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	<title>realismo magico &#8211; Alfredo Martinelli &amp; dintorni</title>
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	<description>sperimentazioni tra scrittura e altre forme d&#039;espressione</description>
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	<title>realismo magico &#8211; Alfredo Martinelli &amp; dintorni</title>
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		<title>Immagini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Apr 2025 20:25:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Qualche minuto prima di un evento a lui dedicato nella cittadina in cui è nato, un importante artista esce dalla sala per fare due passi. Incontrerà persone del suo passato, che gli faranno capire chi realmente stava cercando.]]></description>
		
		
		
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		<title>Inchiostro d&#8217;aglianico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Feb 2025 19:34:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti in PDF]]></category>
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					<description><![CDATA[Chi inviteresti una sera per una bottiglia di vino da bere insieme?
Se sbagli persona la bottiglia non si stapperà. Se scegli la persona giusta sanerai le ferite del passato.]]></description>
		
		
		
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		<title>Ocra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2020 21:03:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Mi sono visto di spalle che partivo. Non ero né giovane e né vecchio, solo molto stanco. Quelle volta, per la prima volta, sarei voluto rimanere sul terrazzo di casa per godere il fresco gentile sparso la sera dalla tarda primavera, spillando un po&#8217; di profumo dai gelsomini e i tigli in fiore. Invece dovetti riempire lo zaino con quel che avanzava di me e caricarlo nuovamente sulle spalle. Prima d&#8217;uscire mi guardai intorno un&#8217;ultima volta, come non avevo mai fatto prima, ma non vidi ciò che mi circondava. Come in un filmato proiettato al cinema, vidi me stesso guardarsi intorno e toccare parti della casa, come lo stipite dell&#8217;armadio, una parete, un quadro, poi aprire la porta e uscire, ancora una volta, senza nessuno che si sporgesse per un ultimo saluto. Tutto il percorso fino alla stazione era illuminato da vecchi lampioni, fluorescenti di una luce di un color ocra così intenso d&#8217;aver colorato le foglie degli alberi e tutto il marciapiede, rendendo la proiezione della mia ombra sul terreno una perfetta sagoma nera. Sulla banchina, in attesa del treno c&#8217;ero solo io. L&#8217;altoparlante per la voce di servizio, di tanto in tanto gracchiava comunicazioni dall&#8217;incedere incerto, di cui erano comprensibili solo poche parole e qualche sillaba sparsa. Aspettai seduto, molto più di quanto immaginassi, fin quando lo vidi arrivare, immerso in un bagliore di luce anch&#8217;esso ocra, come il suo fanale anteriore. Mi vidi salire fermandomi sull&#8217;ultimo gradino per voltarmi, come in attesa di una sorpresa idealizzata dalla speranza, ma non avvenne nulla. Presi posto in fondo al vagone, vuoto. La voce gracchiante annunciò qualcosa di simile al tenersi lontano dalla linea gialla e subito dopo sentii il sedile spingermi alla schiena e la trazione della motrice far spostare il convoglio. Fuori dalla stazione le luci nel vagone iniziarono a singhiozzare e si spensero all&#8217;ingresso della prima galleria. Dall&#8217;altro capo del tunnel non vidi uscire più nulla. AMBenevento, 8 giugno 2020]]></description>
		
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		<title>Porpora</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 May 2020 05:15:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Erano diversi giorni che le nubi minacciavano pioggia. Bianche e grigie urlavano senza sosta con boati di tuoni affogati mentre i lampi di luce restavano immersi nelle densa coltre fuligginosa. Avevano deciso di non andar via, ma abbassarsi un po’ alla volta, di ora in ora, di minuto in minuto, rendendo l’orizzonte sempre meno visibile e l’aria sempre più soffocante. Era piena estate, ma neanche il Sole riusciva a penetrare lo spesso strato.&#160; Solo a fine giornata, prima di calare oltre le montagne, con una luce crepuscolare e intensa, accendeva di porpora le nubi dal basso, trasformandole in tizzoni di brace ardente e rumorosa. Era come avere l’inferno capovolto sulla testa. I pochi televisori sparsi nelle abitazioni dei più ricchi e in qualche bar, non prendevano più il segnale e anche le radio gracidavano su ogni frequenza.&#160; Al mio giungere in città per la prima volta, il tipo che mi aveva preso lungo la strada e messo nel cassone dietro la furgonetta, prima di lasciarmi vicino alla stazione, mi aveva detto di trovare subito un riparo dalla pioggia. Non sapeva dei pochi soldi nelle mie tasche, con i quali preferii mangiare, piuttosto che dormire in una pensione. Di lavori cittadini sapevo poco. Mi proposi come barista, garzone, lavapiatti e maschera nei cinema. Ma più trascorrevano i giorni e meno retta mi davano le persone. Con il senso d’angoscia portato dalle nubi, notai che crebbe in loro una sorta di generosità, quasi a voler esorcizzare la paura. Se inizialmente spesso mi cacciavano senza darmi neanche il tempo di parlare oppure ascoltandomi con distrazione, dopo qualche giorno notai che le persone stavano cambiando. Più le nubi si addensavano e abbassavano e più cresceva in loro un sentimento di premura. Qualcuno mi offrì un pasto, altri mi diedero un po’ di soldi, tipo elemosina oppure dei vestiti, anche se usati e scarpe migliori di quelle che avevo ai piedi. Una signora di una fabbrica di dolci, mi propose d’usare la doccia dei dipendenti. Presi tutto ciò che mi venne offerto, senza lasciare niente. Le persone iniziarono a scusarsi di non potermi offrire un lavoro, ma le nuvole porpora, così come le avevano battezzate, avevano dimezzato acquisti e consumi e i soldi iniziavano a scarseggiare. La mutazione avvenne lentamente, così come lente si muovevano le nubi. Inizialmente si pensò a un imminente temporale estivo, di quelli che si consumano in poche ore e nessuno diede retta alle nuvole. Poi si pensò a un momento di brutto tempo. I commercianti rimisero in vetrina abiti e scarpe di mezza stagione e i contadini ringraziarono il Signore per le imminenti piogge, che avrebbero irrorato le piantagioni. Poi le nubi iniziarono a rumoreggiare e illuminarsi di lampi e tutti uscirono con gli ombrelli. Il raggelante brivido di terrore scese sulla città quando divennero porpora e sfiorarono il campanile della cattedrale. Le anziane signore, abituate a parlare sedute sulle sedie davanti gli usci delle case fronte strada, furono le prime a rintanarsi e pregare snocciolando i rosari. Camminando nel centro antico, dalle finestre uscivano litanie mischiate dall’eco degli stretti vicoli, fino a farle somigliare a cupi lamenti di voci d’oltretomba. Per strada le persone iniziarono a diradare e, quelle poche in giro, camminavano in fila lungo i muri dei palazzi, come topi che non vogliono farsi vedere. Erano quasi solo uomini adulti. Le donne e i ragazzi, un po’ alla volta, avevano preferito chiudersi nelle case. Chi aveva la possibilità era andato via, portando con sé ciò che entrava nelle valigie, ma negli ultimi giorni i treni non si fermavano più alla stazione e le corriere avevano interrotto i servizi nella cittadina. La più grande paura è che i lampi chiusi fra le nubi potessero schizzare via e colpire a morte chi si trovasse in strada. Immagini iconografiche simili a quelle di un dio vendicatore e crudele verso i peccatori e poiché nessun uomo è realmente in pace con se stesso, tutti avevano paura. Perfino i preti non uscirono più dalle chiese per portare l’ostia alle persone malate, preferivano ricevere in sacrestia i loro parenti e consegnare un cestino con l’ostia consacrata. Un tardo pomeriggio, lungo il corso cittadino arrivò un’automobile scoperta. In piedi, dietro l’autista, c’era un tizio con un grosso cono nero tenuta davanti la bocca per amplificare la voce. Strillava a pieni polmoni di conoscere la verità e sapeva come aiutare tutti coloro che lo avrebbero seguito. Nessuno lo conosceva, ma quelle parole, gridate in un silenzio accecante, risuonavano come un segno di speranza. Un po’ alla volta, dietro l’auto si formò una coda di uomini, a cui, man mano che procedeva, si aggiunsero le donne scese dalle abitazioni. C’era anche qualche ragazzino. Alcuni iniziarono a sventolare fazzoletti bianchi, altri invitavano i più scettici ad aggregarsi. Io li seguivo a distanza, per curiosità, per capire cosa stesse succedendo e chi fosse quell’uomo. Si fermò nella piazza centrale e salì su una fontana circondata da quattro leoni in pietra. Dritto come l’obelisco che aveva alle spalle, si fece portare un altro cono nero, e li usò entrambi contemporaneamente, per spingere ancora più lontano la voce. gridava: “Non abbiate timore. Ci sono qui io e vi salverò! Queste nuvole sono l’espressione degli esperimenti che il Governo sta producendo per avere il controllo sui cittadini. Hanno iniziato qui, in piccolo centro e ben presto si espanderanno. Vi vogliono come schiavi obbedienti. Ma se mi seguirete ci ribelleremo e avrete salva la libertà”&#160; I primi applausi furono timidi, ma più parlava e incitava la folla contro il Governo e più aumentava il consenso, misurabile dal volume degli applausi. Quella stessa sera fu ospite a cena del più importante ristorante della città. Al suo lungo tavolo sedettero uomini di ogni genere tra quelli rimasti in città: dal professionista, al sempliciotto, dal gendarme al commerciante. Anche io riuscii a intrufolarmi per ascoltare e mangiare qualcosa. Erano tutti affascinati dalle sue parole e dal suo carisma. Verso fine pasto si fece dare in nome del Sindaco e gli mandò da dire che il giorno successivo sarebbe andato nel suo studio a prendere le chiavi della città. E così fu: circondato e sostenuto da una esuberante folla, il giorno successivo si autoproclamò reggente. Nei giorni seguenti stabilì il suo centro operativo in un importante albergo e definì nuovi ruoli, affidando ai sostenitori più incalliti mansioni di maggiore prestigio. in città era tornato il fermento. Molti, anzi la maggior parte erano sovraeccitati, alcuni rimasero passivi, altri ebbero forti sospetti e furono messi da parte e additati come pericolosi. In poco tempo, nella piazza del primo comizio improvvisato, fu alzata un’imponente impalcatura in tralicci di legno, creati abbattendo gli alberi dei boschi nei dintorni. L’idea era di farla divenire la struttura più alta della città, sulla cui sommità sarebbe stata montata una potente antenna in grado di inviare&#160; un segnale radio e trasmettere al Governo centrale e tutti i comuni limitrofi l’indipendenza della cittadina. Il lavoro su intenso, la popolazione prese d’assalto la banca e l’ufficio postale, svuotando le casse con la compiacenza dei dipendenti. La nuova cassa comunale fu gestita direttamente dal neo-reggente, che usò parte dei soldi per l’acquisto del materiale necessario alla costruzione della torre radio. Nel frattempo le nubi osservavano immobili e rumorose, ma nessuno ne aveva più timore, anzi, erano divenute oggetto di scherno e sfida.Quando finalmente giunse il giorno della inaugurazione, tutt’intorno la torre erano state messe transenne per evitare imprudenti movimenti contro la struttura da parte della folla euforica per lo storico momento.Il Reggente era in cima e attendeva accanto al trasmettitore il montaggio dell’antenna, che solerti operai stavano issando con un sistema di carrucole connesse fra loro. Scesero tutti dopo l’ultimo fissaggio, lasciando l’uomo solo in cima, pronto per lanciare il messaggio che li avrebbe liberati. Lui prese il cono per amplificare la voce e con l’altra mano accese l’impianto radio.Forse le nubi non attendevano altro che un innesco, una miccia in grado di far divampare la pioggia. Fu sufficiente la trasmissione di poche parole “Signori del Governo centrale, è il Reggente di &#8230;” che dalle nuvole uscì una saetta di tale energia da propagarsi attraverso l’antenna lungo tutta la gracile struttura di legno, riducendola in carboni ardenti, che non ebbero tempo neanche di divampare, perché sommersi da uno scrosciare d’acqua così intenso e rumoroso da far tremare i muri dei palazzi e i basoli della strada. Parve come un terremoto che si estese come un cerchio in uno stagno capovolto, dal centro della piazza verso la periferia della città. In poco tempo furono spazzate e rase al suolo capannine e bancarelle di sostenitori, stendardi e bandieruole. Tutti scomparvero riparandosi come e dove possibile. Io rimasi sotto l’ingresso della chiesa a osservare il movimento di quei poveri creduloni e illusi. Successivamente la situazione si andò normalizzando. Per intima vergogna di ogni individuo attivo in quei giorni, di quell’uomo e quelle nubi non si parlò più. Io tornai al mio piccolo paesello e l’autunno successivo mi iscrissi alle scuole superiori per potere insegnare dopo il diploma&#160; e raccontare per non far scordare,&#160; quel che vissi durante l’estate dei miei quattordici anni. Alfredo Martinelli [Benevento, 17 maggio 2020] AM Benevento, 18 maggio 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Amaranto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Apr 2020 06:15:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Pioveva a dirotto ed era notte fonda. Le dense gocce schioccavano nelle pozzanghere così buie e dense da sembrare inchiostro. Sulla superficie creavano piccoli crateri che duravano meno del loro suono. Molte altre gocce scivolavano sotto il colletto della camicia e le sentivo scorrere rapide e gelide lungo la schiena. Le scarpe erano così inzuppate da sembrare buste cariche d’acqua e non sentivo più i piedi. Le prove erano finite tardi. Avevamo deciso di farle lo stesso, anche se l’intero Paese era fermo per le nuove politiche di austerità dei consumi. Entro un’ora dal tramonto di ogni giorno, bisognava chiudere negozi, bar e ogni altra attività che implicasse l’uso della corrente e di ogni altra fonte energetica come il gas, il carbone e l’olio combustibile. Solo nelle abitazioni era possibile scaldarsi e cucinare con il gas, ma usando quello delle bombole, che venivano razionate in base al numero dei componenti familiari.Non c’era il coprifuoco, si poteva entrare e uscire a qualsiasi ora, ma le strade erano buie e spesso percorse da teppistelli e rubagalline in cerca di un facile guadagno. Sembra che anche i cani avessero capito a quale ora iniziasse il loro regno e, sempre più spesso, si leggeva sui giornali di persone fuggite miracolosamente a rabbiosi molossi decisi a dominare il proprio territorio. La polizia poteva poco, perché l’indomani erano irrintracciabili, quasi svaniti con le tenebre.Da qualche tempo, le persone persone avevano imparato a fabbricare le candele in casa, usando materiale di scarto e si era diffusa l’abitudine di accenderne qualcuno dietro le finestre, per illuminare un minimo le strade. Non tutti lo facevano e non tutte le strade erano illuminate nello stesso modo, ma a qualcosa servivano, soprattutto a chi come me, aveva la necessità di uscire col buio. L’effetto era decisamente macabro. Viste dalla strada, le file di palazzi lungo la strada sembravano enormi pareti mortuarie di cimiteri illuminate dai ceri votivi. Quando poi dalle finestre si scorgevano affacciarsi i profili in penombra degli inquilini, il cuore con un balzo arrivava in gola ed era difficile anche deglutire.Quella notte decisi di infilarmi nei vicoli e viuzze del centro storico, sperando in un miglior rifugio dalla pioggia, ma non fu una buona scelta. Oltre le pozzanghere nascoste tra gli avvallamenti della strada, spesso gli enormi basoli si muovevano al mio passaggio alzando secchiate d’acqua mista a terra e sporcizia varia che mi inondarono anche dal basso. Continuai rallentando parecchio il passo e con la testa rivolta a terra non solo per guardare dove mettere i piedi, ma soprattutto per evitare di sentirmi soffocare dalle abitazioni a filo strada più scure della strada stessa e senza un portone in cui ripararmi. Mi fermai sotto uno stretto balconcino per riprendermi un po’. Avevo i vestiti pesanti d’acqua, non sentivo più le labbra e i denti iniziarono a battere da soli per il freddo. Non avevo neanche la forza di piangere e, purtroppo, il peggio stava per arrivare.Iniziai a sentire latrati lontani, ma non ne capii la provenienza e neanche quanto lontani fossero, perché il rumore della pioggia mischiava tutti i suoni. Capii però che la nottata stava rapidamente peggiorando, così ripresi a camminare provando ad aumentare il passo, ma una delle tante pozzanghere in cui infilai il piede nascondeva una larga crepa tra i basoli e caddi rovinosamente alzando tanta di quell’acqua, che molta mi saltò direttamente in bocca. Annaspai senz’aria per qualche istante che parve eterno, con la braccia ancora protese nella pozza per sorreggermi. Insieme al primo nuovo respiro vidi in fondo al vicolo gli occhi dei cani riflettere le fiammelle di alcune candele dietro una finestra lì accanto. Stavo andando nella direzione sbagliata. Non so con quali forze mi sollevai per tornare indietro, ma avvertii nuovamente l’ansimare dei cani e il rumore delle zampe schiacciare l’acqua in fondo al vicolo. Mi avevano circondato, non so quanti fossero. Bussai violentemente a una porta, ma dalla finestra accanto non proveniva alcuna luce, forse dormivano o era disabitata. Strinsi forte gli occhi, non volevo vederli quando mi avrebbero azzannato, speravo solo di non soffrire troppo e iniziai ad ansimare dalla paura. Pensai ai miei genitori e a mio fratello, che sarebbero rimasti senza il mio aiuto.I cani stavano arrivando da entrambi i lati. Non sentivo neanche più la pioggia cadermi addosso e neanche il suo rumore, ma solo i loro passi sempre più vicini. Aprii gli occhi per istinto e vidi, proprio davanti, un vicolo molto più stretto o forse una semplice rientranza fra i palazzotti della strada. Mi infilai sperando di sparire nel buio. Dopo solo pochi passi udii una voce imperiosa accanto a me: “Entra, muoviti!” Non l’avevo sentita o vista aprirsi, la porta era spalancata e m’infilai con un tuffo, senza pensarci due volte, restando carponi subito dopo l’uscio. La sentii chiudersi alle mie spalle e subito dopo una corposa coperta mi coprii interamente, lasciando libero solo il viso. Per un po’ rimasi ansimante in quella posizione, fin quando il calore delle fiamme del camino mi fece smettere di tremare. Solo allora mi alzai e la vidi seduta su un’antica e avvolgente poltrona damascata. Sorseggiava da un’elegante tazza da tè, che, di tanto in tanto, appoggiava su un tondo tavolino in legno scuro, sorretto da un unico gambo simile a un intreccio di tre rami appoggiati con quattro piedini al pavimento. L’ambiente era abbastanza buio, illuminato solo dalle fiamme nel camino, che producevano ombre così irregolari sulle pareti da dare un senso di movimento agli oggetti proiettati sulla tappezzerie caratterizzata con chiaroscure fasce verticali.Mi alzai tenendo la coperta sulle spalle e mi avvicinai alla donna. Era avvolta in un aderente vestito amaranto che terminava in una gonna leggermente scampanata fino alle ginocchia Aveva occhi di un azzurro così intenso da sembrare finti, capelli mossi e corti, carnagione chiarissima e un profilo gentile simile a quello delle bambole di porcellana, ma, soprattutto, esprimeva un’innata eleganza al solo solo guardarla. Con voce pacata mi indicò dei vestiti asciutti sulla poltrona accanto a lei e mi invitò a cambiarmi dietro un separè immerso nel buio in fondo alla stanza. L’idea non mi diede imbarazzo e seguii le indicazioni.Quando tornai da lei, la trovai con una tazza di latte caldo e miele per me. Mi accomodai sulla poltrona e bevvi a brevi sorsi, senza parlare, mentre lei faceva scorrere le dita sulle pagine di un vecchio libro, mostrando indifferenza. Solo quando ebbi finito, mi chiese:“Dimmi, cosa ti ha portato a me?” Lo pronunciò come se in giro si sapesse di lei, ma io non l’avevo mai vista e non avevo mai notato neanche quella rientranza nel vicolo. Quasi come uno sfogo le raccontai tutte le vicissitudini delle sera, dalle prove in teatro alla pioggia, le cadute e infine i cani. “Ah, i cani, ne ho sentito parlare, ma non mi sembra abbiano mai fatto male a nessuno!” disse lei con un tono di chi cerca di calmare. “Sì, così sembra, ma forse solo per casi fortuiti, come quello di trovare riparo qui stasera.” “Tra caso fortuito e occasione il confine è labile.” mi rispose la donna, con un’espressione nella voce quasi a voler sottolineare un recondito senso alla mia presenza lì.Ebbi un moto interno di vaghezza, un po’ come quando ci si trova su una piccola imbarcazione che d’improvviso viene scossa da un’onda più intensa. Provai a osservarla meglio in viso per carpire qualcosa in più su quella frase ed ebbi strane sensazioni. Il viso sembrava mutare età in base al movimento delle luci e ombre proiettate dal camino. Alle volte sembrava giovane, altre quasi anziana. In altri momenti mi parve una signora di mezza età. In ogni caso, l’elegante fascino restava immutato. Di sicuro era non vedente. Quando parlava, seppur mi guardasse in viso, la pupille non centravano mai le mie, di poco, uno scostamento percettibile solo ponendo molta attenzione. “Hai detto che hai fatto delle prove, di che genere?”presi la domanda come un modo per avviare una gentile conversazione e le parlai del mio progetto teatrale, lasciandomi andare a tutte le considerazioni sui desideri e sogni legati a quel progetto e su quanto ancora avrei dovuto fare per slegarmi da certi vincoli e dedicarmi pienamente a ciò che mi dava appagamento insieme a persone con cui stavo bene. “E come mai?” chiese la donna “ho paura di non farcela, di deludere, di stancarmi, d’essere un intruso”Lei accennò un sorriso e, dopo una pausa quasi teatrale, rispose: “Sono quattro paure ben definite, mi ricordano i cani che hai detto d’aver visto stasera e di cui tutti parlano, ma nessuno ha mai visto”In quel momento sentii aprirsi dentro come una voragine, un improvviso vuoto che si spalancava nel mio corpo partendo dalla gola e tirava giù dritto fino ai piedi, quasi a volermi portare con sé. “Sento turbamento, cosa ti è successo? Dimmi!” esortò la mia ospite. Anche se non poteva guardarmi il viso, da qualcosa, per me indecifrabile, aveva capito il mio stato d’animo.Quasi balbettai nel rispondere “E che io non so, come se qualcosa mi bloccasse, una sorta di paura che mi spegne il desiderio, quasi una sfiducia verso me, che …” “Ecco, è proprio questo il punto: è la sfiducia in noi che alimenta le paure fino a renderle vere e a farci rinchiudere nei sogni, come li hai chiamati tu. Piuttosto inizia a chiamarli progetti, loro non svaniscono all’alba, sono reali e ci danno la forza di perseguirli.”Poi si alzò per aprire la porta. Avevo trascorso da lei tutta la notte. Fuori aveva smesso di piovere, il Sole era sorto e già si rifletteva nelle pozzanghere e le superfici ancora bagnate. I miei vestiti erano asciutti e io mi sentivo bene, come quando stai per iniziare il viaggio che haida sempre desiderato. La salutai con devozione, ringraziandola più volte. Lei rimase sull’uscio. Quando stavo per svoltare verso il vicolo più grande, mi voltai un’ultima volta e vidi quattro enormi cani sbucare da dietro un cespuglio accanto alla porta della signora in amaranto, farle festa ed entrare in casa. Alfredo Martinelli [Benevento, 25 aprile 2020] AMBenevento, 26 aprile 2020]]></description>
		
		
		
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