prima e ormai ne erano già trascorsi quindici oltre. Avevo deciso che avrei atteso fino a venti minuti di ritardo, poi sarei andato via. Le luci di tutti quei lampadari dalle forme e colori differenti, appesi al soffitto in modo irregolare e tutte quelle stampe di fotografie che tappezzavano i muri stavano iniziando a irritarmi. La colorazione arancione, verso cui tendeva tutto quel che mi circondava, cominciò a darmi una brutta sensazione di mancanza di respiro. Un po&#8217; alla volta una brutta sensazione di oppressione e mancanza di respiro sorse pian piano dal centro dello stomaco e sentii la sudorazione risalire dalla base del collo verso la nuca. come quando capisci d&#8217;aver fallito e non hai alternative per risollevarti. Mi sentivo al centro degli sguardi di tutti gli occhi presenti nel locale, come se tutti sapessero cosa stessi facendo lì e fossero in attesa del finale. Il tempo che mi ero prefissato era scaduto ed era giunto il temuto momento di andar via senza dare nell&#8217;occhio e con lo stesso sorriso con cui ero arrivato. Mi ero preparato all&#8217;evenienza, avrei solo dovuto liberare la mia imperterrita faccia tosta, la stessa che mi aveva salvato tante altre volte e nessuno si sarebbe accorto del mio mancato appuntamento. Fu un istante prima che mi alzassi sconfitto, che sentii recitare alle mie spalle le parole nella giusta sequenza con cui le avevo immaginate. La sua non fu una lettura o una recitazione, ma un canto che dialogava con la mia anima, che in un solo istante trovo la pace e la sua posizione nel mondoOggi, dopo oltre vent&#8217;anni, ogni volta che ci arrabbiamo fra noi, lei la canta come allora e ogni aspetto del nostro mondo torna al suo posto. AMBeevento, 4 marzo 2020]]></description>
		
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