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	<title>scrittore &#8211; Alfredo Martinelli &amp; dintorni</title>
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	<description>sperimentazioni tra scrittura e altre forme d&#039;espressione</description>
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		<pubDate>Fri, 06 Mar 2020 17:31:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sarò anche il più giovane della famiglia, ma la baracca la porto avanti io. Per questo gli altri mi adorano. Mi venerano come un piccolo principe. Ad esempio ogni mattina mia madre mi sveglia portando in camera un profumatissimo caffelatte, una tazza di fragranti biscotti fatti da lei e le ciabatte, d’inverno riscaldate accanto al camino o tenute al fresco d’estate. Mia sorella mi prepara la vasca da bagno, profumando l’acqua con fiori di lavanda e foglie di salvia. Mi lava la schiena, il collo, le braccia, tutto il torace e i piedi, usando la parte ruvida della spugna. Adoro quando poi la sera arriva mio padre e prima di andare via, mi massaggia il collo e le spalle. Per lui è già un grande sforzo, considerando tutti i problemi fisici che ha. Di notte lavora in una fabbrica di birra come assaggiatore. È un duro lavoro notturno, che fa da tanti anni, forse più o meno qualche anno dopo le mie medie. Mi ha detto una volta che prima lavorava nei campi, come me adesso, poi ha avuto grossi problemi alla schiena e ha dovuto cambiare mestiere. Poverino, ha ragione! Qualche volta, quando si ritira all’orario in cui io esco dal bagno, lo vedo barcollare, col viso stravolto dalla stanchezza. Mi dice sempre: “Figliolo, il mio è un duro lavoro, ma qualcuno deve pur farlo!” Tutti e tre mi hanno sempre tenuto al centro dei loro pensieri. Be’, forse non sempre, più o meno tutto è iniziato verso la fine delle scuole medie, quando il mio possente fisico già mostrava tutta la sua forza: ero già alto più di un metro e ottanta e avevo spalle più larghe di quelle di mio padre. Loro hanno capito di trovarsi al cospetto di un giovane toro e hanno fatto venire a casa un maestro privato, che mi ha insegnato tutto quello di cui avevo bisogno, difatti parlo e scrivo benissimo, senza aver perso tempo con la scuola e quelle scimmie che sarebbero potuti essere i miei compagni di classe. A partire dalla mattina iniziavo subito con una corposa colazione, poi un paio di ore con il maestro e via nei campi. Da lì in poi ogni stagione ha la sua bella caratteristica: c’è quella in cui si pota, quella in cui si semina, quella in cui si raccoglie. Poi le bestie da allevare e mangiare. E me la vedo da solo. Sì, perché i miei familiari, poverini, sono impegnati in altro. Mia madre ad esempio prepara da mangiare e poi, insieme a mia sorella, si dedicano ai clienti che arrivano a casa. Vengono a farsi fare i massaggi e devono essere anche parecchio dolorosi, perché, qualche volta che rientro per bere, li sento lamentarsi e sento anche parecchio rumore provenire da sopra, forse cercano di scappare e li devono acchiappare. Per fortuna mio padre non si sveglia. Poverino … altrimenti non so come farebbe ad avere la forza di andare a lavorare per tutta la notte! Comunque non tutti i clienti sono paurosi. Qualche volta li ho visti quando entrano: alcuni portano anche i fiori o qualche bottiglia di vino buono, altri, quelli un po’ più anziani portano la spesa, tipo pane, latte, biscotti. Però qualche giorno fa mi è successa una cosa che mi ha lasciato ancora scosso. Quando mamma è entrata ha lanciato un urlo fortissimo e le è anche caduto il vassoio con la colazione. Io mi sono alzato di soprassalto, impaurito al punto che stavo per scoppiare a piangere. Avevo tutto il caffellatte sulle lenzuola e non capivo perché continuasse a rimproverarmi: “Cosa hai fatto!” diceva urlando “come hai potuto!”, ma io non capivo. Poi in camera è piombata anche mia sorella. Si era appena svegliata e aveva ancora tutto il trucco che usa per lavorare sparso sul viso. Anche lei ha iniziato a urlare: “Sei uno schifoso, come hai potuto tradirla!” e poi è scoppiata in lacrime dicendo “e ora che sarà di noi?” che quando mamma ha sentito quella frase le ha strillato “Non ti permettere!” e le ha mollato un ceffone così forte che sembrava si fosse rimesso a posto il trucco, ma mi ha fatto mettere così tanta paura che è uscita la pipì da sola e ho avuto vergogna. Quando mi sono alzato per andarle incontro ad abbracciarla si è scostata e ha continuato a strillarmi: “Sei un porco, come hai potuto?” Io non riuscivo a capire capire e mi era venuta anche voglia di andare in bagno. Uscendo dalla camera ho travolto mio padre che stava arrivando preoccupato e quando mi ha visto anche lui ha cambiato faccia, è impallidito e quasi balbettando ha guardato verso mia madre che stava avanzando inviperita: “Chi è stata? dillo a me! Chi è stata che la metto a posto io!” io continuavo a non capire e me la stavo anche facendo sotto, così sono scappato in bagno e ho chiuso la porta a chiave. Fuori li sentivo ancora urlare e imprecare come mai era successo. Non avevo voglia di aprire e ho appoggiato le mani sulle orecchie per non sentirli. Nel girarmi però ho visto la mia immagine allo specchio e ho finalmente capito: avevo tutto il viso sporco di rossetto così rosso e intenso, che da solo parlava di passione. Però a quel punto ho avuto paura anch’io! Possibile che l’avevo tradita senza neanche ricordarlo? Mi sembrava strano e mi è venuto un vuoto allo stomaco, come quando l’asino mi ha colpito con una testata. In tanti anni non avevo mai desiderato altro che lei ed ero ricambiato in continuazione dal suo amore: mi aveva sempre dato tutto il suo indiscusso affetto e non mi aveva mai rifiutato, mai, mai un rifiuto in tanti anni e io l’avevo sempre rispettata per questo e l’amavo dal profondo del mio cuore. A quel punto avevo capito la sincera preoccupazione dei miei familiari, ma dovevo anche capire cosa fosse successo a me, se qualcuno mi avesse drogato e approfittato del mio corpo non avrei potuto perdonarmelo. Io sono solo per lei e nessun’altra si deve intromettere. Però, prima di ogni altra cosa era necessario scusarmi con lei. Col cuore gonfio di pene e tristezza ho aperto la porta, sono uscito gridando col mio vocione: “Basta basta!” e alzando la braccia li ho fatti zittire. Per la prima volta, dall’alto dei miei due metri li ho visti quasi intimoriti. Senza attendere sono corso fuori e li ho sentiti seguirmi affannati. In pochi balzi sono arrivato nell’ovile, ho scaraventato la porta per aria e, saltando la prima staccionata l’ho guardata dritta in viso. Solo in quel momento mi sono tranquillizzato. Lei era tranquilla e beatamente masticava il suo solito ciuffo d’erba con le labbra ancora sporche di rossetto. Alfredo Martinelli [Benevento, 10 giugno 2019] AMBenevento, 6 marzo 2020]]></description>
		
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		<title>Afonia</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Mar 2020 19:19:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Imparai a inventare e scrivere storie perché le emozioni non diventavano parole per uscire dalla bocca, piuttosto mi rendevano afono. Fin quando si trattava di un&#8217;interrogazione, una equazione alla lavagna o una lettura in chiesa, non avevo problemi, ma la prima volta che provai a invitare per un lento una ragazzina che mi piaceva, dalla bocca uscì un suono simile a un muggito soffocato. A lei venne da ridere, si girò e andò via per farlo da un&#8217;altra parte. Rimasi incredulo, ma dovetti ben presto capire che non era stato un caso. Con il passaggio dalle medie alla superiori tenni sotto controllo la situazione evitando di provare interesse per le ragazze. Ero divenuto così abile nel bloccare ogni emozione, che sul mio conto c&#8217;erano due scuole di pensiero. Secondo la prima ero un tipo fin troppo razionale, che non lasciava nulla al caso, quasi simile a un robot. Per altri ero un grande strafottente, uno di quelli che avrebbe campato oltre cent&#8217;anni. Io davo ragione a entrambi i punti di vista e tiravo dritto per la mia strada. Con i miei nonni e genitori avevo preso la bella abitudine di scrivere bigliettini augurali densi di tutto le parole che non sarebbero mai uscite, perché troppo cariche di emozioni per uno con il mio problema. Loro apprezzavano molto e scoprii che addirittura ognuno di loro conservava i miei bigliettini, come se fossero stati buoni postali. Tutto sommato, la mia vita, seppur priva di innamoramenti, sfilava via ricca di tante altre soddisfazioni. A scuola andavo bene, sapevo intrattenere adulti e coetanei con conversazioni che spaziavano dai poeti trovatori al più banale dei film natalizi. Non avendo altre distrazioni, trascorrevo il tempo ad apprendere un po&#8217; di tutto. Poi un giorno arrivò la batosta fino a quel momento evitata con attenzione. La vidi nella palestra della scuola, dove il pomeriggio alcuni di noi facevano il rientro per allenarsi. Lei e le sue compagne di squadra erano alle prese con esercizi di ginnastica ritmica. Non so dire quanto tempo rimasi incantato a osservare la perfezione dei movimenti e la grazia dei lineamenti: dal profilo del viso, all&#8217;eleganza delle spalle, passando per il seno e giù fino alle gambe, non c&#8217;era un solo elemento fuori armonia. Il tutto si raccordava a due enormi occhi profondi come lo spazio che di notte mantiene le stelle sopra le nostre teste. &#8220;Mi hai guardato tutto il tempo, c&#8217;è qualcosa che non va?&#8221; mi chiese a fine allenamento fermandosi davanti a me con aria quasi scocciata. Non so bene quale suono mi uscii dalla bocca, però ricordo bene la sua espressione incredula. Disse semplicemente &#8220;eh? … va be&#8217; dai, lascia perdere!&#8221; ed entrò negli spogliatoi. Quel giorno mi allenai con molto più vigore del solito e lo stesso accadde la volta dopo e la successiva ancora. Ma dopo una settimana esatta, la rividi nuovamente nello stesso posto e rimasi ugualmente a fissarla tutto il tempo. Questa volta se ne accorsero anche i miei compagni di squadra: &#8220;Ehi, non dire che ti piace quella lì? lo sanno tutti che non si fila a nessuno, non perderci tempo che ti farai male!&#8220; &#8220;Ma figuratevi!&#8221; risposi, aggiungendo un po&#8217; di verità: &#8220;però è carina!&#8220; &#8220;Carina? è proprio bona!&#8221; risposero in coro e li seguii negli spogliatoi ridendo, per camuffare il disagio che iniziavo a provare al solo pensiero di doverle parlare. Durante la settimana successiva seppi la via in cui abitava, la scuola dove stava frequentando l&#8217;ultimo anno e il giro di compagnie con cui usciva, più altre informazioni su un presunto suo fidanzatino di qualche anno prima. Tutto utile e al tempo stesso inutilizzabile. Cosa avrei potuto fare, per vincere la mia afonia da emozione? Nel frattempo il tempo passava e io continuavo ad avvitare i pensieri lungo una spirale senza fine e senza senso. Fin quando, come la visita inaspettata di un caro amico, giunse l&#8217;illuminazione. Ero tra la veglia e il sonno, tra la notte e l&#8217;alba, quando i pensieri vagano ancora liberi dalle convenzioni. Iniziai quello stesso pomeriggio a lasciare pezzi di frasi scritte accanto ai suoi oggetti. Non solo in palestra, ma nella cassetta della posta chiuse in una busta da lettera a lei indirizzata, sotto il suo banco in classe e nel suo zaino. Non ebbi fretta nel farle recapitare i fogli e non ebbi sempre la stessa cadenza temporale. Alle volte tra uno e l&#8217;altro feci intercorrente 3 giorni, in altri casi 2 o 4. Anche i metodi variavano, anche se alle volte si assomigliavano. Arrivai a farle giungere una frase con un aeroplano di carta lanciato in camera sua, una attaccata a un palloncino colorato portato da un bambino e, un&#8217;altra sul tovagliolo di una colazione al bar. Tutto grazie a molti amici fidati. Le parti di frase non erano in sequenza, in modo che per capire il senso sarebbe stato necessario avere il giusto ordine. Nell&#8217;ultimo foglio non misi una parte di frase. Scrissi che per la giusta sequenza l&#8217;avrei aspettata in un pub del centro storico e nel farlo mi tremarono le mani, perché, se non avesse accettato, avrebbe comunque potuto osservare da lontano chi fossi e non presentarsi. Al contempo se, se avesse accettato, la mia psicosi da emozione avrebbe potuto rovinare tutto in pochi secondi. Ma era giunto il momento di dare un senso a quel gioco di strategici incastri, al quale non sapevo se lei stava partecipando e in che modo, perché non ebbi mai alcuna prova o semplice indicazione del suo pensiero.Quella sera mi vestii bene, con ordine, tranne i capelli, che ho sempre preferito lasciare liberi. Non scelsi un tavolino in fondo alla stanza, ma al centro, per mostrare sicurezza. Ero arrivato cinque minuti prima e ormai ne erano già trascorsi quindici oltre. Avevo deciso che avrei atteso fino a venti minuti di ritardo, poi sarei andato via. Le luci di tutti quei lampadari dalle forme e colori differenti, appesi al soffitto in modo irregolare e tutte quelle stampe di fotografie che tappezzavano i muri stavano iniziando a irritarmi. La colorazione arancione, verso cui tendeva tutto quel che mi circondava, cominciò a darmi una brutta sensazione di mancanza di respiro. Un po&#8217; alla volta una brutta sensazione di oppressione e mancanza di respiro sorse pian piano dal centro dello stomaco e sentii la sudorazione risalire dalla base del collo verso la nuca. come quando capisci d&#8217;aver fallito e non hai alternative per risollevarti. Mi sentivo al centro degli sguardi di tutti gli occhi presenti nel locale, come se tutti sapessero cosa stessi facendo lì e fossero in attesa del finale. Il tempo che mi ero prefissato era scaduto ed era giunto il temuto momento di andar via senza dare nell&#8217;occhio e con lo stesso sorriso con cui ero arrivato. Mi ero preparato all&#8217;evenienza, avrei solo dovuto liberare la mia imperterrita faccia tosta, la stessa che mi aveva salvato tante altre volte e nessuno si sarebbe accorto del mio mancato appuntamento. Fu un istante prima che mi alzassi sconfitto, che sentii recitare alle mie spalle le parole nella giusta sequenza con cui le avevo immaginate. La sua non fu una lettura o una recitazione, ma un canto che dialogava con la mia anima, che in un solo istante trovo la pace e la sua posizione nel mondoOggi, dopo oltre vent&#8217;anni, ogni volta che ci arrabbiamo fra noi, lei la canta come allora e ogni aspetto del nostro mondo torna al suo posto. AMBeevento, 4 marzo 2020]]></description>
		
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		<title>la punizione divina</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Feb 2020 08:01:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[le anziane del paese l&#8217;avevano prevista. Avevano letto nella forme e colore delle ossa di pollo bruciate nella brace e interpretato i dolori alle ossa dei mattini precedenti. Quel pomeriggio sarebbe arrivata una pioggia torrenziale di quelle così violente e imponenti, che avrebbe spazzato via uomini, attrezzi e animali dalle strade. Era la mano di Dio che ci stava per punire per i nostri peccati. Furono questi i pensieri del parroco che invitò tutti i fedeli a chiudersi in casa, spegnere ogni luce in forma di penitenza e pregare intensamente affinché la punizione divina divenisse più indulgente. Il Sindaco chiuse le scuole con una settimana di anticipo e per tre giorni ogni attività commerciale. Fece spegnere anche i lampioni della piccola piazza centrale e ordinò che nessuno uscisse di casa. Verso le tre del pomeriggio il cielo divenne realmente cupo e buio, costringendo anche gli ultimi scettici a chiudersi in casa per pregare. Secondo la tradizione, sarebbe potuto essere letale anche avere contatti diretti con la pioggia. Fu il rombo di un enorme tuono ad aprire i rubinetti del cielo. Io ero sotto il pergolato davanti casa, ero riuscito a venir via dai controlli di mia nonna e mamma. Le prime gocce, grandi come ciliege le vidi rimbalzare rumorosamente sulle pietre della strada davanti. Poi, in pochi secondi, l&#8217;acqua era ovunque, accompagnata da un profumo di terra ed erba bagnata e il rumore della pioggia divenne come un canto. Sfilai scarpe e vestiti, lasciando solo le mutande e corsi a giocare con i cani per strada, saltando e correndo scalzo come loro. L&#8217;acqua che cadeva dall&#8217;alto mi pizzicava di piacere la pelle ed era calda, come quella del catino accanto al camino. Nel breve volgere di un paio d&#8217;ore tutto ebbe termine. Corsi a casa per asciugarmi e infilarmi nuovamente i vestiti, mentre dalle case si affacciavano le prime persone, convinte d&#8217;aver ricevuto la grazia per la breve durata di un temporale estivo. AM [Benevento, 25 febbraio 2020]]]></description>
		
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		<title>la fioraia</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Feb 2020 07:36:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La conobbi al negozio dei fiori. Ero lì per comprare una rosa per la festa della mamma, che era stata il giorno prima. Da ragazzino non avevo tanti soldi da gestire e il giorno dopo le ricorrenze comandate i fiori costavano sempre un po&#8217; in meno. Mia madre un po&#8217; se la prendeva, ma non più di tanto, perché sapeva d&#8217;avermi insegnato lei a essere accorto alle spese. La ragazza dietro al banco era visibilmente più grande di me, ma non capii subito che era anche la proprietaria della fioreria. Mi chiese un paio di volte cosa volessi, perché la prima volta ero più intento a seguire il movimento delle labbra, che non la voce. &#8220;Una rosa, sì, un rosa … grande&#8221; dissi impacciato nel tentativo di riprendere il controllo. &#8220;E per chi è?&#8221; mi chiese. Andai totalmente in palla: in quelle poche frazioni di istanti fui sicuro nel non voler dire &#8220;è per mia madre&#8220;, mi avrebbe fatto apparire goffo e mammone, però se le avessi risposto una bugia del tipo: &#8220;è per la mia ragazza&#8221; avrei perso la possibilità di corteggiarla, ma al contempo sapevo che una ragazza più grande, già con un lavoro e bella come le principesse nelle fiabe, non sarebbe mai uscita con me. Me la cavai o così immaginai, sorridendole, ma tenendo la bocca chiusa, per non far vedere i denti: ne avevo vergogna. Il primo pensiero uscendo dalla bottega fu escogitare un modo per rientrare, che avesse però la naturalezza di un gesto quotidiano o del caso. Le feste comandate erano però finite ed esclusi fin da subito l&#8217;idea di comprare fiori a caso. Non avevo neanche qualcuno a cui chiedere consigli: tutti i miei amici avevano fidanzatine scialbe, non ancora donne, com&#8217;era la &#8220;mia fioraia&#8221;. Qualche sera, nascosto dietro l&#8217;angolo della strada, provai ad aspettare la chiusura per far finta di passare dalle sue parti. Più le lancette si avvicinavano all&#8217;orario e più forte sentivo il rumore nel petto e la bocca divenire secca, come la lingua dei gatti. Capii che non era la strada giusta e rinunciai, ma ero consapevole di tutto tempo trascorso e avevo paura che si scordasse di me, di quando andai a comprare la rosa più grande fra le tante nella bottega. E più mi arrovellavo, più il tempo passava e sfumava quella residua possibilità, piccola come un granello in un secchio di sabbia. Trascorsi insonne intere notti a rigirarmi nel letto e pianificare di tutto e il suo contrario. Mi svegliavo stanco, ma ogni giorno sempre più convinto che avrei dovuto provarci. L&#8217;idea divenne così ossessiva da sembrare concreta. &#8220;Dopotutto ha solo qualche anno più di me e poi, pur se non sono chissà quale bellezza, ho una buona dialettica, sono simpatico e dicono anche intelligente.&#8221; Inoltre avevo già superato l&#8217;esame per entrare nei Carabinieri. La scuola era finita e di lì a pochi mesi mi sarei arruolato e sarei diventato uomo più rapidamente. Non c&#8217;era dubbio che avessi tutte le carte in regola per conquistarla. C&#8217;era solo da portare a termine il primo passo, quello più importante. Fu una mattina, sotto la doccia, che presi la decisione di petto: &#8220;io sono io, non gli altri&#8221; mi dissi, mentre l&#8217;acqua tiepida mi scorreva sulla nuca e lungo la schiena, alludendo a tutti quelli che si accontentavano di una ragazza qualunque, magari la prima che aveva loro sorriso un po&#8217; di più. Uscii presto, col fresco, indossando una semplice maglietta e un jeans, per farle capire che ero uno di sostanza, non di apparenza. Indossai anche un bell&#8217;orologio, perché i particolari sono importanti. Non avevo bene in mente cosa dirle, ma volevo incontrarla al momento dell&#8217;apertura, quando in strada c&#8217;è ancora poca gente e nel negozio non sarebbero arrivati clienti a disturbare. Quando però la vidi scendere da una moto guidata da un ragazzo un po&#8217; più grande di lei, fu come aver ricevuto un calcio inaspettato alla bocca dello stomaco. Sentii la stessa contrazione, lo stesso dolore ed ebbi nausea. Mi mancarono respiro e forza nelle gambe e sudai così intensamente da sentire subito cattivo odore intorno a me. Mentre loro si salutavano sbaciucchiandosi sorridenti, io andai via. Non ebbi la forza di raccogliere i resti del mio favoloso castello in aria. Lo lasciai a terra, come un monito per il futuro che si alzava sull&#8217;orizzonte. AMBenevento, 20 febbraio 2020]]></description>
		
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		<title>qui e adesso</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Feb 2020 09:59:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Per una sua indecifrabile scelta, ci vedevamo solo se l&#8217;invito partiva da lei. Lo faceva con naturalezza, durante una conversazione su tutt&#8217;altro o se ci incontravamo per caso da qualche parte. Però quando la invitavo io aveva sempre un impegno, che non suonava mai come una scusa. Una volta feci finta di passare casualmente all&#8217;uscita dalla scuola. Mi accolse felice, ma non accettò un banale invito per un concerto. Tutte le volte che la esortavo a farsi vedere con maggiore frequenza, i tempi per l&#8217;incontro successivo si allungavano, come se fosse in grado di calibrare le coincidenze a suo piacimento. Le prime volte ci restavo male, perché tutti i nostri momenti scorrevano sereni e piacevoli e non capivo quale fosse la logica del suo comportamento. Poi capii che non avrei più dovuto pormi domande. Lasciarmi fluire era la soluzione: prendere quel che di buono sarebbe arrivato, ponendo attenzione solo sul &#8220;qui e adesso&#8221; di ogni incontro. Passarono così intere settimane, poi le stagioni e gli anni. Io mi fidanzai con una ragazza a cui volli molto bene, pur non provando lo stesso benessere che provavo con lei. Di lei, di quel che fa, di come se la passa, so veramente poco, perché, ogni volta che ci incontriamo, continuiamo a parlare di tutto, tranne che di noi. AMBenevento, 14 febbraio 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Venere a la Luna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jan 2020 12:02:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Luna: &#8220;e se ti dicessi che non esiste?esiste il bisogno di sentirsi accuditi, il senso di protezione verso chi ci è vicino per poi godere delle lodi d’essere stati bravi figli, genitori, amantil’abitudine con chi ci sta accanto da tempo e crea la sicurezza di ciò che è notoesiste la paura della solitudinel’invaghimento verso la bellezza, per sentirsi conquistatori verso l’intelligenza, per sentirsi all’altezza verso la ricchezza, per sentirsi al sicurola necessità di sfogare istinti animali o sentirsi apprezzati, almeno da una persona nel corso della vitama no, non esiste altroe se a questo altro diamo un nome è solo per idealizzare e trasformare i bisogni in emozioni e dar loro la parvenza di immortalità, colorandoli col candore di un sentimento inventato.&#8220; Venere: &#8220;e se ti rispondessi che esiste?esso è la quarta dimensionecollega lo Spazio, il Tempo e la Vitaarriva e ti pervade come la primavera e non hai possibilità di fermarlomette sullo stesso piano e rende simili il re e lo schiavo, il ricco e lo straccione, il poeta e il contadinoci fa sentire uniti anche quando siamo distantitrasforma un&#8217;ora in un attimo, quando siamo in compagnia della giusta personala stessa ora in un&#8217;eternità se siamo in attesa che arriviin sua presenza doniamo noi stessi per aiutare e colmare il bisogno d’affetto dei nostri carima più d&#8217;ogni altra cosa dona alla Vita il senso di esistere.&#8221; Alfredo Martinelli [Benevento, dicembre 2017] AMBenevento, 28 gennaio 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>al mio cane piace la Nutella</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Jan 2020 07:25:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il mio non è cane qualunque: è un molosso proveniente dall’incrocio tra un alano e un mastino napoletano. È così grande che nella station wagon ho rimosso i sedili posteriori e lui ci sta a malapena. Però è di una dolcezza immensa, con tutti e soprattutto non sbava, anzi ha le enormi fauci così secche, che deve bere spesso. Forse un piccolo difetto lo ha anche lui: è così goloso di Nutella, che quando la vede spalmata da qualche parte, si fionda con tale furia e voracità, che sarebbe capace di staccare un intero braccio Scusa, no… scusami sul serio, francamente non so bene il motivo per cui sto parlando del mio cane. Questa dovrebbe essere la dolorosa confessione di un uomo disperato per aver perso la sua donna. Forse ho iniziato così, perché è difficile spiegare il mio dolore. Penso sia comprensibile solo a chi ha già vissuto una simile esperienza: è come se qualcosa mi fosse stato strappato lasciando un vuoto colmo di disperazione. Ma nel mio caso non è solo la perdita in sé, ma anche come è avvenuta. Con l’uomo che me l’ha portata via, ci siamo scambiati il sonno fin da adolescenti. Abbiamo vissuto insieme le prime esperienze amorose, abbiamo viaggiato in lungo e in largo, mangiato nello stesso piatto e poi? Poi iniziano a frequentarsi in palestra, perché si trovano negli stessi orari, si iscrivono come coppia al torneo di beach volley e lui viene sempre più spesso a cenare a casa. Qualche volta porta con sé anche una poveraccia raccattata chissà dove. E io, da povero idiota illuso d’amore, ho sempre visto questo sodalizio a tre come una delle più nobili espressioni dell’amicizia, vivendo inebetito e credulone i nostri incontri e tutto quel che mi raccontavano. A questo punto ti chiederai come ho fatto a capire la loro tresca. L’interrogativo è più che lecito e ora ti racconto. È stato il cane, ad aprirmi gli occhi, si proprio lui. La prima volta ha trovato le chiavi di casa di lui fra i cuscini del mio divano … e fin qui ci può stare: ho pensato che gli fossero scivolate una delle tante volte che è venuto a cenare. Un’altra volta però il cagnolone mi ha portato un paio di mutande non mie e usate. So bene che siano sue, perché sono boxer particolari, che io e la mia ex gli abbiamo regalato allo scorso Natale e se solo penso che a sceglierle è stata lei, ancora mi si attorcigliano le budella! Nel momento in cui le ho viste, mi è salito così tanto sangue al cervello, che mi si è annebbiata la vista. Stavo per prendere a calci tutto quel che mi sarebbe capitato a tiro. Poi, per fortuna, il cagnolone ha iniziato a leccarmi il volto con quella lingua così larga da prendere tutto il viso. È stato il vero, importante punto di svolta della mia vita: mi sono distratto, calmato e, come tutti sappiamo ho ricordato che la vendetta va preparata, condita e gustata con calma! Così ho finto di non aver scoperto nulla, continuando a fare in modo che continuassero frequentarsi. Nel frattempo ho preso traccia dei loro movimenti tra luoghi preferiti, giorni e orari. Ho anche illuso il mio ex amico del cuore di aprirmi in confidenze sessuali di me con lei, rimarcando di quanto le piaccia il gioco erotico di quando mi spalmo le parti intime con prodotti alimentari. Lui, mascherando male il fastidio per la gelosia e fingendosi amicone, mi ha riempito di domande sui particolari erotici, alle quali ho sempre fornito ampie e dettagliate spiegazioni. Come tutto quel che desideriamo con la totale forza di ogni singola cellula, è arrivato anche il fatidico giorno in cui sono rientrato in casa giusto in tempo per avergli dato modo di cospargersi le intimità con la Nutella. Io mi sono limitato a spalancare la porta della camera da letto, al resto ha pensato il mio golosone amico a quattro zampe! Alfredo Martinelli [Firenze, 24 ottobre 2018] AMBenevento, 23 gennaio 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>una forma di solitudine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jan 2020 14:34:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Certo che mi piaceva e anche parecchio, ma soprattutto mi faceva stare bene. Penso che lo stesso fosse anche per lei, glielo leggevo negli occhi, anche se non ho mai avuto il coraggio di chiedere. Purtroppo a quel tempo ero fidanzato e, come in un accordo mai definito, delegammo al Caso gli incontri tra i banchi e i corridoi dell&#8217;Università. Fu in quel periodo che capii l&#8217;esistenza di un altro tipo di solitudine: quella in cui ti imponi di non parlare a nessuno delle emozioni e dei desideri che invadono i pensieri, perché hai paura. In quei mesi, forse fui profondamente vigliacco, timoroso del cambiamento che la Vita mi stava offrendo. Di certo non potevo raccontarlo alla mia fidanzata e ogni altra persona con cui avrei parlato, avrebbe potuto non capire fino in fondo e avrebbe voluto dire la sua. Di sicuro avrebbe saputo di me qualcosa di estremamente intimo. Avrei potuto dirlo semplicemente a lei, ma non ne ebbi mai il coraggio e rimasi solo. AMBenevento, 17 gennaio 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>le scale larghe del mercato</title>
		<link>https://www.alfredomartinelli.info/libri-racconti-storie/le-scale-larghe-del-mercato.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Jan 2020 17:11:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Le luci del mercato generale, il forte odore dei pesci, in particolare quello del baccalà restava nel naso per ore intere. Le anguille ancora vive s&#8217;intrecciavano nelle strette cassette di polistirolo bianco creando inestricabili grovigli, alimentando il mio senso di claustrofobia. Ricordo le galline legate fra loro per le zampe e portate in giro a testa in giù dai contadini giunti dalla campagna per racimolare un po&#8217; di soldi dalla vendita, ma anche i coniglietti chiusi dentro piccoli scatoli di cartone e il vociare incessante che saturava l&#8217;ambiente e la testa. Quell&#8217;anno, come tutti i precedenti, trascorsi i giorni delle festività natalizie a casa dei nonni, ma quella volta ero solo perché anche mamma aveva cominciato a lavorare. Quasi tutte le mattine accompagnavo nonno a fare la spesa. Mi spiegava che per lui il mercato era il miglior posto per imparare la vita e quindi ci teneva a portarmi, con l’accortezza d’interagire con molte persone. Da alcune comprava, con altre si fermava alla trattativa e con altre ancora scambiava solo qualche battuta. Non comprava mai molte cose, ma giravamo molto e mi spiegava tutto, ben sapendo le mie difficoltà col dialetto, non voleva che mi perdessi nulla. Oramai erano in molti a riconoscermi, qualcuno m&#8217;offriva un mandarino o qualche spicchio d&#8217;arancia, altri mandavano i saluti ai miei e alla nonna. Io all&#8217;epoca ero molto introverso e rispondevo con la testa o con un filo di voce, quando mi sforzavo d&#8217;essere più loquace intuivo dalle loro facce la difficoltà nel capirmi. Era evidente che anche loro non capissero il mio accento. Una volta però incontrammo una signora. Ricordo ancora quanto fosse bella. Elegante non appariscente. Mi colpì in particolare la differenza fisica fra i due. Si capiva che lei aveva l&#8217;età del nonno, ma era comunque un incanto. Le rughe le donavano la grazia di una brava madre, ma al tempo stesso la solennità della saggezza. Il tempo non l&#8217;aveva piegata, si muoveva ancora dritta e fiera ed i lunghi capelli color cenere, emanavano un intenso profumo di giovinezza. Il povero nonno invece, pur con tutta la sua grinta, si muoveva con affanno e lentezza. Insieme sembravano speciali. Notai il nonno parlarle con una confidenza non usuale per lui, soprattutto verso una donna che non fosse la moglie. Addirittura, prima di accomiatarsi, lei gli accarezzò il mento mostrandogli un bellissimo sorriso. Nonno venne verso me un po&#8217; triste e non gli chiesi nulla fin quando, giunti al portone di casa, prima d’aprire, mi disse: &#8220;Non preoccuparti, domani ci riprovo.&#8221; Non capii il senso della frase, ma neanche chiesi. Così il giorno seguente, partimmo con leggero anticipo e girammo molto meno. Lui era meno loquace, quasi concentrato, però l&#8217;affanno era maggiore del solito. Giunti sulle scale larghe che conducono sulla piazza del mercato ci fermammo ad attendere. Non disse nulla, s’abbassò solo per guardarmi dalla stessa altezza e mi fece l&#8217;occhiolino. Di lì a poco venne la signora del giorno prima. Aveva un abito diverso e i capelli, raccolti a coda di cavallo, mostravano il candido collo, che sfidava senza timori il freddo dell&#8217;inverno. Questa volta ero molto più vicino e potei sentire parte dei discorsi. Capii che nonno aveva chiesto qualcosa per me, ma lei, dopo avermi guardato e sorriso con grazia, gli disse che ero troppo piccolo per lei e assolutamente non poteva, perché m&#8217;avrebbe potuto arrecare un forte trauma. Si, la parola trauma la capii molto bene e mi turbò alquanto. Il no della donna non fece arrabbiare nonno, che si girò dalla mia parte con espressione rassicurante per poi riprendere a parlare con lei. Durante la conversazione quella signora gli teneva entrambe le mani e cercava di convincerlo di qualcosa. Parlava con voce morbida e non reagiva quando lui alzava il tono. Al rientro ebbi la forza di chiedergli chi fosse. Lui mi rispose semplicemente che si trattava d&#8217;una vecchia amica. Quando gli chiesi se l&#8217;avremmo rivista, mi fece un cenno d&#8217;assenso con il capo. Sembrava impegnato nel pensare a qualcosa che lo turbava e chiusi lì il discorso senza chiedere altro. Era la prima volta che lo vedevo in difficoltà e per la prima volta s’era fermato a parlare con qualcuno senza presentarmi. L&#8217;osservazione mi rattristò, ma decisi di non darlo a vedere e trascorsi il resto della giornata fingendo che non fosse successo nulla. L&#8217;indomani venne in cameretta di buon&#8217;ora. Era più deciso del solito e a tratti sembrava impaziente per qualcosa. Mi fece lavare e fare colazione rapidamente, infine uscimmo che nonna quasi non ci vide. Le strade erano ancora ampiamente invase dalla nebbia. I fumi di scarico delle auto sembravano ancora più densi e a malapena si vedevano le luci nei bar lungo il Corso. Le vetrine dei negozi erano invece ancora tutte chiuse. Ai lati delle strette vie, che usavamo come scorciatoie per arrivare al mercato, i contadini stavano mangiando seduti sulle cassette di legno o sugli usci delle case fronte strada. Per loro la giornata era evidentemente cominciata molte ore prima della mia e a quell&#8217;ora la fame già bussava alle pareti dello stomaco. Arrivammo sulle scale larghe contemporaneamente. Anche stavolta non riuscii a capire da dove venisse, perché ogni volta mi sembrava apparire dal nulla. Anche quella volta non si rivolse a me e nonno non ci presentò lasciandomi qualche passo dietro loro. Sentii dirgli di non avere molto tempo e quel poco rimanente non voleva sprecarlo. Lei gli rispose, lo carezzò sulla fronte e fece qualche passo indietro affacciandosi all&#8217;angolo fra le scale e la strada del mercato. Di lì a poco arrivò una bimba piccola piccola che a stento camminava e si reggeva in piedi. Venne spedita da me, senza fermarsi con loro e io non seppi che fare. Alzando gli occhi per guardarli, vidi la donna sorridermi e nonno col volto preoccupato chiederle se non si potesse fare di meglio. Anche stavolta le parole della donna mi turbarono, perché rispose che la bimba era la più adatta per me, di meglio non avrebbe potuto fare, ma se l’avessi coltivata e cresciuta a dovere, anche lei sarebbe diventata una bella donna con cui condividere i momenti più belli della vita. Avrei voluto continuare a prestare attenzione al discorso, ma la bimbetta cominciò da subito a distrarmi. Mi tirava la manica del cappottino e mi porgeva le braccia come se avessi dovuto prenderla. Ero imbarazzatissimo e non sapevo cosa fare, quando mi divincolai da lei, l&#8217;amica di nonno non c&#8217;era più e lui mi chiese la cortesia di aspettarlo lì per pochi minuti senza muovermi, prestando attenzione alla piccolina. La guardai sentendomi impotente. Stavo per andar via per togliermi dall&#8217;imbarazzo e dalla paura di non saper cosa fare, ma quando quella piccina mi sorrise mostrandomi i pochi denti, mi si sciolse il sangue nelle vene e le porsi la mano a cui s&#8217;aggrappò immediatamente per non cadere. Provai a farle qualche timida domanda del tipo come ti chiami, dove vivi, ma non sapeva parlare, emise qualche verso e continuò a sorridermi felice. Senza avvicinarsi nonno mi chiamò per andare via. La piccola, come se avesse anch&#8217;essa ricevuto un richiamo, mi lasciò la mano e tornò da dov&#8217;era venuta. Provai a seguirla per paura che si facesse male, ma nonno mi chiamò nuovamente dicendomi di non preoccuparmi per lei, perché sapeva dove andare. Sulla via del rientro mi chiese cosa ne pensassi della piccola. Provai imbarazzo nel formulare la risposta, in fondo m&#8217;era simpatica, ma avevo vergogna a dirglielo. Sentii arrossire le guance e le orecchie si fecero di fuoco. Lui mi sorrise e per quel giorno non mi chiese più nulla. Strano a dirsi, ma il giorno successivo mi svegliai per primo e andai in cucina per la colazione. Quando alzai la tapparella m&#8217;accorsi che fuori era ancora buio e la luce dei lampioni ancorati alle pareti dei palazzi, rifrangendosi sulla nebbia, riempiva il vicolo di palle color arancione. Rimasi incantato e mi tornò in mente che il giorno prima la piccola non indossava un cappottino, ma un vestitino semplice. Corsi a chiamare i nonni e chiesi di poter regalarle una delle mie vecchie giacche a vento. Nonno si sedette sul letto, mi carezzò la testa e disse: &#8220;Preparati!&#8220; Ero stranamente eccitato e per strada avevo il passo più svelto del solito, tanto che nonno più volte dovette chiedermi di rallentare perché non riusciva a starmi dietro. Giunti sulle scale larghe mi guardai intorno ma niente, nessuna traccia della piccola. Andai all&#8217;incrocio da dove il giorno prima era sbucata e s&#8217;era allontanata, ma non c&#8217;era. Ci rimasi male e per farmi coraggio pensai che forse era troppo presto, così risalii, ma non feci in tempo a svoltare l&#8217;angolo che me la trovai davanti. &#8220;Ciao!&#8221; mi disse sorridendo con una vocina squillante. Le risposi come se non aspettassi di fare altro, ma al tempo stesso notai che solo il giorno prima non aveva detto una sola parola. L&#8217;aiutai a indossare la mia vecchia giacca a vento senza dar peso all&#8217;osservazione. Le stava discretamente, mi sorrise e diede un bacino sulla guancia e scappò via. Pensai volesse farlo vedere alla mamma e non dissi nulla. Mi voltai a guardare nonno intento a osservare la scena senza avvicinarsi. M&#8217;invitò a seguirlo per continuare il solito giro. Arrivò il giorno di Natale, ero triste perché l&#8217;indomani sarei ripartito con i miei per ritornare solo durante le vacanze estive. Aprii i regali sforzandomi d’apparire felice, ma non ingannai nonno. In disparte mi disse che oramai ero abbastanza grande e, se avessi voluto, sarei potuto uscire anche da solo per una passeggiata. Ricordo ancora la gioia salirmi dalla pancia e quella di nonno, dipinta sul volto e negli occhi, quando l&#8217;abbracciai forte e d&#8217;istinto senza il solito velo di timidezza che spesso m&#8217;impediva di sentirmi sereno. Con i soldi dei regali mi fermai presso una bancarella per comprare una bambolina. Lei era già lì ad aspettarmi. Rimasi stranito nel vederla, mi sembrò più grande, le porsi il dono che lei, chiudendo gli occhi, si portò fra la guancia e la spalla per poi alzarsi sulle punte e schioccarmi un bacetto sulla guancia. Solitamente lo faceva quando stava per andarsene e in un primo momento ci rimasi male, ma poi mi diede la mano per condurmi qualche gradino più in basso e mostrarmi uno scatolo di scarpe. Conteneva un piccolo micio con gli occhi ancora chiusi che piangeva come un disperato. Chissà da quanto tempo era lì. Intuii il suo intento, lo raccolsi e lei mi sorrise felice. Il giorno successivo partii con i miei per tornare alla mia vita di sempre, non ero triste come avrei immaginato. C&#8217;era qualcosa di nuovo e un piccolo micio da curare. Purtroppo però quel Natale lo ricordo anche perché fu l&#8217;ultimo in cui potei stare con nonno. Dopo qualche mese infatti dovemmo tornare per i funerali. Nel darmi la brutta notizia mi dissero solo che stava molto male e voleva vedermi, ma durante il viaggio mia madre non fece altro che piangere e capii che non sarei più uscito con lui a imparare tutto ciò che ancora avrebbe potuto insegnarmi. Durante il funerale scappai, corsi d&#8217;istinto verso le scale e la trovai lì, come se anche lei sapesse e m&#8217;aspettasse. In pochi mesi era diventata alta quasi quanto me, ci abbracciammo e piansi tutte le lacrime che non avevo ancora versato. Le estati ed i natali successivi, fin quando anche nonna rimase in vita, tornammo nella cittadina dei miei e continuammo a frequentarci. Io nel frattempo ero cambiato. Non avevo più la timidezza e la malinconia di quei tempi. Ero diventato loquace, facevo sport, lei era sempre più bella. Trascorrevamo molto più tempo insieme e parlavamo molto, ma non ci spostavamo mai da quelle scale larghe che erano il nostro luogo d&#8217;incontro abituale. Le persone della zona ci conoscevano e salutavano con affetto. Puntuali, terminato il tempo delle ferie, ci davamo appuntamento al natale o estate successiva. Era piacevole stare con lei, sapeva ascoltarmi e farmi dire cose che neanche immaginavo di sapere o pensare, ma il solo fatto di...]]></description>
		
		
		
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		<title>il bidello</title>
		<link>https://www.alfredomartinelli.info/libri-racconti-storie/il-bidello.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Jan 2017 19:20:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[A passi brevi e rapidi, ogni mattina, copriva la distanza fra la casetta isolata e il lavoro. Il viottolo di casa, la piccola strada comunale, la via un po&#8217; più grande e nuovamente una strada minore. Con un semplice buongiorno dava il cambio alla guardia notturna. Per ogni segmento di strada aveva studiato il modo di ottimizzare la distanza percorsa. La curva tagliata nel modo migliore, così come il lato di strada più breve e il punto in cui attraversare, la zona più bassa del marciapiede e ogni altro particolare che ottimizzasse la camminata. Nelle aule e lungo i corridoi aveva la stessa meticolosità nel pulire, spargere detersivi, passare strofinacci e scopa. In oltre quarant&#8217;anni di servizio, non una carta, un cassino, un caramella o polvere di gesso era passata inosservata. Con profonde stempiature, occhiali dalla pesante montatura e un&#8217;abbondante pancetta, passava totalmente inosservato fra gli studenti universitari. Era questa la parte che prediligeva di se stesso: l&#8217;anonimato, niente che potesse mettere il evidenza la sua figura. Terminato il servizio, giusto 13 minuti oltre l&#8217;orario di chiusura degli uffici, un &#8220;Buonasera&#8221; alla guardia di turno e poi a casa, seguendo il medesimo percorso. Era dalle le 21:05 che tutto cambiava. Ogni sera si alternavano da lui giovani matricole e mature fuoricorso. Era la sua unica fonte di divertimento e la pretendeva ogni sera fino alle 23:55. In tanti anni ne erano passate molte. Alcune le rivedeva in TV, altre sui giornali. Alcune semplicemente per strada con i figli. Le salutava con gentilezza e poi tornava a sfogliare il registro su cui aveva annotato ogni loro particolare, ogni loro abilità erotica e ogni insufficienza. Mai era accaduto che una di queste gli rubasse il respiro, ma accadde anche quello. Giovane e splendida fisica quantistica, affascinata dalla bella vita, non riusciva a vivere del magro compenso mensile di dottoranda. Aveva trovato in lei la perfezione maniacale che da anni aveva invano ricercato fra le tante che erano passate. Si era illuso, aveva alzato il prezzo, ma lei era disponibile solo il martedì e andava via non un minuto oltre. Giunse anche a chiederle di sposarla, era convinto che il suo intenso sentimento fosse sufficiente per entrambi. Gelida lei lo vedeva soffrire e struggersi dandogli quel po&#8217; che bastava per esser pagata e andar via più affascinante di quando fosse entrata. L&#8217;ultima sera che si videro stava armeggiando in cucina, era un po&#8217; in ritardo. Come sempre fu cortese e come sempre consumarono in modo glaciale. Al momento d&#8217;andar via, dopo aver pagato le disse: &#8220;Se stasera non resti non ci vederemo più.&#8220; Lei sorrise beffarda mostrando i bianchi denti e facendo sobbalzare il petto dietro la camicetta, per godere della sofferenza nel suo sguardo. Andò via incurante e, come ogni sera, accese la luce del corridoio. Fu in quel momento, che un filo, abilmente collegato all&#8217;interruttore, accese una scintilla nella cucina inondata dal gas. Pare che la deflagrazione sia stata così violenta che nessuno dei due abbia avuto il tempo di soffrire. Di sicuro lei neanche quello per capire. AMBenevento, 18 gennaio 2017]]></description>
		
		
		
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