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	<title>racconto surreale &#8211; Alfredo Martinelli &amp; dintorni</title>
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	<description>sperimentazioni tra scrittura e altre forme d&#039;espressione</description>
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	<title>racconto surreale &#8211; Alfredo Martinelli &amp; dintorni</title>
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		<title>Ambra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Jul 2020 05:26:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[E così anche quella sera preferii uscire, nonostante il vento portasse l&#8217;odore di pioggia, nonostante lo stomaco scalciasse per la fame, nonostante sentissi le gambe tremare per la stanchezza, nonostante fosse inverno pieno e avessi le labbra turgide per il freddo al punto da confondere il confine tra la carne e il rossetto.Tirai alle spalle la porta fino a sentire il clic della serratura e scesi le scale senza accendere la luce né mantenermi alla ringhiera. A quell&#8217;ora di un qualsiasi giorno infrasettimanale le strade erano vuote e sull&#8217;umido dei basoli si riflettevano gli edifici e le varie luci lungo la strada: dalle insegne ai lampioni, dalle vetrine alle finestre. Sembrava come se avesse piovuto, ma era solo umidità stanca di vagare sospesa e precipitata al suolo. Il senso di solitudine era accentuato da un infinito silenzio di spazi desolati. Gli unici rumori erano i miei tacchi risuonati sui muri dei palazzi e la lontana eco del fiume. Nei fui inconsciamente attratta e mi diressi verso il ponte. Più camminavo e più cambiava l&#8217;umore. Ero scesa desolata, forse in cerca di qualcuno e ora mi stavo infastidendo della scelta, quasi mi sentissi stupida. Arrivai al parapetto con le mani in tasca e il passo nervoso di chi ha qualcosa da fare, ma non sa cosa sia. Il fiume scorreva corposo e mi diede fastidio anche il suo sordo rumore di fondo.Accanto a me, appoggiato sul bordo del parapetto, c&#8217;era un fiasco impagliato, mezzo pieno di vino. Con l&#8217;istintiva voglia di scagliarlo lontano nel fiume, con rabbia lo presi per il collo, ma, nel momento in cui alzai lo sguardo per lanciarlo, fui attratta da una flebile luce. Giungeva da un vecchia torre piccionaia costruita a strapiombo sull&#8217;argine sinistro.Mi incamminai attratta dalla curiosità. L&#8217;aria era intrisa dell&#8217;odore dell&#8217;erba e terra macerata dall&#8217;acqua stagnante accanto alla riva sottostante. Più avanzavo e più quella particolare fragranza diveniva intensa fino a diventare particolarmente fastidiosa. Giunta all&#8217;ingresso della sporgenza delimitata da un vecchia ringhiera, su cui era stata costruita la piccola torre, sentii una voce invitarmi: &#8220;Entra pure, ho un po&#8217; di vino anche per te!&#8221; Lì per lì non mi parve strano, forse la curiosità aveva preso il sopravvento o forse speravo in un diversivo, in una serata terribilmente piatta. &#8220;Ti ho vista sai, mentre stavi per buttare la bottiglia. Ho fatto in tempo ad accendere la fiamma nella lampada per attirare la tua attenzione. Dammi qui, questo è vino pregiato, l&#8217;avevo lasciato lì per farlo assaggiare, non per farlo buttare. Dai, dammi la bottiglia e prendi un paio di bicchieri puliti, sono alla tua destra, in quel mobiletto basso.&#8221; Non ero riuscita a spiccicare neanche due parole, aveva fatto tutto lui e mi ritrovavo seduta su uno sgabello, con lui di fronte su un vecchio materasso o qualcosa di simile. In quel momento pensai che era stato un bene non indossare la gonna, mi avrebbe fatto sentire più a disagio. Versò il vino in un bicchiere, che poi alzò in controluce rispetto alla fiammella nella lampada a olio e disse: &#8220;Vedi, osserva bene, questo non è un semplice vino bianco, questo è ambra&#8221; e sorrise in attesa di qualcosa da parte mia, che però gli arrivò solo tramite una smorfia del viso. &#8220;Ho capito, non hai mai bevuto l&#8217;ambra. Allora inizia piano, annusandola. Poi, prima di farla scendere oltre la gola, tienila in bocca ed espira col naso. Sentirai, sentirai e mi dirai.&#8221; Aveva ragione lui, era buona ed espirando, saliva al centro della fronte un buon profumo, come un bouquet di fiori primaverili. Ne bevvi subito un altro sorso e poi un altro ancora, poi mi ricordai di lui e girai gli occhi per cercare i suoi, ma era impegnato a spostarsi e mi face una certa impressione: non aveva le gambe e usava le mani come piedi. Per bilanciare lo spostamento faceva ondeggiare leggermente il corpo da un lato all&#8217;altro. Pur sembrando quasi un faticoso esercizio ginnico, dal viso non si percepiva alcuno sforzo. Giunto presso un tavolino tondo e basso come quelli da salotto, ma decisamente meno elegante, accese un grosso cero dentro una lampada in legno e vetro e ruotò la base d’appoggio fino a far arrivare la luce il più possibile vicino a me. Quando ebbi il viso illuminato mi osservò a lungo gli occhi, senza parlare, ma senza crearmi imbarazzo, il suo non era uno sguardo indagatore, né malizioso. Facendomi quasi sobbalzare, d&#8217;improvviso interruppe così il silenzio al quale mi ero abituata: “Non dirmi che tutta questa tua tristezza proviene da una delusione amorosa?” Rimasi in silenzio e probabilmente sgranai gli occhi, perché notai una sfumatura di compiacimento nel suo sguardo. Aveva capito il mio malessere, ma dirglielo così su due piedi, senza neanche sapere chi fosse, non mi andava proprio e poi non ero certo il tipo di donna da dimostrare delusioni per colpa di uomini inetti. Ero pur sempre ancora affascinante, di quelle che hanno la fila di uomini, maschi di ogni estrazione sociale in attesa di un mio gesto per mettersi sull&#8217;attenti. Confessare le mie debolezze al primo venuto non era certo attinente né al mio ruolo e né al mio stile. A quell&#8217;uomo però non interessava più di tanto la mia reazione, difatti, dopo una breve pausa mi disse: “Tra poco arriverà qualcuno che voglio farti conoscere.” Subito dopo alla porta bussò una signora. Aveva l’aspetto malmesso, trasandato anche nel viso e magra come un’alice, ma con una voce carica di una inusuale dolcezza. “Ho cucinato un po’ in più e ho pensato che potesse piacerti.” disse all&#8217;uomo. “La tua cucina è ciò che mi tiene in vita!”, rispose lui sorridendo con un tono carico di un ringraziamento non espresso, ma tangibile ed emozionante. Lei ricambiò il ringraziamento con un silenzio riempito da un sorriso vibrante di stima. “Signora, ho qualcosa anche per lei.” “Per me?” chiesi io presa alla sprovvista. “Certo, porto sempre un pasto in più per chi si ferma qui la sera.” Rimasi interdetta e mi venne spontaneo guardare il mio ospite, ma non ebbi modo di chiedergli nulla, perché lui mi anticipò “Forza su, non avere imbarazzo e poi la mia amica è un’ottima cuoca e cenare qui sul fiume è un privilegio che neanche tu hai mai avuto!” Aveva ragione, non avevo mai cenato in un posto così particolare, con un’atmosfera da fare invidia a quelle delle scene romantiche dei romanzi. Non mi fermai per questa ragione, molto più semplicemente perché lui mi faceva sentire bene e anche la sua amica trasmetteva serenità. “Raccontami di tuo marito e tuoi ragazzi.” “Purtroppo c’è poco da fare. Stamattina i dottori hanno detto che dobbiamo solo attendere e pregare per preparare la sua anima. I ragazzi sono grandi più della loro età e hanno compreso bene tutto.” disse lei con un tono della voce che non trasmetteva rassegnazione, ma accettazione e poi concluse “so bene che sul pregare non sei d’accordo, ma è un argomento sul quale non ci troveremo mai.” Lui non rispose, ma con una forza e un’agilità che non mi aspettavo da una persona della sua età, usò le braccia come leve e si portò prima su uno sgabello basso, da lì su un sedia e poi sul mobile dal quale avevo preso i bicchieri. Era giunto all&#8217;altezza della donna e l&#8217;abbracciò senza parole, avvolgendola tra le sue robuste braccia. Non parlarono, lei chiuse gli occhi e ricambiò l’abbraccio. Restarono così fin quando la donna disse: “Ora devo andare”. Mi salutò con grazia e svanì subito dopo l’uscio. Con la stessa agilità e rapidità di prima, l’uomo tornò a posizionarsi davanti a me, preso il vassoio con i piatti e me ne porse uno. Mangiammo senza parlare, io ero totalmente stranita, lui dimostrava serenità. Mi offrì altra ambra e terminammo insieme il pasto. Riposi i piatti di entrambi sul vassoio, lui non si intromise, attese che tornassi al mio posto e iniziò a parlare senza preamboli: “Ho molte amiche nella tua stessa situazione: donne intelligenti, indipendenti, affascinanti e con un carattere ben definito, che per varie vicissitudini si ritrovano in un momento di solitudine affettiva. Alcune di loro provano uomini differenti, alle volte con una semplice frequentazione, altre volte con una relazione più sessuale che sentimentale. Non condanno nessuna delle due, sia ben chiaro. Ciò che invece spesso noto è la mancanza di innamoramento che diviene amore quando anche l&#8217;altra parte ricambia. È come se le scottature della vita avessero chiuso i cancelli degli affetti verso una persona estranea al proprio mondo. Questo è secondo me il vero problema. Molte di loro iniziano a frequentare qualcuno non perché ne siano innamorate, ma perché &#8220;potrebbe&#8221; fare al caso loro in base a parametri di varia natura: dalla sicurezza economica, al fisico, al fatto che sia divorziato o nubile, che abbia figli o meno, ecc ecc. Mai una di loro che mi abbia detto d&#8217;essersi innamorata e mai una di loro che poi sia stata felice dell&#8217;esperienza. Per tale ragione ripeto come un mantra che bisogna lasciarsi fluire, essere se stesse, andare nella direzione per cui siamo naturalmente portati, sia per carattere che per cultura. Ciò non vuole assolutamente significare essere zerbini, come innamorati fessi di qualcuno, ma semplicemente lasciare che sia la nostra essenza a guidarci e non le regole che ci siamo imposti per via delle delusioni. Sicuramente con una maggiore attenzione, ma senza troppe inutili pensieri e sovrastrutture. Solo così potremo entrare in contatto con la persona giusta per noi. Se ci mascheriamo dietro un muro, non saremo mai realmente naturali e ci vedranno sempre per ciò che non siamo. E ricorda piccola mia, nella vita i momenti difficili superano quelli sereni, se non c’è vero amore, come pensi di affrontarli e superarli? Per questa ragione ho voluto farti conoscere la mia vicina. Secondo te, dove trova la forza per curare un marito terminale e i figli giovani? E poi cara amica mia, non vale la pena piangere per chi non piangerebbe mai per noi! Ricorda: c&#8217;è uno sconosciuto dentro molti di noi, che dobbiamo solo imparare a conoscere. Inizia stasera, chiedigli chi è, come si chiama, cosa gli avrebbe fatto piacere fare, cosa ha fatto e dove conduce realmente il suo cuore. Scoprirai tanti aspetti di te, che ancora non conosci. Ah, un&#8217;ultima cosa: se scoprirai che la persona di cui sei innamorata è già impegnata, non abbatterti. Esistono tante espressioni dell&#8217;Amore, se è genuino, limpido e sincero, troverete un modo per condividerlo.”Non risposi nulla, perché iniziai da subito a pensare a quelle parole. Appoggiai la testa e le spalle alla parete dietro me e chiusi gli occhi.Il mattino seguente mi svegliai con il rumore delle persone che vociavano indaffarate sul marciapiedi lì vicino e i motori di auto, corriere e moto sulla strada. La stanza era totalmente vuota, non c’era nulla della sera prima, neanche l’odore dell’olio della lampade o della cera consumata. Di lui mi ritornavano però in mente le parole, che risuonavano usando la mia testa come una cassa armonica. Provai a chiamarlo, ma non sapevo neanche il suo nome. In alto, attraverso i mattoni traforati per i piccioni, entravano obliqui i raggi del Sole evidenziando i granelli di polvere sospesi nell&#8217;aria. Prima di uscire, guardai dove mi ero addormentata e vidi il bicchiere da cui avevo bevuto la sera prima. Lo raccolsi e annusai: profumava d’ambra. Lo riposi in borsa e m’incamminai. Dal parapetto un anziano stava urinando nel fiume, lo sentii borbottare, ma non gli diedi retta, sfilai le scarpe con i tacchi e iniziai a correre verso casa. Alfredo MartinelliBenevento/Diamante 10 luglio 2020 AMDiamante, 11 luglio 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Ocra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2020 21:03:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Mi sono visto di spalle che partivo. Non ero né giovane e né vecchio, solo molto stanco. Quelle volta, per la prima volta, sarei voluto rimanere sul terrazzo di casa per godere il fresco gentile sparso la sera dalla tarda primavera, spillando un po&#8217; di profumo dai gelsomini e i tigli in fiore. Invece dovetti riempire lo zaino con quel che avanzava di me e caricarlo nuovamente sulle spalle. Prima d&#8217;uscire mi guardai intorno un&#8217;ultima volta, come non avevo mai fatto prima, ma non vidi ciò che mi circondava. Come in un filmato proiettato al cinema, vidi me stesso guardarsi intorno e toccare parti della casa, come lo stipite dell&#8217;armadio, una parete, un quadro, poi aprire la porta e uscire, ancora una volta, senza nessuno che si sporgesse per un ultimo saluto. Tutto il percorso fino alla stazione era illuminato da vecchi lampioni, fluorescenti di una luce di un color ocra così intenso d&#8217;aver colorato le foglie degli alberi e tutto il marciapiede, rendendo la proiezione della mia ombra sul terreno una perfetta sagoma nera. Sulla banchina, in attesa del treno c&#8217;ero solo io. L&#8217;altoparlante per la voce di servizio, di tanto in tanto gracchiava comunicazioni dall&#8217;incedere incerto, di cui erano comprensibili solo poche parole e qualche sillaba sparsa. Aspettai seduto, molto più di quanto immaginassi, fin quando lo vidi arrivare, immerso in un bagliore di luce anch&#8217;esso ocra, come il suo fanale anteriore. Mi vidi salire fermandomi sull&#8217;ultimo gradino per voltarmi, come in attesa di una sorpresa idealizzata dalla speranza, ma non avvenne nulla. Presi posto in fondo al vagone, vuoto. La voce gracchiante annunciò qualcosa di simile al tenersi lontano dalla linea gialla e subito dopo sentii il sedile spingermi alla schiena e la trazione della motrice far spostare il convoglio. Fuori dalla stazione le luci nel vagone iniziarono a singhiozzare e si spensero all&#8217;ingresso della prima galleria. Dall&#8217;altro capo del tunnel non vidi uscire più nulla. AMBenevento, 8 giugno 2020]]></description>
		
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		<title>Porpora</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 May 2020 05:15:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Erano diversi giorni che le nubi minacciavano pioggia. Bianche e grigie urlavano senza sosta con boati di tuoni affogati mentre i lampi di luce restavano immersi nelle densa coltre fuligginosa. Avevano deciso di non andar via, ma abbassarsi un po’ alla volta, di ora in ora, di minuto in minuto, rendendo l’orizzonte sempre meno visibile e l’aria sempre più soffocante. Era piena estate, ma neanche il Sole riusciva a penetrare lo spesso strato.&#160; Solo a fine giornata, prima di calare oltre le montagne, con una luce crepuscolare e intensa, accendeva di porpora le nubi dal basso, trasformandole in tizzoni di brace ardente e rumorosa. Era come avere l’inferno capovolto sulla testa. I pochi televisori sparsi nelle abitazioni dei più ricchi e in qualche bar, non prendevano più il segnale e anche le radio gracidavano su ogni frequenza.&#160; Al mio giungere in città per la prima volta, il tipo che mi aveva preso lungo la strada e messo nel cassone dietro la furgonetta, prima di lasciarmi vicino alla stazione, mi aveva detto di trovare subito un riparo dalla pioggia. Non sapeva dei pochi soldi nelle mie tasche, con i quali preferii mangiare, piuttosto che dormire in una pensione. Di lavori cittadini sapevo poco. Mi proposi come barista, garzone, lavapiatti e maschera nei cinema. Ma più trascorrevano i giorni e meno retta mi davano le persone. Con il senso d’angoscia portato dalle nubi, notai che crebbe in loro una sorta di generosità, quasi a voler esorcizzare la paura. Se inizialmente spesso mi cacciavano senza darmi neanche il tempo di parlare oppure ascoltandomi con distrazione, dopo qualche giorno notai che le persone stavano cambiando. Più le nubi si addensavano e abbassavano e più cresceva in loro un sentimento di premura. Qualcuno mi offrì un pasto, altri mi diedero un po’ di soldi, tipo elemosina oppure dei vestiti, anche se usati e scarpe migliori di quelle che avevo ai piedi. Una signora di una fabbrica di dolci, mi propose d’usare la doccia dei dipendenti. Presi tutto ciò che mi venne offerto, senza lasciare niente. Le persone iniziarono a scusarsi di non potermi offrire un lavoro, ma le nuvole porpora, così come le avevano battezzate, avevano dimezzato acquisti e consumi e i soldi iniziavano a scarseggiare. La mutazione avvenne lentamente, così come lente si muovevano le nubi. Inizialmente si pensò a un imminente temporale estivo, di quelli che si consumano in poche ore e nessuno diede retta alle nuvole. Poi si pensò a un momento di brutto tempo. I commercianti rimisero in vetrina abiti e scarpe di mezza stagione e i contadini ringraziarono il Signore per le imminenti piogge, che avrebbero irrorato le piantagioni. Poi le nubi iniziarono a rumoreggiare e illuminarsi di lampi e tutti uscirono con gli ombrelli. Il raggelante brivido di terrore scese sulla città quando divennero porpora e sfiorarono il campanile della cattedrale. Le anziane signore, abituate a parlare sedute sulle sedie davanti gli usci delle case fronte strada, furono le prime a rintanarsi e pregare snocciolando i rosari. Camminando nel centro antico, dalle finestre uscivano litanie mischiate dall’eco degli stretti vicoli, fino a farle somigliare a cupi lamenti di voci d’oltretomba. Per strada le persone iniziarono a diradare e, quelle poche in giro, camminavano in fila lungo i muri dei palazzi, come topi che non vogliono farsi vedere. Erano quasi solo uomini adulti. Le donne e i ragazzi, un po’ alla volta, avevano preferito chiudersi nelle case. Chi aveva la possibilità era andato via, portando con sé ciò che entrava nelle valigie, ma negli ultimi giorni i treni non si fermavano più alla stazione e le corriere avevano interrotto i servizi nella cittadina. La più grande paura è che i lampi chiusi fra le nubi potessero schizzare via e colpire a morte chi si trovasse in strada. Immagini iconografiche simili a quelle di un dio vendicatore e crudele verso i peccatori e poiché nessun uomo è realmente in pace con se stesso, tutti avevano paura. Perfino i preti non uscirono più dalle chiese per portare l’ostia alle persone malate, preferivano ricevere in sacrestia i loro parenti e consegnare un cestino con l’ostia consacrata. Un tardo pomeriggio, lungo il corso cittadino arrivò un’automobile scoperta. In piedi, dietro l’autista, c’era un tizio con un grosso cono nero tenuta davanti la bocca per amplificare la voce. Strillava a pieni polmoni di conoscere la verità e sapeva come aiutare tutti coloro che lo avrebbero seguito. Nessuno lo conosceva, ma quelle parole, gridate in un silenzio accecante, risuonavano come un segno di speranza. Un po’ alla volta, dietro l’auto si formò una coda di uomini, a cui, man mano che procedeva, si aggiunsero le donne scese dalle abitazioni. C’era anche qualche ragazzino. Alcuni iniziarono a sventolare fazzoletti bianchi, altri invitavano i più scettici ad aggregarsi. Io li seguivo a distanza, per curiosità, per capire cosa stesse succedendo e chi fosse quell’uomo. Si fermò nella piazza centrale e salì su una fontana circondata da quattro leoni in pietra. Dritto come l’obelisco che aveva alle spalle, si fece portare un altro cono nero, e li usò entrambi contemporaneamente, per spingere ancora più lontano la voce. gridava: “Non abbiate timore. Ci sono qui io e vi salverò! Queste nuvole sono l’espressione degli esperimenti che il Governo sta producendo per avere il controllo sui cittadini. Hanno iniziato qui, in piccolo centro e ben presto si espanderanno. Vi vogliono come schiavi obbedienti. Ma se mi seguirete ci ribelleremo e avrete salva la libertà”&#160; I primi applausi furono timidi, ma più parlava e incitava la folla contro il Governo e più aumentava il consenso, misurabile dal volume degli applausi. Quella stessa sera fu ospite a cena del più importante ristorante della città. Al suo lungo tavolo sedettero uomini di ogni genere tra quelli rimasti in città: dal professionista, al sempliciotto, dal gendarme al commerciante. Anche io riuscii a intrufolarmi per ascoltare e mangiare qualcosa. Erano tutti affascinati dalle sue parole e dal suo carisma. Verso fine pasto si fece dare in nome del Sindaco e gli mandò da dire che il giorno successivo sarebbe andato nel suo studio a prendere le chiavi della città. E così fu: circondato e sostenuto da una esuberante folla, il giorno successivo si autoproclamò reggente. Nei giorni seguenti stabilì il suo centro operativo in un importante albergo e definì nuovi ruoli, affidando ai sostenitori più incalliti mansioni di maggiore prestigio. in città era tornato il fermento. Molti, anzi la maggior parte erano sovraeccitati, alcuni rimasero passivi, altri ebbero forti sospetti e furono messi da parte e additati come pericolosi. In poco tempo, nella piazza del primo comizio improvvisato, fu alzata un’imponente impalcatura in tralicci di legno, creati abbattendo gli alberi dei boschi nei dintorni. L’idea era di farla divenire la struttura più alta della città, sulla cui sommità sarebbe stata montata una potente antenna in grado di inviare&#160; un segnale radio e trasmettere al Governo centrale e tutti i comuni limitrofi l’indipendenza della cittadina. Il lavoro su intenso, la popolazione prese d’assalto la banca e l’ufficio postale, svuotando le casse con la compiacenza dei dipendenti. La nuova cassa comunale fu gestita direttamente dal neo-reggente, che usò parte dei soldi per l’acquisto del materiale necessario alla costruzione della torre radio. Nel frattempo le nubi osservavano immobili e rumorose, ma nessuno ne aveva più timore, anzi, erano divenute oggetto di scherno e sfida.Quando finalmente giunse il giorno della inaugurazione, tutt’intorno la torre erano state messe transenne per evitare imprudenti movimenti contro la struttura da parte della folla euforica per lo storico momento.Il Reggente era in cima e attendeva accanto al trasmettitore il montaggio dell’antenna, che solerti operai stavano issando con un sistema di carrucole connesse fra loro. Scesero tutti dopo l’ultimo fissaggio, lasciando l’uomo solo in cima, pronto per lanciare il messaggio che li avrebbe liberati. Lui prese il cono per amplificare la voce e con l’altra mano accese l’impianto radio.Forse le nubi non attendevano altro che un innesco, una miccia in grado di far divampare la pioggia. Fu sufficiente la trasmissione di poche parole “Signori del Governo centrale, è il Reggente di &#8230;” che dalle nuvole uscì una saetta di tale energia da propagarsi attraverso l’antenna lungo tutta la gracile struttura di legno, riducendola in carboni ardenti, che non ebbero tempo neanche di divampare, perché sommersi da uno scrosciare d’acqua così intenso e rumoroso da far tremare i muri dei palazzi e i basoli della strada. Parve come un terremoto che si estese come un cerchio in uno stagno capovolto, dal centro della piazza verso la periferia della città. In poco tempo furono spazzate e rase al suolo capannine e bancarelle di sostenitori, stendardi e bandieruole. Tutti scomparvero riparandosi come e dove possibile. Io rimasi sotto l’ingresso della chiesa a osservare il movimento di quei poveri creduloni e illusi. Successivamente la situazione si andò normalizzando. Per intima vergogna di ogni individuo attivo in quei giorni, di quell’uomo e quelle nubi non si parlò più. Io tornai al mio piccolo paesello e l’autunno successivo mi iscrissi alle scuole superiori per potere insegnare dopo il diploma&#160; e raccontare per non far scordare,&#160; quel che vissi durante l’estate dei miei quattordici anni. Alfredo Martinelli [Benevento, 17 maggio 2020] AM Benevento, 18 maggio 2020]]></description>
		
		
		
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