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	<title>ricordo &#8211; Alfredo Martinelli &amp; dintorni</title>
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	<description>sperimentazioni tra scrittura e altre forme d&#039;espressione</description>
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		<title>1996 l&#8217;anno di Italia &#8211; Olanda A/R</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2020 06:32:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non citerò la persona con cui viaggiai quell&#8217;estate, perché non ha un profilo social e ora è uno stimato professore, quindi non vorrei rovinargli la reputazione presso gli studenti. Io invece sono anche peggiorato rispetto a quei tempi e posso permettermelo.Entrambi eravamo tornati single da pochi mesi e quel viaggio sarebbe dovuto essere d&#8217;evasione, ma io ero abituato alla spartanità dei viaggi on the road, lui no e soffrì parecchio per tutto il tempo. Il mezzo di trasporto fu una Lancia Y10 mille di cilindrata o giù di lì. L&#8217;obiettivo fittizio era l&#8217;isola olandese di Texel immersa nel mare del Nord, il mio obiettivo reale era semplicemente viaggiare, il suo non l&#8217;ho mai capito. Per quasi tutto il viaggio la colonna sonora fu basata su &#8220;Lemon Tree&#8221; dei Fool&#8217;s Garden e &#8220;Nord Sud Ovest Est&#8221; degli 883. Ci demmo poche regole, tra le quali evitare strade a pagamento e spendere il meno possibile per il cibo e per dormire. Con noi portammo una vasta provvista di cibo più o meno pronto all&#8217;uso e la mia storica tenda a igloo, veterana di tanti altri viaggi e con uno squarcio mal ricucito su un lato, ricordo di una tempesta estiva di qualche anno prima. La prima anomalia avvenne la prima notte, in un campeggio sulle sponde di un lago nei pressi di Chambéry in Francia: durante una frugale cena si spense per sempre l&#8217;unica lampada in nostro possesso. Il resto dei momenti serali li trascorremmo alla luce dei pochi lampioni nei campeggi o dei fari dell&#8217;auto. Gran parte del giorno successivo viaggiammo lungo il confine delimitato dal fiume Mosa, sul quale navigavano placidamente enormi chiatte, alcune turistiche, altre commerciali. Sul versante opposto i prati dei giardini delle ville confinavano con gli argini ed erano vivi di bambini in festa. Dopo un&#8217;altra notte nell&#8217;umido nordico, il terzo giorno ci perdemmo in una città di cui non ricordo il nome. Ricordo che per uscirne decidemmo di imboccare una strada ababstanza larga e percorrerla fin quando ci fossimo trovati in periferia cone le indicazioni per qualche autostrada o statale. Ci andò bene e nel tardo pomeriggio eravamo finalmente giunti sulla costa pronti a salire sul traghetto per Texel, considerata all&#8217;epoca una sorta di Rimini olandese, ma decisamente più sobria nelle comodità. Sbarcati sul suolo isolano finalmente ci trovammo immersi nel biondo che cercavamo. Trovammo posto in un campeggio simile alla piana di Woodstock, con tende peggiori della mia e gente spinellata e zuppa di alcool che dormiva ovunque e puzzava di tutto ciò che il corpo è in grado di produrre. Il Sole tramontava oltre le 22:30 e con lui andava via anche l&#8217;ultimo tepore di giornate campali, sempre meno sopportate dal mio compagno di viaggio. Per fortuna la gioventù femminile di contorno mi aiutò a sopportare l&#8217;indolente suo malumore. Arrivò quindi il famoso 4 agosto del &#8217;96. L&#8217;Italvolley maschile era in finale olimpica contro l&#8217;Olanda e noi eravamo gli unici mediterranei in un pub di skinheads locali. Il termine skinheads non l&#8217;ho usato per scherzare, avevano realmente il cranio rasato, muscoli tatuati e facce feroci. L&#8217;Italia giocava bene e per noi il clima si faceva sempre più teso. Gli sguardi che ci rivolgevano non lasciavano ben sperare, al punto che ci fingemmo spagnoli per non tifare l&#8217;Italia e studiammo una preventiva via di fuga. Fortunatamente per noi l&#8217;Italia perse quasi inspiegabilmente e tutti i nordici tatuati si misero in fila per salutarci con baci sulla fronte e abbracci, come se fossimo stati i parenti del defunto. Rincuorati dallo scampato pericolo tornammo alla tenda e decidemmo di cambiare luogo di villeggiatura. Ma il mattino seguente ci accorgemmo della prematura morte della batteria dell&#8217;auto, oramai cadavere da chissà quanti giorni nel cofano, così tutto il risparmio per pasti e autostrade si trasformò in corrente continua a 12 volt pagata a peso d&#8217;oro presso un improvvisato elettrauto del posto, beccato la mattina presto nell&#8217;atto della colazione e perciò ancora più caro. Ma ci aspettava il campeggio di Amsterdam e il pensiero annullò il rimpianto dei soldi. Quando arrivammo era sera. Davanti ogni tenda brillava un lumino, la cui fiammella serviva a sciogliere ciò che tanta gioventù va lì ad acquistare. Sembrava un cimitero, ma con un profumo tutt&#8217;altro che stantio. Di giorno girammo musei e canali, le sere nella capitale le trascorremmo tra canali, birrerie e il solito quartiere a luci rosse, l&#8217;unico aperto dopo le 21:00. Dicemmo no a molti venditori ambulanti di sostanze stupefacenti e non usufruimmo di nessuna prestazione sessuale a pagamento. Seppur molto diversi nello stile e approccio alla vita, entrambi concordavano sul romantico concetto che la donna vada conquistata e non pagata. Dopo la terza sera nella capitale ci fu il lampo di genio: spostarci a Rotterdam, la città rossa (per i mattoni tipici delle costruzioni) di Erasmo. Lì, per non far impazzire definitivamente il mio compagno di viaggio, pernottammo in un ostello, in cui ci fecero mangiare un brodo salsinato di origine vegetale, proveniente da bustine liofilizzate. Non commentai per non infierire, ma, francamente, avremmo mangiato meglio usando le scatolette conservate in auto. Il vero spettacolo avvenne però la sera, quando in una stanza di otto persone, disposte in 4 letti a castello, 2 di loro fecero l&#8217;amMmore davanti a tutti, seppur nella penombra, rendendo più complesso prender sonno. Fu l&#8217;atto finale, che liberò la frustrazione del mio amico: &#8220;basta, voglio tornare a casa!&#8221; urlò il giorno seguente. Così due giorni dopo partimmo presto attraversando in un sole 15 ore Olanda, Lussemburgo Belgio, Francia e Svizzera, fermandoci a Cremona per la notte, in uno di quegli hotel a ore, spartani ed economici quanto basta. Era oramai tempo di vedere il Mediterraneo illuminato dall&#8217;accudente e Sole nostrano. Per la sosta scegliemmo uno strano campeggio lungo la costa marchigiana, selezionato per puro sfinimento dopo ore di fila in un&#8217;autostrada zeppa di turisti del ferragosto. L&#8217;epilogo sembrò essere stato pensato a tavolino da un sarcastico sceneggiatore: la seconda notte il campeggio fu devastato da una pioggia torrenziale. Noi avemmo la tenda allagata con tutti i panni immersi nella fanghiglia, dormimmo in auto e il mio amico perse il portafoglio con tutti i soldi e i documenti. Il mattino successivo tornammo a casa viaggiando quasi senza parlare e non ci vedemmo per parecchio tempo. Siamo rimasti buoni amici e difatti questo racconto lo dedico a lui.Io ho continuato a viaggiare in modi sempre diversi e mai comodi. AMDiamante 21 luglio 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>rossetto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Mar 2020 17:31:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sarò anche il più giovane della famiglia, ma la baracca la porto avanti io. Per questo gli altri mi adorano. Mi venerano come un piccolo principe. Ad esempio ogni mattina mia madre mi sveglia portando in camera un profumatissimo caffelatte, una tazza di fragranti biscotti fatti da lei e le ciabatte, d’inverno riscaldate accanto al camino o tenute al fresco d’estate. Mia sorella mi prepara la vasca da bagno, profumando l’acqua con fiori di lavanda e foglie di salvia. Mi lava la schiena, il collo, le braccia, tutto il torace e i piedi, usando la parte ruvida della spugna. Adoro quando poi la sera arriva mio padre e prima di andare via, mi massaggia il collo e le spalle. Per lui è già un grande sforzo, considerando tutti i problemi fisici che ha. Di notte lavora in una fabbrica di birra come assaggiatore. È un duro lavoro notturno, che fa da tanti anni, forse più o meno qualche anno dopo le mie medie. Mi ha detto una volta che prima lavorava nei campi, come me adesso, poi ha avuto grossi problemi alla schiena e ha dovuto cambiare mestiere. Poverino, ha ragione! Qualche volta, quando si ritira all’orario in cui io esco dal bagno, lo vedo barcollare, col viso stravolto dalla stanchezza. Mi dice sempre: “Figliolo, il mio è un duro lavoro, ma qualcuno deve pur farlo!” Tutti e tre mi hanno sempre tenuto al centro dei loro pensieri. Be’, forse non sempre, più o meno tutto è iniziato verso la fine delle scuole medie, quando il mio possente fisico già mostrava tutta la sua forza: ero già alto più di un metro e ottanta e avevo spalle più larghe di quelle di mio padre. Loro hanno capito di trovarsi al cospetto di un giovane toro e hanno fatto venire a casa un maestro privato, che mi ha insegnato tutto quello di cui avevo bisogno, difatti parlo e scrivo benissimo, senza aver perso tempo con la scuola e quelle scimmie che sarebbero potuti essere i miei compagni di classe. A partire dalla mattina iniziavo subito con una corposa colazione, poi un paio di ore con il maestro e via nei campi. Da lì in poi ogni stagione ha la sua bella caratteristica: c’è quella in cui si pota, quella in cui si semina, quella in cui si raccoglie. Poi le bestie da allevare e mangiare. E me la vedo da solo. Sì, perché i miei familiari, poverini, sono impegnati in altro. Mia madre ad esempio prepara da mangiare e poi, insieme a mia sorella, si dedicano ai clienti che arrivano a casa. Vengono a farsi fare i massaggi e devono essere anche parecchio dolorosi, perché, qualche volta che rientro per bere, li sento lamentarsi e sento anche parecchio rumore provenire da sopra, forse cercano di scappare e li devono acchiappare. Per fortuna mio padre non si sveglia. Poverino … altrimenti non so come farebbe ad avere la forza di andare a lavorare per tutta la notte! Comunque non tutti i clienti sono paurosi. Qualche volta li ho visti quando entrano: alcuni portano anche i fiori o qualche bottiglia di vino buono, altri, quelli un po’ più anziani portano la spesa, tipo pane, latte, biscotti. Però qualche giorno fa mi è successa una cosa che mi ha lasciato ancora scosso. Quando mamma è entrata ha lanciato un urlo fortissimo e le è anche caduto il vassoio con la colazione. Io mi sono alzato di soprassalto, impaurito al punto che stavo per scoppiare a piangere. Avevo tutto il caffellatte sulle lenzuola e non capivo perché continuasse a rimproverarmi: “Cosa hai fatto!” diceva urlando “come hai potuto!”, ma io non capivo. Poi in camera è piombata anche mia sorella. Si era appena svegliata e aveva ancora tutto il trucco che usa per lavorare sparso sul viso. Anche lei ha iniziato a urlare: “Sei uno schifoso, come hai potuto tradirla!” e poi è scoppiata in lacrime dicendo “e ora che sarà di noi?” che quando mamma ha sentito quella frase le ha strillato “Non ti permettere!” e le ha mollato un ceffone così forte che sembrava si fosse rimesso a posto il trucco, ma mi ha fatto mettere così tanta paura che è uscita la pipì da sola e ho avuto vergogna. Quando mi sono alzato per andarle incontro ad abbracciarla si è scostata e ha continuato a strillarmi: “Sei un porco, come hai potuto?” Io non riuscivo a capire capire e mi era venuta anche voglia di andare in bagno. Uscendo dalla camera ho travolto mio padre che stava arrivando preoccupato e quando mi ha visto anche lui ha cambiato faccia, è impallidito e quasi balbettando ha guardato verso mia madre che stava avanzando inviperita: “Chi è stata? dillo a me! Chi è stata che la metto a posto io!” io continuavo a non capire e me la stavo anche facendo sotto, così sono scappato in bagno e ho chiuso la porta a chiave. Fuori li sentivo ancora urlare e imprecare come mai era successo. Non avevo voglia di aprire e ho appoggiato le mani sulle orecchie per non sentirli. Nel girarmi però ho visto la mia immagine allo specchio e ho finalmente capito: avevo tutto il viso sporco di rossetto così rosso e intenso, che da solo parlava di passione. Però a quel punto ho avuto paura anch’io! Possibile che l’avevo tradita senza neanche ricordarlo? Mi sembrava strano e mi è venuto un vuoto allo stomaco, come quando l’asino mi ha colpito con una testata. In tanti anni non avevo mai desiderato altro che lei ed ero ricambiato in continuazione dal suo amore: mi aveva sempre dato tutto il suo indiscusso affetto e non mi aveva mai rifiutato, mai, mai un rifiuto in tanti anni e io l’avevo sempre rispettata per questo e l’amavo dal profondo del mio cuore. A quel punto avevo capito la sincera preoccupazione dei miei familiari, ma dovevo anche capire cosa fosse successo a me, se qualcuno mi avesse drogato e approfittato del mio corpo non avrei potuto perdonarmelo. Io sono solo per lei e nessun’altra si deve intromettere. Però, prima di ogni altra cosa era necessario scusarmi con lei. Col cuore gonfio di pene e tristezza ho aperto la porta, sono uscito gridando col mio vocione: “Basta basta!” e alzando la braccia li ho fatti zittire. Per la prima volta, dall’alto dei miei due metri li ho visti quasi intimoriti. Senza attendere sono corso fuori e li ho sentiti seguirmi affannati. In pochi balzi sono arrivato nell’ovile, ho scaraventato la porta per aria e, saltando la prima staccionata l’ho guardata dritta in viso. Solo in quel momento mi sono tranquillizzato. Lei era tranquilla e beatamente masticava il suo solito ciuffo d’erba con le labbra ancora sporche di rossetto. Alfredo Martinelli [Benevento, 10 giugno 2019] AMBenevento, 6 marzo 2020]]></description>
		
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		<title>Afonia</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Mar 2020 19:19:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Imparai a inventare e scrivere storie perché le emozioni non diventavano parole per uscire dalla bocca, piuttosto mi rendevano afono. Fin quando si trattava di un&#8217;interrogazione, una equazione alla lavagna o una lettura in chiesa, non avevo problemi, ma la prima volta che provai a invitare per un lento una ragazzina che mi piaceva, dalla bocca uscì un suono simile a un muggito soffocato. A lei venne da ridere, si girò e andò via per farlo da un&#8217;altra parte. Rimasi incredulo, ma dovetti ben presto capire che non era stato un caso. Con il passaggio dalle medie alla superiori tenni sotto controllo la situazione evitando di provare interesse per le ragazze. Ero divenuto così abile nel bloccare ogni emozione, che sul mio conto c&#8217;erano due scuole di pensiero. Secondo la prima ero un tipo fin troppo razionale, che non lasciava nulla al caso, quasi simile a un robot. Per altri ero un grande strafottente, uno di quelli che avrebbe campato oltre cent&#8217;anni. Io davo ragione a entrambi i punti di vista e tiravo dritto per la mia strada. Con i miei nonni e genitori avevo preso la bella abitudine di scrivere bigliettini augurali densi di tutto le parole che non sarebbero mai uscite, perché troppo cariche di emozioni per uno con il mio problema. Loro apprezzavano molto e scoprii che addirittura ognuno di loro conservava i miei bigliettini, come se fossero stati buoni postali. Tutto sommato, la mia vita, seppur priva di innamoramenti, sfilava via ricca di tante altre soddisfazioni. A scuola andavo bene, sapevo intrattenere adulti e coetanei con conversazioni che spaziavano dai poeti trovatori al più banale dei film natalizi. Non avendo altre distrazioni, trascorrevo il tempo ad apprendere un po&#8217; di tutto. Poi un giorno arrivò la batosta fino a quel momento evitata con attenzione. La vidi nella palestra della scuola, dove il pomeriggio alcuni di noi facevano il rientro per allenarsi. Lei e le sue compagne di squadra erano alle prese con esercizi di ginnastica ritmica. Non so dire quanto tempo rimasi incantato a osservare la perfezione dei movimenti e la grazia dei lineamenti: dal profilo del viso, all&#8217;eleganza delle spalle, passando per il seno e giù fino alle gambe, non c&#8217;era un solo elemento fuori armonia. Il tutto si raccordava a due enormi occhi profondi come lo spazio che di notte mantiene le stelle sopra le nostre teste. &#8220;Mi hai guardato tutto il tempo, c&#8217;è qualcosa che non va?&#8221; mi chiese a fine allenamento fermandosi davanti a me con aria quasi scocciata. Non so bene quale suono mi uscii dalla bocca, però ricordo bene la sua espressione incredula. Disse semplicemente &#8220;eh? … va be&#8217; dai, lascia perdere!&#8221; ed entrò negli spogliatoi. Quel giorno mi allenai con molto più vigore del solito e lo stesso accadde la volta dopo e la successiva ancora. Ma dopo una settimana esatta, la rividi nuovamente nello stesso posto e rimasi ugualmente a fissarla tutto il tempo. Questa volta se ne accorsero anche i miei compagni di squadra: &#8220;Ehi, non dire che ti piace quella lì? lo sanno tutti che non si fila a nessuno, non perderci tempo che ti farai male!&#8220; &#8220;Ma figuratevi!&#8221; risposi, aggiungendo un po&#8217; di verità: &#8220;però è carina!&#8220; &#8220;Carina? è proprio bona!&#8221; risposero in coro e li seguii negli spogliatoi ridendo, per camuffare il disagio che iniziavo a provare al solo pensiero di doverle parlare. Durante la settimana successiva seppi la via in cui abitava, la scuola dove stava frequentando l&#8217;ultimo anno e il giro di compagnie con cui usciva, più altre informazioni su un presunto suo fidanzatino di qualche anno prima. Tutto utile e al tempo stesso inutilizzabile. Cosa avrei potuto fare, per vincere la mia afonia da emozione? Nel frattempo il tempo passava e io continuavo ad avvitare i pensieri lungo una spirale senza fine e senza senso. Fin quando, come la visita inaspettata di un caro amico, giunse l&#8217;illuminazione. Ero tra la veglia e il sonno, tra la notte e l&#8217;alba, quando i pensieri vagano ancora liberi dalle convenzioni. Iniziai quello stesso pomeriggio a lasciare pezzi di frasi scritte accanto ai suoi oggetti. Non solo in palestra, ma nella cassetta della posta chiuse in una busta da lettera a lei indirizzata, sotto il suo banco in classe e nel suo zaino. Non ebbi fretta nel farle recapitare i fogli e non ebbi sempre la stessa cadenza temporale. Alle volte tra uno e l&#8217;altro feci intercorrente 3 giorni, in altri casi 2 o 4. Anche i metodi variavano, anche se alle volte si assomigliavano. Arrivai a farle giungere una frase con un aeroplano di carta lanciato in camera sua, una attaccata a un palloncino colorato portato da un bambino e, un&#8217;altra sul tovagliolo di una colazione al bar. Tutto grazie a molti amici fidati. Le parti di frase non erano in sequenza, in modo che per capire il senso sarebbe stato necessario avere il giusto ordine. Nell&#8217;ultimo foglio non misi una parte di frase. Scrissi che per la giusta sequenza l&#8217;avrei aspettata in un pub del centro storico e nel farlo mi tremarono le mani, perché, se non avesse accettato, avrebbe comunque potuto osservare da lontano chi fossi e non presentarsi. Al contempo se, se avesse accettato, la mia psicosi da emozione avrebbe potuto rovinare tutto in pochi secondi. Ma era giunto il momento di dare un senso a quel gioco di strategici incastri, al quale non sapevo se lei stava partecipando e in che modo, perché non ebbi mai alcuna prova o semplice indicazione del suo pensiero.Quella sera mi vestii bene, con ordine, tranne i capelli, che ho sempre preferito lasciare liberi. Non scelsi un tavolino in fondo alla stanza, ma al centro, per mostrare sicurezza. Ero arrivato cinque minuti prima e ormai ne erano già trascorsi quindici oltre. Avevo deciso che avrei atteso fino a venti minuti di ritardo, poi sarei andato via. Le luci di tutti quei lampadari dalle forme e colori differenti, appesi al soffitto in modo irregolare e tutte quelle stampe di fotografie che tappezzavano i muri stavano iniziando a irritarmi. La colorazione arancione, verso cui tendeva tutto quel che mi circondava, cominciò a darmi una brutta sensazione di mancanza di respiro. Un po&#8217; alla volta una brutta sensazione di oppressione e mancanza di respiro sorse pian piano dal centro dello stomaco e sentii la sudorazione risalire dalla base del collo verso la nuca. come quando capisci d&#8217;aver fallito e non hai alternative per risollevarti. Mi sentivo al centro degli sguardi di tutti gli occhi presenti nel locale, come se tutti sapessero cosa stessi facendo lì e fossero in attesa del finale. Il tempo che mi ero prefissato era scaduto ed era giunto il temuto momento di andar via senza dare nell&#8217;occhio e con lo stesso sorriso con cui ero arrivato. Mi ero preparato all&#8217;evenienza, avrei solo dovuto liberare la mia imperterrita faccia tosta, la stessa che mi aveva salvato tante altre volte e nessuno si sarebbe accorto del mio mancato appuntamento. Fu un istante prima che mi alzassi sconfitto, che sentii recitare alle mie spalle le parole nella giusta sequenza con cui le avevo immaginate. La sua non fu una lettura o una recitazione, ma un canto che dialogava con la mia anima, che in un solo istante trovo la pace e la sua posizione nel mondoOggi, dopo oltre vent&#8217;anni, ogni volta che ci arrabbiamo fra noi, lei la canta come allora e ogni aspetto del nostro mondo torna al suo posto. AMBeevento, 4 marzo 2020]]></description>
		
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		<title>la punizione divina</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Feb 2020 08:01:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[le anziane del paese l&#8217;avevano prevista. Avevano letto nella forme e colore delle ossa di pollo bruciate nella brace e interpretato i dolori alle ossa dei mattini precedenti. Quel pomeriggio sarebbe arrivata una pioggia torrenziale di quelle così violente e imponenti, che avrebbe spazzato via uomini, attrezzi e animali dalle strade. Era la mano di Dio che ci stava per punire per i nostri peccati. Furono questi i pensieri del parroco che invitò tutti i fedeli a chiudersi in casa, spegnere ogni luce in forma di penitenza e pregare intensamente affinché la punizione divina divenisse più indulgente. Il Sindaco chiuse le scuole con una settimana di anticipo e per tre giorni ogni attività commerciale. Fece spegnere anche i lampioni della piccola piazza centrale e ordinò che nessuno uscisse di casa. Verso le tre del pomeriggio il cielo divenne realmente cupo e buio, costringendo anche gli ultimi scettici a chiudersi in casa per pregare. Secondo la tradizione, sarebbe potuto essere letale anche avere contatti diretti con la pioggia. Fu il rombo di un enorme tuono ad aprire i rubinetti del cielo. Io ero sotto il pergolato davanti casa, ero riuscito a venir via dai controlli di mia nonna e mamma. Le prime gocce, grandi come ciliege le vidi rimbalzare rumorosamente sulle pietre della strada davanti. Poi, in pochi secondi, l&#8217;acqua era ovunque, accompagnata da un profumo di terra ed erba bagnata e il rumore della pioggia divenne come un canto. Sfilai scarpe e vestiti, lasciando solo le mutande e corsi a giocare con i cani per strada, saltando e correndo scalzo come loro. L&#8217;acqua che cadeva dall&#8217;alto mi pizzicava di piacere la pelle ed era calda, come quella del catino accanto al camino. Nel breve volgere di un paio d&#8217;ore tutto ebbe termine. Corsi a casa per asciugarmi e infilarmi nuovamente i vestiti, mentre dalle case si affacciavano le prime persone, convinte d&#8217;aver ricevuto la grazia per la breve durata di un temporale estivo. AM [Benevento, 25 febbraio 2020]]]></description>
		
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		<title>la fioraia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Feb 2020 07:36:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La conobbi al negozio dei fiori. Ero lì per comprare una rosa per la festa della mamma, che era stata il giorno prima. Da ragazzino non avevo tanti soldi da gestire e il giorno dopo le ricorrenze comandate i fiori costavano sempre un po&#8217; in meno. Mia madre un po&#8217; se la prendeva, ma non più di tanto, perché sapeva d&#8217;avermi insegnato lei a essere accorto alle spese. La ragazza dietro al banco era visibilmente più grande di me, ma non capii subito che era anche la proprietaria della fioreria. Mi chiese un paio di volte cosa volessi, perché la prima volta ero più intento a seguire il movimento delle labbra, che non la voce. &#8220;Una rosa, sì, un rosa … grande&#8221; dissi impacciato nel tentativo di riprendere il controllo. &#8220;E per chi è?&#8221; mi chiese. Andai totalmente in palla: in quelle poche frazioni di istanti fui sicuro nel non voler dire &#8220;è per mia madre&#8220;, mi avrebbe fatto apparire goffo e mammone, però se le avessi risposto una bugia del tipo: &#8220;è per la mia ragazza&#8221; avrei perso la possibilità di corteggiarla, ma al contempo sapevo che una ragazza più grande, già con un lavoro e bella come le principesse nelle fiabe, non sarebbe mai uscita con me. Me la cavai o così immaginai, sorridendole, ma tenendo la bocca chiusa, per non far vedere i denti: ne avevo vergogna. Il primo pensiero uscendo dalla bottega fu escogitare un modo per rientrare, che avesse però la naturalezza di un gesto quotidiano o del caso. Le feste comandate erano però finite ed esclusi fin da subito l&#8217;idea di comprare fiori a caso. Non avevo neanche qualcuno a cui chiedere consigli: tutti i miei amici avevano fidanzatine scialbe, non ancora donne, com&#8217;era la &#8220;mia fioraia&#8221;. Qualche sera, nascosto dietro l&#8217;angolo della strada, provai ad aspettare la chiusura per far finta di passare dalle sue parti. Più le lancette si avvicinavano all&#8217;orario e più forte sentivo il rumore nel petto e la bocca divenire secca, come la lingua dei gatti. Capii che non era la strada giusta e rinunciai, ma ero consapevole di tutto tempo trascorso e avevo paura che si scordasse di me, di quando andai a comprare la rosa più grande fra le tante nella bottega. E più mi arrovellavo, più il tempo passava e sfumava quella residua possibilità, piccola come un granello in un secchio di sabbia. Trascorsi insonne intere notti a rigirarmi nel letto e pianificare di tutto e il suo contrario. Mi svegliavo stanco, ma ogni giorno sempre più convinto che avrei dovuto provarci. L&#8217;idea divenne così ossessiva da sembrare concreta. &#8220;Dopotutto ha solo qualche anno più di me e poi, pur se non sono chissà quale bellezza, ho una buona dialettica, sono simpatico e dicono anche intelligente.&#8221; Inoltre avevo già superato l&#8217;esame per entrare nei Carabinieri. La scuola era finita e di lì a pochi mesi mi sarei arruolato e sarei diventato uomo più rapidamente. Non c&#8217;era dubbio che avessi tutte le carte in regola per conquistarla. C&#8217;era solo da portare a termine il primo passo, quello più importante. Fu una mattina, sotto la doccia, che presi la decisione di petto: &#8220;io sono io, non gli altri&#8221; mi dissi, mentre l&#8217;acqua tiepida mi scorreva sulla nuca e lungo la schiena, alludendo a tutti quelli che si accontentavano di una ragazza qualunque, magari la prima che aveva loro sorriso un po&#8217; di più. Uscii presto, col fresco, indossando una semplice maglietta e un jeans, per farle capire che ero uno di sostanza, non di apparenza. Indossai anche un bell&#8217;orologio, perché i particolari sono importanti. Non avevo bene in mente cosa dirle, ma volevo incontrarla al momento dell&#8217;apertura, quando in strada c&#8217;è ancora poca gente e nel negozio non sarebbero arrivati clienti a disturbare. Quando però la vidi scendere da una moto guidata da un ragazzo un po&#8217; più grande di lei, fu come aver ricevuto un calcio inaspettato alla bocca dello stomaco. Sentii la stessa contrazione, lo stesso dolore ed ebbi nausea. Mi mancarono respiro e forza nelle gambe e sudai così intensamente da sentire subito cattivo odore intorno a me. Mentre loro si salutavano sbaciucchiandosi sorridenti, io andai via. Non ebbi la forza di raccogliere i resti del mio favoloso castello in aria. Lo lasciai a terra, come un monito per il futuro che si alzava sull&#8217;orizzonte. AMBenevento, 20 febbraio 2020]]></description>
		
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		<title>qui e adesso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Feb 2020 09:59:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Per una sua indecifrabile scelta, ci vedevamo solo se l&#8217;invito partiva da lei. Lo faceva con naturalezza, durante una conversazione su tutt&#8217;altro o se ci incontravamo per caso da qualche parte. Però quando la invitavo io aveva sempre un impegno, che non suonava mai come una scusa. Una volta feci finta di passare casualmente all&#8217;uscita dalla scuola. Mi accolse felice, ma non accettò un banale invito per un concerto. Tutte le volte che la esortavo a farsi vedere con maggiore frequenza, i tempi per l&#8217;incontro successivo si allungavano, come se fosse in grado di calibrare le coincidenze a suo piacimento. Le prime volte ci restavo male, perché tutti i nostri momenti scorrevano sereni e piacevoli e non capivo quale fosse la logica del suo comportamento. Poi capii che non avrei più dovuto pormi domande. Lasciarmi fluire era la soluzione: prendere quel che di buono sarebbe arrivato, ponendo attenzione solo sul &#8220;qui e adesso&#8221; di ogni incontro. Passarono così intere settimane, poi le stagioni e gli anni. Io mi fidanzai con una ragazza a cui volli molto bene, pur non provando lo stesso benessere che provavo con lei. Di lei, di quel che fa, di come se la passa, so veramente poco, perché, ogni volta che ci incontriamo, continuiamo a parlare di tutto, tranne che di noi. AMBenevento, 14 febbraio 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>il secondo respiro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Feb 2020 10:58:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Si dice che la morte naturale colga le persone in periodi dell&#8217;anno molti vicini alla loro data di nascita. Quel giorno era il mio compleanno ed ero sano come un pesce, ma avevo comunque deciso di farla finita. Erano troppi i soldi che avrei dovuto restituire a quel cravattaro di merda, ma non li avevo e non avrei potuto darglieli neanche s&#8217;avesse fatto ammazzare uno dei miei figli, così preferii farla finita da solo piuttosto che crepare cementato o coinvolgere la famiglia in un&#8217;imboscata sotto casa. Il periodo era così brutto e lo stato d&#8217;animo così nero che non mi vedevano sorridere da tempo e mi risultò facile cenare senza far capire la decisione. Come tutte le sere aiutai i bambini a cambiarsi e rimboccai loro le coperte, prima d&#8217;uscire dalla stanza raccontai una delle tante storie inventate per farli ridere, poi spensi la luce ed andai a prepararmi. Mia moglie sapeva da tempo dell&#8217;appuntamento di lavoro nel dopocena e non le sembrò strana la mia uscita, la salutai da lontano, quand&#8217;ero già sull&#8217;uscio e scesi le scale senza accendere la luce. Decisi non fosse il caso lasciare qualcosa di scritto che giustificasse il mio gesto e poi volevo si pensasse a un incidente e non si capisse che la disperazione aveva vinto sulla mia volontà. Troppe pressioni l&#8217;avevano ridotta ad un barattolo di latta vuoto e deforme, privo d&#8217;alcuna utilità. Era giunto il tempo di guardare in faccia la realtà e fare una scelta coerente. L&#8217;inverno m&#8217;investì fuori dal portone, aveva in sé un intenso profumo di neve che mi colse impreparato. Intorno regnava il bianco e i fiocchi scendevano come grossi pezzi d&#8217;ovatta sfilacciata ordinati in fitte file diagonali. Mi resi conto di non avere le scarpe adatte, ma scivolare non sarebbe stato certo un problema, anzi m&#8217;avrebbero aiutato a giustificare la messinscena pensata. La neve attutiva i suoni ed induceva a restare a casa o chiudersi in qualche locale. Per strada non c&#8217;era nessuno e potei camminare senza fretta fino al ponte. Avevo programmato quel tragitto da diversi giorni, l&#8217;esatto percorso composto da attraversamenti, diagonali fra i marciapiedi, i chiaroscuri delle ombre proiettate dai lampioni e l&#8217;odore umido ed intenso dell&#8217;acqua del fiume misto alla vegetazione. L&#8217;unico imperativo categorico era non pensare a niente e disattivare l&#8217;emozioni. Avevo le mani in tasca per non congelarle, i guanti li avevo lasciati a casa, sono sempre piaciuti al mio primogenito, sarebbe stato un peccato rovinarli. Anche il cappotto era quello vecchio. Giunto sul posto scelto per l&#8217;estremo gesto, m&#8217;affacciai per osservare il fiume gonfio di neve. Qualche giorno prima un ubriaco aveva sfondato parte del guardrail con l&#8217;auto, ora lo squarcio era delimitato da un nastro bianco con bande trasversali rosse. Se fossi scivolato in quel vuoto avrebbero pensato tutti ad un incidente. Mi guardai intorno e non vidi nessuno, appoggiai le mani sui bordi della breccia ed inspirai lentamente. Fu un attimo, mi vennero in mente il mio primo giorno di scuola, i miei figli quando li vidi per la prima volta ed i miei genitori il giorno della laurea. Stava per finire tutto e non certo come l&#8217;avevo immaginato. Quello era il momento. Feci un profondo respiro e chiusi gli occhi, spostai il piede destro sul baratro e udii più fragoroso lo scrosciare dell&#8217;acqua. Sentii il bisogno d&#8217;un altro respiro, più intenso del primo e in quel preciso istante avvertii un&#8217;inquietante strano rumore metallico accanto. Mi si irrigidirono le braccia e mi voltai d&#8217;istinto. Fu un orrore mai visto né immaginato prima. Urlai come se fossi stato invaso dalle fiamme e corsi senza voltare lo sguardo. Sentii gli sfinteri cedere per la paura e feci fatica a spostare le gambe divenute molli e disarticolate, ma corsi lo stesso pur senza avere più fiato in corpo e col cuore che pulsava così forte nelle orecchie da non farmi sentire l&#8217;ansimare affannato del respiro. Mi ritrovai sui miei passi, senza rendermene conto e scivolai sbattendo violentemente per terra sulle stesse mie impronte lasciate nella neve, quelle che qualche minuto prima avevo pensato sarebbero state le ultime. Sentii nuovamente quell&#8217;orrore su di me, come un calore sul collo. Riusci ad alzarmi per riprendere a la corsa. Avevo la vista appannata dalla fatica e cominciai a sentire una disgustosa puzza di merda. La strada aveva qualcosa di surreale, sui fiocchi di neve si rifrangeva l&#8217;ocra delle lampade a mercurio e non c&#8217;era nessuno a cui chiedere aiuto. Con tremendo sforzo giunsi su una strada importante dove avrei trovato sicuramente qualcuno, ma sentii il cuore schiacciato dallo stomaco e vomitai la cena contro un palo dell&#8217;illuminazione al quale m&#8217;aggrappai per non cadere nuovamente. Poche decine di metri avanti c&#8217;era una giovane coppia che passeggiava sotto la neve. La vidi come la salvezza. Facendo forza con le braccia riuscii a tornare eretto e ripresi a muovermi con l&#8217;energia che può provenire solo dalla speranza, ma a pochi passi da loro il maschio cominciò ad inveirmi e minacciarmi mentre la ragazza strillava. Non compresi gli insulti, nelle orecchie sentivo solo il rimbombo delle pulsazioni e la gola gonfia non mi consentì di emettere parole se non qualche verso senza senso. Stavo per inginocchiarmi e lasciarla fare, ma vedere la sua enorme ombra proiettarsi ed avvolgere la mia, mi fece riprendere e continuai a camminare fin quando trovai un locale con le luci accese. Mi precipitai dentro spalancando il portone e proseguii fino in fondo alla sala. Le persone mi fecero passare spostandosi e guardandomi schifate per come fossi ridotto, per la puzza emanata dal mio fondo schiena e dal vomito appiccicato al cappotto. Chi non fece in tempo a togliersi lo spinsi col corpo ridotto ad un ammasso di carne barcollante, che viaggiava d&#8217;inerzia senza alcun tipo di coordinamento se non quel minimo necessario per andare avanti senza cadere. Giunsi al fondo della sala in cui enormi specchi s&#8217;alternavano ad un arredo in stile vittoriano su un parato rosso pompeiano e lì, pur nella penombra della luce soffusa e con la mente annebbiata dalla mancanza d&#8217;ossigeno, riconobbi il bastardo cravattaro che m&#8217;aveva ridotto in quella situazione. M&#8217;aveva visto entrare e s&#8217;era alzato per aspettarmi. Grosso e corpulento, non gli fu difficile alzarmi facendo leva sugli avambracci conficcati nel mio petto ed i pugni stretti al bavero del cappotto. Cominciò a scuotermi e strillare come una bestia, non ricordo le parole, solo che notai da uno specchio quella cosa entrare e prepararsi a sferrare il suo colpo alla mia schiena. In quel preciso momento lo stronzo m&#8217;aveva fatto toccare con i piedi per terra e riuscii ad usare quel po&#8217; di forza che m&#8217;era rimasta per girarmi e scambiarmi di posizione. Vidi la lama della falce trafiggergli il cuore ed uscirgli dal petto. Mi vomitò addosso e s&#8217;accasciò per terra come un sacco senza contenuto. Terrorizzato indietreggiai di qualche passo mentre qualcuno si avvicinò cercando d&#8217;aiutare il mio aggressore. Sentì una donna parlare d&#8217;infarto. Cercai d&#8217;andar via, ma sulla porta la trovai ad attendermi soddisfatta.Non riesco a definire quanto tempo sia durata quella sensazione. Quando svanì, riuscì nuovamente a guardarmi intorno e sentire le voci, ma non c&#8217;era più nulla. Nel locale stavano chiamando l&#8217;ospedale per fare arrivare un&#8217;ambulanza e qualcuno commentava che il bastardo aveva avuto la fine che meritava. Alfredo Martinelli Benevento, 6 febbraio 2013 il racconto è presente nel mio &#8220;Sparse carte&#8220;AMBenevento, 6 febbraio 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>al mio cane piace la Nutella</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Jan 2020 07:25:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il mio non è cane qualunque: è un molosso proveniente dall’incrocio tra un alano e un mastino napoletano. È così grande che nella station wagon ho rimosso i sedili posteriori e lui ci sta a malapena. Però è di una dolcezza immensa, con tutti e soprattutto non sbava, anzi ha le enormi fauci così secche, che deve bere spesso. Forse un piccolo difetto lo ha anche lui: è così goloso di Nutella, che quando la vede spalmata da qualche parte, si fionda con tale furia e voracità, che sarebbe capace di staccare un intero braccio Scusa, no… scusami sul serio, francamente non so bene il motivo per cui sto parlando del mio cane. Questa dovrebbe essere la dolorosa confessione di un uomo disperato per aver perso la sua donna. Forse ho iniziato così, perché è difficile spiegare il mio dolore. Penso sia comprensibile solo a chi ha già vissuto una simile esperienza: è come se qualcosa mi fosse stato strappato lasciando un vuoto colmo di disperazione. Ma nel mio caso non è solo la perdita in sé, ma anche come è avvenuta. Con l’uomo che me l’ha portata via, ci siamo scambiati il sonno fin da adolescenti. Abbiamo vissuto insieme le prime esperienze amorose, abbiamo viaggiato in lungo e in largo, mangiato nello stesso piatto e poi? Poi iniziano a frequentarsi in palestra, perché si trovano negli stessi orari, si iscrivono come coppia al torneo di beach volley e lui viene sempre più spesso a cenare a casa. Qualche volta porta con sé anche una poveraccia raccattata chissà dove. E io, da povero idiota illuso d’amore, ho sempre visto questo sodalizio a tre come una delle più nobili espressioni dell’amicizia, vivendo inebetito e credulone i nostri incontri e tutto quel che mi raccontavano. A questo punto ti chiederai come ho fatto a capire la loro tresca. L’interrogativo è più che lecito e ora ti racconto. È stato il cane, ad aprirmi gli occhi, si proprio lui. La prima volta ha trovato le chiavi di casa di lui fra i cuscini del mio divano … e fin qui ci può stare: ho pensato che gli fossero scivolate una delle tante volte che è venuto a cenare. Un’altra volta però il cagnolone mi ha portato un paio di mutande non mie e usate. So bene che siano sue, perché sono boxer particolari, che io e la mia ex gli abbiamo regalato allo scorso Natale e se solo penso che a sceglierle è stata lei, ancora mi si attorcigliano le budella! Nel momento in cui le ho viste, mi è salito così tanto sangue al cervello, che mi si è annebbiata la vista. Stavo per prendere a calci tutto quel che mi sarebbe capitato a tiro. Poi, per fortuna, il cagnolone ha iniziato a leccarmi il volto con quella lingua così larga da prendere tutto il viso. È stato il vero, importante punto di svolta della mia vita: mi sono distratto, calmato e, come tutti sappiamo ho ricordato che la vendetta va preparata, condita e gustata con calma! Così ho finto di non aver scoperto nulla, continuando a fare in modo che continuassero frequentarsi. Nel frattempo ho preso traccia dei loro movimenti tra luoghi preferiti, giorni e orari. Ho anche illuso il mio ex amico del cuore di aprirmi in confidenze sessuali di me con lei, rimarcando di quanto le piaccia il gioco erotico di quando mi spalmo le parti intime con prodotti alimentari. Lui, mascherando male il fastidio per la gelosia e fingendosi amicone, mi ha riempito di domande sui particolari erotici, alle quali ho sempre fornito ampie e dettagliate spiegazioni. Come tutto quel che desideriamo con la totale forza di ogni singola cellula, è arrivato anche il fatidico giorno in cui sono rientrato in casa giusto in tempo per avergli dato modo di cospargersi le intimità con la Nutella. Io mi sono limitato a spalancare la porta della camera da letto, al resto ha pensato il mio golosone amico a quattro zampe! Alfredo Martinelli [Firenze, 24 ottobre 2018] AMBenevento, 23 gennaio 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Turbini</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Jan 2020 11:24:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[]]></description>
		
		
		
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		<title>l&#8217;appuntamento</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Dec 2019 14:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[in quelle notti lontane non perdevo occasione per rientrare a casa da solo e a piedi. Sia in inverno, con il mercurio delle farmacie sotto lo zero che in estate, quando il profumo dei tigli era in ogni angolo di strada. L&#8217;adolescenziale speranza era sempre la stessa: incontrarla casualmente. Ovunque mi trovassi o dovessi andare, avevo la ferma convinzione che mi sarebbe stato più facile vederla se non avessi usato l&#8217;auto o altri mezzi. Solo con la pioggia evitavo la camminata, perché anche lei non sarebbe uscita. Avrei potuto chiamarla al telefono o aspettarla vicino casa sua, ma non sarebbe stato lo stesso: non avrei avuto la consapevolezza che Dio o il Caso erano d&#8217;accordo per quell&#8217;incontro. Per me era importante saperlo in quanto avrebbe dato all&#8217;evento un valore più intimo, un senso molto più profondo. Una volta accadde veramente, in una strada affollata di venditori, passeggini, coppie e nuvole di ragazzini rumorosi. Quando mi avvicinai mi accolse con un sorriso quasi di sollievo, come se anche lei fosse in attesa. Lasciò le amiche e venne a passeggiare con me. Restammo insieme tutta la sera. &#8220;È come se ci fossimo dati un appuntamento&#8221; mi disse sul tardi, non sapendo di quante volte l&#8217;avessi cercata. Poi venne l&#8217;estate con le sue ferie e l&#8217;università con la sua voglia di emancipazione da tutto e lei sparì come tanti altri. Io però quando posso continuo ad andare a piedi il più possibile, perché mi è rimasta la convinzione di poter avere più occasioni di incontri benedetti dalla Coincidenza e, magari, incontrarla nuovamente. AMBenevento, 30 gennaio 2019]]></description>
		
		
		
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