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	<title>ricordi &#8211; Alfredo Martinelli &amp; dintorni</title>
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		<title>rossetto</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Mar 2020 17:31:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sarò anche il più giovane della famiglia, ma la baracca la porto avanti io. Per questo gli altri mi adorano. Mi venerano come un piccolo principe. Ad esempio ogni mattina mia madre mi sveglia portando in camera un profumatissimo caffelatte, una tazza di fragranti biscotti fatti da lei e le ciabatte, d’inverno riscaldate accanto al camino o tenute al fresco d’estate. Mia sorella mi prepara la vasca da bagno, profumando l’acqua con fiori di lavanda e foglie di salvia. Mi lava la schiena, il collo, le braccia, tutto il torace e i piedi, usando la parte ruvida della spugna. Adoro quando poi la sera arriva mio padre e prima di andare via, mi massaggia il collo e le spalle. Per lui è già un grande sforzo, considerando tutti i problemi fisici che ha. Di notte lavora in una fabbrica di birra come assaggiatore. È un duro lavoro notturno, che fa da tanti anni, forse più o meno qualche anno dopo le mie medie. Mi ha detto una volta che prima lavorava nei campi, come me adesso, poi ha avuto grossi problemi alla schiena e ha dovuto cambiare mestiere. Poverino, ha ragione! Qualche volta, quando si ritira all’orario in cui io esco dal bagno, lo vedo barcollare, col viso stravolto dalla stanchezza. Mi dice sempre: “Figliolo, il mio è un duro lavoro, ma qualcuno deve pur farlo!” Tutti e tre mi hanno sempre tenuto al centro dei loro pensieri. Be’, forse non sempre, più o meno tutto è iniziato verso la fine delle scuole medie, quando il mio possente fisico già mostrava tutta la sua forza: ero già alto più di un metro e ottanta e avevo spalle più larghe di quelle di mio padre. Loro hanno capito di trovarsi al cospetto di un giovane toro e hanno fatto venire a casa un maestro privato, che mi ha insegnato tutto quello di cui avevo bisogno, difatti parlo e scrivo benissimo, senza aver perso tempo con la scuola e quelle scimmie che sarebbero potuti essere i miei compagni di classe. A partire dalla mattina iniziavo subito con una corposa colazione, poi un paio di ore con il maestro e via nei campi. Da lì in poi ogni stagione ha la sua bella caratteristica: c’è quella in cui si pota, quella in cui si semina, quella in cui si raccoglie. Poi le bestie da allevare e mangiare. E me la vedo da solo. Sì, perché i miei familiari, poverini, sono impegnati in altro. Mia madre ad esempio prepara da mangiare e poi, insieme a mia sorella, si dedicano ai clienti che arrivano a casa. Vengono a farsi fare i massaggi e devono essere anche parecchio dolorosi, perché, qualche volta che rientro per bere, li sento lamentarsi e sento anche parecchio rumore provenire da sopra, forse cercano di scappare e li devono acchiappare. Per fortuna mio padre non si sveglia. Poverino … altrimenti non so come farebbe ad avere la forza di andare a lavorare per tutta la notte! Comunque non tutti i clienti sono paurosi. Qualche volta li ho visti quando entrano: alcuni portano anche i fiori o qualche bottiglia di vino buono, altri, quelli un po’ più anziani portano la spesa, tipo pane, latte, biscotti. Però qualche giorno fa mi è successa una cosa che mi ha lasciato ancora scosso. Quando mamma è entrata ha lanciato un urlo fortissimo e le è anche caduto il vassoio con la colazione. Io mi sono alzato di soprassalto, impaurito al punto che stavo per scoppiare a piangere. Avevo tutto il caffellatte sulle lenzuola e non capivo perché continuasse a rimproverarmi: “Cosa hai fatto!” diceva urlando “come hai potuto!”, ma io non capivo. Poi in camera è piombata anche mia sorella. Si era appena svegliata e aveva ancora tutto il trucco che usa per lavorare sparso sul viso. Anche lei ha iniziato a urlare: “Sei uno schifoso, come hai potuto tradirla!” e poi è scoppiata in lacrime dicendo “e ora che sarà di noi?” che quando mamma ha sentito quella frase le ha strillato “Non ti permettere!” e le ha mollato un ceffone così forte che sembrava si fosse rimesso a posto il trucco, ma mi ha fatto mettere così tanta paura che è uscita la pipì da sola e ho avuto vergogna. Quando mi sono alzato per andarle incontro ad abbracciarla si è scostata e ha continuato a strillarmi: “Sei un porco, come hai potuto?” Io non riuscivo a capire capire e mi era venuta anche voglia di andare in bagno. Uscendo dalla camera ho travolto mio padre che stava arrivando preoccupato e quando mi ha visto anche lui ha cambiato faccia, è impallidito e quasi balbettando ha guardato verso mia madre che stava avanzando inviperita: “Chi è stata? dillo a me! Chi è stata che la metto a posto io!” io continuavo a non capire e me la stavo anche facendo sotto, così sono scappato in bagno e ho chiuso la porta a chiave. Fuori li sentivo ancora urlare e imprecare come mai era successo. Non avevo voglia di aprire e ho appoggiato le mani sulle orecchie per non sentirli. Nel girarmi però ho visto la mia immagine allo specchio e ho finalmente capito: avevo tutto il viso sporco di rossetto così rosso e intenso, che da solo parlava di passione. Però a quel punto ho avuto paura anch’io! Possibile che l’avevo tradita senza neanche ricordarlo? Mi sembrava strano e mi è venuto un vuoto allo stomaco, come quando l’asino mi ha colpito con una testata. In tanti anni non avevo mai desiderato altro che lei ed ero ricambiato in continuazione dal suo amore: mi aveva sempre dato tutto il suo indiscusso affetto e non mi aveva mai rifiutato, mai, mai un rifiuto in tanti anni e io l’avevo sempre rispettata per questo e l’amavo dal profondo del mio cuore. A quel punto avevo capito la sincera preoccupazione dei miei familiari, ma dovevo anche capire cosa fosse successo a me, se qualcuno mi avesse drogato e approfittato del mio corpo non avrei potuto perdonarmelo. Io sono solo per lei e nessun’altra si deve intromettere. Però, prima di ogni altra cosa era necessario scusarmi con lei. Col cuore gonfio di pene e tristezza ho aperto la porta, sono uscito gridando col mio vocione: “Basta basta!” e alzando la braccia li ho fatti zittire. Per la prima volta, dall’alto dei miei due metri li ho visti quasi intimoriti. Senza attendere sono corso fuori e li ho sentiti seguirmi affannati. In pochi balzi sono arrivato nell’ovile, ho scaraventato la porta per aria e, saltando la prima staccionata l’ho guardata dritta in viso. Solo in quel momento mi sono tranquillizzato. Lei era tranquilla e beatamente masticava il suo solito ciuffo d’erba con le labbra ancora sporche di rossetto. Alfredo Martinelli [Benevento, 10 giugno 2019] AMBenevento, 6 marzo 2020]]></description>
		
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		<title>il secondo respiro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Feb 2020 10:58:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Si dice che la morte naturale colga le persone in periodi dell&#8217;anno molti vicini alla loro data di nascita. Quel giorno era il mio compleanno ed ero sano come un pesce, ma avevo comunque deciso di farla finita. Erano troppi i soldi che avrei dovuto restituire a quel cravattaro di merda, ma non li avevo e non avrei potuto darglieli neanche s&#8217;avesse fatto ammazzare uno dei miei figli, così preferii farla finita da solo piuttosto che crepare cementato o coinvolgere la famiglia in un&#8217;imboscata sotto casa. Il periodo era così brutto e lo stato d&#8217;animo così nero che non mi vedevano sorridere da tempo e mi risultò facile cenare senza far capire la decisione. Come tutte le sere aiutai i bambini a cambiarsi e rimboccai loro le coperte, prima d&#8217;uscire dalla stanza raccontai una delle tante storie inventate per farli ridere, poi spensi la luce ed andai a prepararmi. Mia moglie sapeva da tempo dell&#8217;appuntamento di lavoro nel dopocena e non le sembrò strana la mia uscita, la salutai da lontano, quand&#8217;ero già sull&#8217;uscio e scesi le scale senza accendere la luce. Decisi non fosse il caso lasciare qualcosa di scritto che giustificasse il mio gesto e poi volevo si pensasse a un incidente e non si capisse che la disperazione aveva vinto sulla mia volontà. Troppe pressioni l&#8217;avevano ridotta ad un barattolo di latta vuoto e deforme, privo d&#8217;alcuna utilità. Era giunto il tempo di guardare in faccia la realtà e fare una scelta coerente. L&#8217;inverno m&#8217;investì fuori dal portone, aveva in sé un intenso profumo di neve che mi colse impreparato. Intorno regnava il bianco e i fiocchi scendevano come grossi pezzi d&#8217;ovatta sfilacciata ordinati in fitte file diagonali. Mi resi conto di non avere le scarpe adatte, ma scivolare non sarebbe stato certo un problema, anzi m&#8217;avrebbero aiutato a giustificare la messinscena pensata. La neve attutiva i suoni ed induceva a restare a casa o chiudersi in qualche locale. Per strada non c&#8217;era nessuno e potei camminare senza fretta fino al ponte. Avevo programmato quel tragitto da diversi giorni, l&#8217;esatto percorso composto da attraversamenti, diagonali fra i marciapiedi, i chiaroscuri delle ombre proiettate dai lampioni e l&#8217;odore umido ed intenso dell&#8217;acqua del fiume misto alla vegetazione. L&#8217;unico imperativo categorico era non pensare a niente e disattivare l&#8217;emozioni. Avevo le mani in tasca per non congelarle, i guanti li avevo lasciati a casa, sono sempre piaciuti al mio primogenito, sarebbe stato un peccato rovinarli. Anche il cappotto era quello vecchio. Giunto sul posto scelto per l&#8217;estremo gesto, m&#8217;affacciai per osservare il fiume gonfio di neve. Qualche giorno prima un ubriaco aveva sfondato parte del guardrail con l&#8217;auto, ora lo squarcio era delimitato da un nastro bianco con bande trasversali rosse. Se fossi scivolato in quel vuoto avrebbero pensato tutti ad un incidente. Mi guardai intorno e non vidi nessuno, appoggiai le mani sui bordi della breccia ed inspirai lentamente. Fu un attimo, mi vennero in mente il mio primo giorno di scuola, i miei figli quando li vidi per la prima volta ed i miei genitori il giorno della laurea. Stava per finire tutto e non certo come l&#8217;avevo immaginato. Quello era il momento. Feci un profondo respiro e chiusi gli occhi, spostai il piede destro sul baratro e udii più fragoroso lo scrosciare dell&#8217;acqua. Sentii il bisogno d&#8217;un altro respiro, più intenso del primo e in quel preciso istante avvertii un&#8217;inquietante strano rumore metallico accanto. Mi si irrigidirono le braccia e mi voltai d&#8217;istinto. Fu un orrore mai visto né immaginato prima. Urlai come se fossi stato invaso dalle fiamme e corsi senza voltare lo sguardo. Sentii gli sfinteri cedere per la paura e feci fatica a spostare le gambe divenute molli e disarticolate, ma corsi lo stesso pur senza avere più fiato in corpo e col cuore che pulsava così forte nelle orecchie da non farmi sentire l&#8217;ansimare affannato del respiro. Mi ritrovai sui miei passi, senza rendermene conto e scivolai sbattendo violentemente per terra sulle stesse mie impronte lasciate nella neve, quelle che qualche minuto prima avevo pensato sarebbero state le ultime. Sentii nuovamente quell&#8217;orrore su di me, come un calore sul collo. Riusci ad alzarmi per riprendere a la corsa. Avevo la vista appannata dalla fatica e cominciai a sentire una disgustosa puzza di merda. La strada aveva qualcosa di surreale, sui fiocchi di neve si rifrangeva l&#8217;ocra delle lampade a mercurio e non c&#8217;era nessuno a cui chiedere aiuto. Con tremendo sforzo giunsi su una strada importante dove avrei trovato sicuramente qualcuno, ma sentii il cuore schiacciato dallo stomaco e vomitai la cena contro un palo dell&#8217;illuminazione al quale m&#8217;aggrappai per non cadere nuovamente. Poche decine di metri avanti c&#8217;era una giovane coppia che passeggiava sotto la neve. La vidi come la salvezza. Facendo forza con le braccia riuscii a tornare eretto e ripresi a muovermi con l&#8217;energia che può provenire solo dalla speranza, ma a pochi passi da loro il maschio cominciò ad inveirmi e minacciarmi mentre la ragazza strillava. Non compresi gli insulti, nelle orecchie sentivo solo il rimbombo delle pulsazioni e la gola gonfia non mi consentì di emettere parole se non qualche verso senza senso. Stavo per inginocchiarmi e lasciarla fare, ma vedere la sua enorme ombra proiettarsi ed avvolgere la mia, mi fece riprendere e continuai a camminare fin quando trovai un locale con le luci accese. Mi precipitai dentro spalancando il portone e proseguii fino in fondo alla sala. Le persone mi fecero passare spostandosi e guardandomi schifate per come fossi ridotto, per la puzza emanata dal mio fondo schiena e dal vomito appiccicato al cappotto. Chi non fece in tempo a togliersi lo spinsi col corpo ridotto ad un ammasso di carne barcollante, che viaggiava d&#8217;inerzia senza alcun tipo di coordinamento se non quel minimo necessario per andare avanti senza cadere. Giunsi al fondo della sala in cui enormi specchi s&#8217;alternavano ad un arredo in stile vittoriano su un parato rosso pompeiano e lì, pur nella penombra della luce soffusa e con la mente annebbiata dalla mancanza d&#8217;ossigeno, riconobbi il bastardo cravattaro che m&#8217;aveva ridotto in quella situazione. M&#8217;aveva visto entrare e s&#8217;era alzato per aspettarmi. Grosso e corpulento, non gli fu difficile alzarmi facendo leva sugli avambracci conficcati nel mio petto ed i pugni stretti al bavero del cappotto. Cominciò a scuotermi e strillare come una bestia, non ricordo le parole, solo che notai da uno specchio quella cosa entrare e prepararsi a sferrare il suo colpo alla mia schiena. In quel preciso momento lo stronzo m&#8217;aveva fatto toccare con i piedi per terra e riuscii ad usare quel po&#8217; di forza che m&#8217;era rimasta per girarmi e scambiarmi di posizione. Vidi la lama della falce trafiggergli il cuore ed uscirgli dal petto. Mi vomitò addosso e s&#8217;accasciò per terra come un sacco senza contenuto. Terrorizzato indietreggiai di qualche passo mentre qualcuno si avvicinò cercando d&#8217;aiutare il mio aggressore. Sentì una donna parlare d&#8217;infarto. Cercai d&#8217;andar via, ma sulla porta la trovai ad attendermi soddisfatta.Non riesco a definire quanto tempo sia durata quella sensazione. Quando svanì, riuscì nuovamente a guardarmi intorno e sentire le voci, ma non c&#8217;era più nulla. Nel locale stavano chiamando l&#8217;ospedale per fare arrivare un&#8217;ambulanza e qualcuno commentava che il bastardo aveva avuto la fine che meritava. Alfredo Martinelli Benevento, 6 febbraio 2013 il racconto è presente nel mio &#8220;Sparse carte&#8220;AMBenevento, 6 febbraio 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>al mio cane piace la Nutella</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Jan 2020 07:25:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il mio non è cane qualunque: è un molosso proveniente dall’incrocio tra un alano e un mastino napoletano. È così grande che nella station wagon ho rimosso i sedili posteriori e lui ci sta a malapena. Però è di una dolcezza immensa, con tutti e soprattutto non sbava, anzi ha le enormi fauci così secche, che deve bere spesso. Forse un piccolo difetto lo ha anche lui: è così goloso di Nutella, che quando la vede spalmata da qualche parte, si fionda con tale furia e voracità, che sarebbe capace di staccare un intero braccio Scusa, no… scusami sul serio, francamente non so bene il motivo per cui sto parlando del mio cane. Questa dovrebbe essere la dolorosa confessione di un uomo disperato per aver perso la sua donna. Forse ho iniziato così, perché è difficile spiegare il mio dolore. Penso sia comprensibile solo a chi ha già vissuto una simile esperienza: è come se qualcosa mi fosse stato strappato lasciando un vuoto colmo di disperazione. Ma nel mio caso non è solo la perdita in sé, ma anche come è avvenuta. Con l’uomo che me l’ha portata via, ci siamo scambiati il sonno fin da adolescenti. Abbiamo vissuto insieme le prime esperienze amorose, abbiamo viaggiato in lungo e in largo, mangiato nello stesso piatto e poi? Poi iniziano a frequentarsi in palestra, perché si trovano negli stessi orari, si iscrivono come coppia al torneo di beach volley e lui viene sempre più spesso a cenare a casa. Qualche volta porta con sé anche una poveraccia raccattata chissà dove. E io, da povero idiota illuso d’amore, ho sempre visto questo sodalizio a tre come una delle più nobili espressioni dell’amicizia, vivendo inebetito e credulone i nostri incontri e tutto quel che mi raccontavano. A questo punto ti chiederai come ho fatto a capire la loro tresca. L’interrogativo è più che lecito e ora ti racconto. È stato il cane, ad aprirmi gli occhi, si proprio lui. La prima volta ha trovato le chiavi di casa di lui fra i cuscini del mio divano … e fin qui ci può stare: ho pensato che gli fossero scivolate una delle tante volte che è venuto a cenare. Un’altra volta però il cagnolone mi ha portato un paio di mutande non mie e usate. So bene che siano sue, perché sono boxer particolari, che io e la mia ex gli abbiamo regalato allo scorso Natale e se solo penso che a sceglierle è stata lei, ancora mi si attorcigliano le budella! Nel momento in cui le ho viste, mi è salito così tanto sangue al cervello, che mi si è annebbiata la vista. Stavo per prendere a calci tutto quel che mi sarebbe capitato a tiro. Poi, per fortuna, il cagnolone ha iniziato a leccarmi il volto con quella lingua così larga da prendere tutto il viso. È stato il vero, importante punto di svolta della mia vita: mi sono distratto, calmato e, come tutti sappiamo ho ricordato che la vendetta va preparata, condita e gustata con calma! Così ho finto di non aver scoperto nulla, continuando a fare in modo che continuassero frequentarsi. Nel frattempo ho preso traccia dei loro movimenti tra luoghi preferiti, giorni e orari. Ho anche illuso il mio ex amico del cuore di aprirmi in confidenze sessuali di me con lei, rimarcando di quanto le piaccia il gioco erotico di quando mi spalmo le parti intime con prodotti alimentari. Lui, mascherando male il fastidio per la gelosia e fingendosi amicone, mi ha riempito di domande sui particolari erotici, alle quali ho sempre fornito ampie e dettagliate spiegazioni. Come tutto quel che desideriamo con la totale forza di ogni singola cellula, è arrivato anche il fatidico giorno in cui sono rientrato in casa giusto in tempo per avergli dato modo di cospargersi le intimità con la Nutella. Io mi sono limitato a spalancare la porta della camera da letto, al resto ha pensato il mio golosone amico a quattro zampe! Alfredo Martinelli [Firenze, 24 ottobre 2018] AMBenevento, 23 gennaio 2020]]></description>
		
		
		
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		<pubDate>Wed, 22 Jan 2020 11:24:43 +0000</pubDate>
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		<title>l&#8217;appuntamento</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Dec 2019 14:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[in quelle notti lontane non perdevo occasione per rientrare a casa da solo e a piedi. Sia in inverno, con il mercurio delle farmacie sotto lo zero che in estate, quando il profumo dei tigli era in ogni angolo di strada. L&#8217;adolescenziale speranza era sempre la stessa: incontrarla casualmente. Ovunque mi trovassi o dovessi andare, avevo la ferma convinzione che mi sarebbe stato più facile vederla se non avessi usato l&#8217;auto o altri mezzi. Solo con la pioggia evitavo la camminata, perché anche lei non sarebbe uscita. Avrei potuto chiamarla al telefono o aspettarla vicino casa sua, ma non sarebbe stato lo stesso: non avrei avuto la consapevolezza che Dio o il Caso erano d&#8217;accordo per quell&#8217;incontro. Per me era importante saperlo in quanto avrebbe dato all&#8217;evento un valore più intimo, un senso molto più profondo. Una volta accadde veramente, in una strada affollata di venditori, passeggini, coppie e nuvole di ragazzini rumorosi. Quando mi avvicinai mi accolse con un sorriso quasi di sollievo, come se anche lei fosse in attesa. Lasciò le amiche e venne a passeggiare con me. Restammo insieme tutta la sera. &#8220;È come se ci fossimo dati un appuntamento&#8221; mi disse sul tardi, non sapendo di quante volte l&#8217;avessi cercata. Poi venne l&#8217;estate con le sue ferie e l&#8217;università con la sua voglia di emancipazione da tutto e lei sparì come tanti altri. Io però quando posso continuo ad andare a piedi il più possibile, perché mi è rimasta la convinzione di poter avere più occasioni di incontri benedetti dalla Coincidenza e, magari, incontrarla nuovamente. AMBenevento, 30 gennaio 2019]]></description>
		
		
		
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