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	<title>racconti &#8211; Alfredo Martinelli &amp; dintorni</title>
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	<description>sperimentazioni tra scrittura e altre forme d&#039;espressione</description>
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	<title>racconti &#8211; Alfredo Martinelli &amp; dintorni</title>
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		<title>il Gallo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jan 2026 18:13:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Mi muovevo nell’oscurità con l’agilità di un giaguaro e il silenzio di un corsaro prima dell’abbordaggio. Il viale di cipressi era il mio tappeto rosso, un corridoio di ombre solenni, ...]]></description>
		
		
		
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		<title>Lo specchio davanti al divano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Dec 2025 21:04:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti in PDF]]></category>
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					<description><![CDATA[Capire in piena maturità di essere percepito dagli altri in modo totalmente diverso da quanto si pensa. Intraprendere un percorso di crescita e trovare l'inaspettato ...]]></description>
		
		
		
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		<title>Bianco candido</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Jun 2025 17:58:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti in PDF]]></category>
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					<description><![CDATA[Il protagonista è alla ricerca di di un nuovo senso di sé. Un'amica gli presenta il nuovo fidanzato che gli parla di come varia il proprio punto di equilibrio nel mondo.]]></description>
		
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		<title>Racconti di Nero Natale</title>
		<link>https://www.alfredomartinelli.info/eventi/racconti-di-nero-natale.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Dec 2023 07:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
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					<description><![CDATA[Sabato 23 dicembre 2023, presso al Libreria Masone di Benevento, ho organizzato e condotto &#8220;Racconti di Nero Natale&#8221;, una serata dedicata alla narrazione. Nella fase introduttiva ho letto tre miei racconti cupi ambientati a Natale, accomapgnato dalle musiche composte e suonate dal vivo da Marco Sica Subito dopo altri autori hanno preso la scena per proporre le loro narrazioni. Alcuni hanno interpretato poesia, altri flussi di coscienza e o narrazioni musicate, accompagnate da me con la chitarra. Durante la serata Jennifer d&#8217;Ambrosio ha dipinto in estemporanea un acquerello in cui ha interpretato ciò che l&#8217;evento gli stava trasmettendo, mentre Giuseppe Mercone, ha fotografato i momenti per lui più salienti, che sono stati ppoi trasmetti su schermo con il videoproiettore. &#8211; Antonio Di Lorenzo, Bruna del Mare, Manuela Forgione, Mary Cotugno, Maurizio Lioniello, Milena Di Rubbo, Tiziana Ferraiolo e Tiziana Liguori hanno interpretatoi propri scritti. Qualcuno si è avvicinato per ringraziarmi, altri mi hanno chiesto d&#8217;essere invitati in futuro. Di seguito una sintesi fotografica della serata: Ci vediamo alla prossima AMBenevento, 24 dicembre 2023]]></description>
		
		
		
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		<title>Vernissage &#8220;Memory foam&#8221;</title>
		<link>https://www.alfredomartinelli.info/eventi/vernissage-memory-foam.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Nov 2023 21:05:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
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					<description><![CDATA[alle 20:00 di sabato 4 novembre 2023 c&#8217;è stato il vernissage di &#8220;Memory foam&#8221; c/o la storica Libreria Masone di Benevento. Le sedici schede che compongono l&#8217;opera rappresentano momenti del passato, trascritti dall&#8217;anziano protagonista come se fossero fotografie, prima che svaniscano dai ricordi. Oltre al momento trascritto in forma narrativa, ogni scheda è caratterizzata da un mia foto in B/N, che riprende il luogo del ricordo. L&#8217;intera opera è già stata esposta in altri luoghi, ma questa è stata la prima volta che ho voluto rimarcare la sua presenza con una serata inaugurale. Accompagnato dalla musica di Marco Sica, la mia lettura di tre racconti, differenti da quelli presenti sulle schede, ha caratterizzato tutta la parte iniziale dell&#8217;evento, che è poi continuato in un lungo momento conviviale AM Benevento, 5 novembre 2033]]></description>
		
		
		
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		<title>Un’inquietante sensazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 May 2023 15:16:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri, Racconti & Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[a pagina 23 del bollettino n.70 per i venti anni della AMYS, potete leggere il mio racconto. Considerando la giuria &#8220;bonelliana&#8221; che l&#8217;ha valutato adatto alla pubblicazione, nonnposso che essere appagato AMBenevento, 15 maggio 2023]]></description>
		
		
		
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		<title>La domanda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Nov 2022 08:41:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[S&#8217;era fatto tardi, molto tardi. La luce era soffusa e calda, mentre il vino aveva rammolito le gambe e sciolto i lacci sui pensieri e le congetture. Non ricordo chi fu a porla per primo, ma ricordo bene la domanda: &#8220;chi vorresti ti venisse a prendere nel momento della morte?&#8220; La prima a rispondere fu la ragazza abbandonata sul divano di fronte. Lei avrebbe voluto la madre, morta già da alcuni anni. Chi non aveva cari tra il personale elenco dei defunti, pensò agli animali di quando erano giovani. Qualcuno invocò un famoso giocatore, come se fosse in ascolto e pronto a esaudire il desiderio. La domanda veniva posta sempre da una persona diversa, alle volte a caso, alle volte da chi aveva appena risposto. La sentivo orbitare senza fretta intorno a me, quasi a voler darmi il tempo di riflettere.Più la domanda si avvicinava e più mi saliva la tensione. Pensai a chi non c&#8217;era più tra i miei parenti e gli amici, il cane di quando ero ragazzo e qualche famoso artista alle cui opere sono molto legato.Nel frattempo la lista scorreva.Qualcuno nel frattempo si era messo a piangere.Come in una terapia collettiva il cui scopo è far emergere il proprio io interiore per liberarlo, man mano che la domanda proseguiva le risposte si facevano più serie e più di uno chiese di cambiare la propria, data con iniziale superficialità. Un po&#8217; alla volta il vociare s&#8217;abbassò, fino a divenire rispettosa attesa della risposta successiva. A un tratto percepii che stava per giungere il mio momento, ma ancora non avevo scelto e sentivo il nervosismo salire fino a farmi diventare smanioso. La donna accanto a me impiegò tempo a rispondere, perché era impegnata a trattenere le lacrime, mentre io non riuscivo a scegliere. All&#8217;inizio avevo pensato di rispondere con una battuta tipo: &#8220;una tettona!&#8221;, ma non era più il momento. Avrei dovuto rispondere seriamente, almeno in forma di rispetto per gli altri, ma nel frattempo mi contorcevo sulla poltrona senza riuscire a fare emergere la giusta risposta, quella che mi avrebbe alleggerito da un peso primordiale, di quelli che senti, ma non sai da dove arrivino. La donna rispose come una liberazione e corse ad abbracciare una persona in piedi nella stanza. Avevo avuto qualche momento in più per pensare, ma ero ancora totalmente bloccato.La domanda era ormai giunta fino me. Era il momento di rispondere.Guardai il vino nel bicchiere e sentii il suono del mio pesante respiro nella testa, poi incrociai lo sguardo di chi mi stava per chiedere. Restammo a lungo a parlarci con gli occhi, fin quando disse: &#8220;verrò io a prenderti! &#8220;grazie papà!&#8220; AMBenevento, 30 novembre 2022]]></description>
		
		
		
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		<title>Presentazione &#8220;Storie tra i basoli&#8221;</title>
		<link>https://www.alfredomartinelli.info/streaming/presentazione-storie-tra-i-basoli.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Feb 2021 11:54:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Mercoledì 17 febbraio, grazie all&#8217;iniziativa di Luigi Marino, Presidente del Comitato centro storico di Benevento, c&#8217;è stata la presentazione di &#8220;Storie tra i basoli&#8220;. Come avviene di consueto in questo particolare momento storico di pandemia e restrizioni agli incontri in presenza, il tutto è avvenuto in diretta streaming sulla Pagina Facebook del Comitato. Ad arricchire la serata ho avuto la fortuna degli interventi di Elide Apice, Lara Feleppa, Laura Coletta e Jovana Tutic Di seguito il video l&#8217;intera presentazione, incorporato direttamente da Facebook: Clicca qui per scaricare e leggere gratuitamente il libro. AMBenevento, 18 febbraio 2021]]></description>
		
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		<title>Inaugurazione &#8220;Racconti a colori&#8221;</title>
		<link>https://www.alfredomartinelli.info/eventi/inaugurazione-racconti-a-colori.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2020 07:01:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il 30 agosto 2020, presso il Museo della Civiltà Contadina nell&#8217;area del Fortore &#8220;C.Nardi&#8221;, è stata inaugurata la mostra &#8220;Racconti a colori&#8221;: 16 pittori hanno interpretato 16 miei racconti. Grazie alla collaborazione e all&#8217;interfacciamento con le autorità del paese di Maria Pia Lucarelli e di tutta l&#8217;Amministrazione Comunale, che ha patrocinato gratuitamente l&#8217;evento, l&#8217;esposizione durerà per tutto il mese di settembre. Ogni installazione è stata corredata di racconto, opera visiva ispirata e un Qr-Code per giungere sulla scheda dell&#8217;autore presente su questo blog e poter anche ascoltare l&#8217;audio lettura. Della mostra è stato creato un catalogo con prefazione scritta da Carmen Merola, comprensivo di racconti, opere e schede dei pittori. &#8211; Qui la pagina dove scaricarlo gratuitamente&#8211; Qui l&#8217;area del blog dedicata alle schede dei pittori e alle audio letture Di seguito una breve fotogallery dell&#8217;evento e dei quadri: AMBenevento, 1 settembre 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Rosso cadmio</title>
		<link>https://www.alfredomartinelli.info/libri-racconti-storie/rosso-cadmio.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Aug 2020 18:03:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri, Racconti & Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[All&#8217;epoca ero molto piccolo, ma non scorderò mai le parole del medico a mia madre:&#8211; “Signora, suo figlio è totalmente anaffettivo, ma non per colpa sua. Il suo organismo non produce la sostanza che regola le emozioni. Solo per questa ragione non riesce a provarle. Non ha un brutto carattere.” Seppur ancora bimbo, capii che non era una cosa buona, ma capii anche che non era colpa mia se non sorridevo come gli altri o non piangevo quando mi lasciavano all&#8217;asilo, non avevo paura del buio e non ero contento a Natale. Vidi invece qualcosa di nuovo nel volto di mia madre, come il passaggio di una luce negli occhi che si andò a poggiare sulle labbra in un accenno di sorriso. Quel giorno ricordo bene che era estate piena, perché la notte dormivamo con tutte le finestre aperte e sentivo le cicale frinire come se le avessi accanto al letto, nella stanza. Non mi davano fastidio, piuttosto mi facevano compagnia. Molto meglio loro di tutti quelli che passavano il giorno a dirmi “e sorridi un po’ su!” &#8211; “ma cosa è successo? è morto anche oggi il gatto?” &#8211; “e fallo un sorriso alla zietta tua, che ti costa, sono così antipatica?” &#8211; “ah sta arrivando quello scemo!” e altre varie amenità. Al ritorno nel nostro piccolo paese, immerso nei campi di grano distesi lungo le pendici delle colline, per diversi giorni notai mamma indaffarata in qualcosa. Andava e veniva tra la casa e la cantina, posta sotto la nostra palazzina in pietra, dislocata in una delle tante vie del quartiere, tra i saliscendi delle scale e gli scorci affacciati sulle valli intorno. Poi un giorno venne a cercarmi. Io ero in giro tra i vicoletti a giocare con i gatti. I miei coetanei mi evitavano per via del mio essere strano. Ma non sempre era colpa loro, molti seguivano le indicazioni delle nonne e delle mamme, secondo cui ero impossessato dal diavolo. Mi trovò ero seduto su uno dei tanti gradoni delle lunghe scalinate in pietra che collegavano internamente le zone del quartiere. Intorno avevo tre gattoni neri, così grandi che, se avessero voluto, avrebbero anche potuto mangiarmi. Invece mi dormivano placidi sulle gambe e le spalle. Quando mi vide, mi chiamò con la solita dolcezza, dalla quale, quella volta, intravidi una particolare gioia. Aveva fretta, così mi prese per mano per camminare più spediti. Dietro noi, i gatti seguivano silenziosi. Giunti sull’uscio della cantina, notai che dal grande scaffale in tavole di legno sulla parete di fondo, aveva tolto tutte le bottiglie di salsa fatta in casa e i barattoli delle conserve. Al loro posto aveva messo tanti altri barattoli, che a prima vista sembravano vuoti. “Vieni” mi disse, “mettiti al centro della stanza e chiudi gli occhi”. Seguii le indicazioni e, per avere certezza di non sbagliare, mi coprii il viso con entrambe le mani. Sentii il clic dell’interruttore della luce e lei dire “Ora aprili!”. Dapprima non notai altro che un avvolgente buio, poi, un po’ alla volta, vidi accendersi delle lucine in ogni barattolo. Si muovevano e luccicavano di una fosforescenza tra il giallo e l’arancione. Un po’ alla volte la luce divenne così intensa che riuscivo a vedere cosa ci fosse nella stanza. Sembrava di vedere il mio paese da lontano, lungo la strada che passa tra i campi. Mi lasciò osservare con calma, poi mi prese la mano e mi condusse vicino al grande scaffale. Il mio volto era all&#8217;altezza del ripiano più basso e notai in ogni barattolo due o tre lucciole e una garza a ricoprire l’imbocco del vasetto per tenerle dentro. “Così moriranno!” le dissi, senza commentare altro e con la mia voce monocorde. Lei rispose con la solita pazienza “Non preoccuparti, tra poco le libereremo, ora però guarda e ascolta con attenzione.” Subito dopo, mi fece vedere un foglio, messo sotto il barattolo davanti ai miei occhi e notai che sotto ogni barattolo c’era un foglio differente. Lo prese e sopra c’era la foto ritagliata da un giornale, di un ragazzino che rideva. Da una scatola lì vicino estrasse una candela e disse: “Immagina che questa candela sia una tua emozione. Scegli quale emozione ti piacerebbe avere.” “Voglio ridere”, le dissi d’istinto. “Bene”, disse e insieme liberammo le lucciole dal vasetto dove c’era l’immagine del ragazzino che ride. Poi prese la candela, la mise al posto delle lucciole e disse: “Ora che la accenderò, tu sorriderai come questa foto e ti guarderai in questo specchio per i trucchi. Lo lascerò qui e potrai usarlo quando vorrai.” Lei accese la candela e io imitai l’espressione del ragazzo, lo feci senza pensarci, come se fosse un gioco tra me e lei. Guardandomi nello specchio non ero tanto male e mi piacque. Sorrise anche lei e mi fece piacere vederla contenta, così le proposi di farlo con un’altra foto. “Quale scegli?” “Paura” risposi e cercammo il vasetto con il ritaglio di giornale di uno che aveva la faccia spaventata. Giocammo ancora un po’ con altre espressioni. Prima d’andar via, mi mise al collo la chiave della cantina infilata in un lungo laccio colorato e disse: “Ogni volta che penserai di voler ridere, gioire, aver paura, piangere, essere triste o sconsolato, vieni qui e accendi la candela nel vasetto che corrisponderà alla emozioni che vorresti avere.” “E se avessi voglia di accenderle tutte, cosa significherebbe?” le chiesi con la tipica curiosità dei bambini. “Vorrà dire che sarai innamorato!” rispose accarezzandomi una guancia. Andammo via e ognuno tornò alle proprie faccende: io a giocare con i gatti e lei alle prese con la casa, i pasti, i panni e il suo lavoro. Nei giorni seguenti di tanto in tanto scesi in cantina e mi divertii ad accendere candele e fare le facce strane. Divenne un gioco, che un po’ alla volta mi insegnò a ricordarmi la faccia da fare per esprimere quel che pensavo fosse il sentimento più adeguato alla situazione. Soprattutto all&#8217;inizio non sempre selezionavo dai ricordi la giusta espressione, ma, anche grazie al suo aiuto, la situazione migliorò e arrivai alle scuole superiori ormai padrone di ogni mimica adatta alle principali situazioni in cui avrei potuto trovarmi. A tutte, ma non a quella ritenuta da tutti la più importante e quando giunse mi trovò totalmente impreparato. Lei ballava danza classica e la sua grazia cancellava ogni ricordo di espressione da fare. Quando mi trovavo con lei la mente era persa altrove, lontana dalla cantina, dalle candele e dai ritagli di giornale. Nonostante tutto, un po’ anche grazie alla presenza di altre persone, riuscii a mascherare la mancanza e farle capire che mi piaceva molto sia al sua figura durante la danza e sia come persona. Lei apprezzo e tra noi si stabilì un bel rapporto di amicizia. Venne poi il tanto desiderato giorno della prima uscita insieme. Così, prima d’andarla a prendere sotto casa, passai in cantina e raccolsi molti ritagli di giornale. Li ripassai un’ultima volta e li misi in tasca, con la speranza di avere modo di prendere quello giusto, qualora fosse servito. Sembrava andare tutto bene, fin quando non salimmo in cima al paese. Seguendo un sentiero buio come quella volta nella cantina, giungemmo fin sui ruderi del vecchio castello. Sembrava d’avere il mondo ai nostri piedi e io mi immobilizzai. Ero alla ricerca della giusta espressione, ma non ricordavo più nulla, sentivo solo il petto battere forte e la saliva fermarsi in gola. Nel più totale immobilismo espressivo, mi voltai verso lei, quasi in cerca di aiuto, ma senza riuscire a farglielo capire. “Aspetta qui.” disse però lei e sparì dietro uno dei malconci muri ancora in piedi. Rimasi al centro dei ruderi, nel punto più alto. Da un lato c’era la vallata dei campi di grano, buia come il nero sipario di un teatro. Dall&#8217;altra c’era il paese. Proprio dalla parte del paese uscì lei. Indossava un abito da ballo color rosso cadmio e le scarpette bianche da palco. Alle sue spalle, i vicoli, le scale e le strade del paese erano illuminati da tante piccole luci con un colore tra il giallo e l’arancione tenute. Erano tutte accese e ricordai le parole di mia madre in cantina, poi osservai il suo volto illuminarsi come avrei voluto divenisse il mio. La imitai, come se fosse stato il gesto più spontaneo che potessi fare in quel momento. Lei si inchinò come per un invito e danzammo come mai avevo fatto. AMBenevento, 24 agosto 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>&#8220;Sparse carte&#8221; ospite presso l&#8217;evento &#8220;Contagiati dalla lettura&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jul 2020 09:56:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Venerdì 3 luglio 2020 ho avuto la piacevole esperienza d&#8217;essere stato ospite presso l&#8217;evento &#8220;Contagiati dalla scrittura&#8220;, organizzato dal comune di Fragneto Monforte e la Biblioteca Comunale. Il mio &#8220;Sparse carte&#8221; è stato però solo il pretesto per spaziare nel mio mondo creativo in cui la scrittura si intinge di musica, teatro e arti figurative. La serata, suddivisa in quattro parti, ha avuto per me momenti suggestivi nel ricordare la nascita a la trasposizione in testo di alcuni racconti e il senso che ho voluto trasmettere in ognuno di essi, mascherandolo in storia. Maria Sarracco è stata la moderatrice della serata un Prof, che se avessi avuto io da ragazzo oggi sarei stato una persona migliore. Con lei, nel dopo evento, ho parlato di Platone, del suo Simposio e dell&#8217;amore inteso come mancanza. Un nuovo sentiero è comparso dietro una siepe che lo aveva oscurato e ho ripreso a trascrivere le gesta dei protagonisti di un mio progetto, fermi oramai da troppo tempo.Le foto della seguente gallerie le ha scattate Elianna Zotti. Gilda Pennucci, Andrea e Gabriele hanno curato la parte musicale, con l&#8217;esecuzioni di alcuni brani estratti dalla playlist da me creata e usata come colonna sonora durante la scrittura del libro. Tanya Terlizzo è stata l&#8217;indispensabile elemento di unione tra me e il numeroso pubblico, che ha manifestato tutto la sua empatia, scrivendo, a fine serata, un gran numero di pensieri su biglietti distribuiti all&#8217;inizio dell&#8217;evento. Fra i tanti momenti salienti della serata, mi fa piacere ricordarne uno in particolare: nel mio libro è presente &#8220;Quando vi sveglierete&#8220;, che parla dell&#8217;eccidio di Pontelandolfo, avvenuto il 14 agosto 1861 a opera dei Bersaglieri, che si scagliarono con particolare violenza sulla popolazione inerme. Nel racconto citai proprio Fragneto, perché era stato luogo di rifugio di coloro che vennero definiti Briganti anche se molti di loro furono gli antesignani dei partigiani, in quanto lottarono per difendere la libertà della propria terra e delle loro famiglie. Non vi nascondo, che quando in fase organizzativa mi è stato chiesto di leggerlo dal vivo, ho provato una sincera commozione. Nel finale di serata, protagonista assoluto è stato il Pescegatto e la sua storia, che quando scrissi, mai avrei immaginato potesse essere la trasposizione di ciò che per me stava per iniziare e che durante l&#8217;evento ho avuto il piacere di leggere a due voci con il Sindaco di Fragneto. Come ho detto durante la serata, chissà in quale mia prossima storia compariranno i volti dei protagonisti della serata e tutti i dettagli di un&#8217;organizzazione impeccabile sia nell&#8217;estetica che nei contenuti. Ancora grazie a tutti. AMDiamante, 13 luglio 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Ècru</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2020 05:24:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Avrei potuto prendere tutte le parole da lei pronunciate durante i nostri incontri, metterle in un barattolo di creta, di quelli smaltati color écru con qualche grosso fiore dipinto a mano, che sembrano provenire da epoche lontane, anche se sono freschi di forno. Avrei potuto più volte ruotare il barattolo per mischiare il contenuto. Alla fine, qualunque fosse stata la frase composta dalla casuale sequenza di parole estratte, sarebbe riuscita a dargli il senso compiuto di un mio pensiero negativo su lei. Avrei potuto chiamare uno ad uno i nostri amici e dalle loro labbra lei avrebbe intercettato e composto nuove frasi con nuovi significati: un piccola parola sarebbe diventata un incendio e un uragano sarebbe stato ridotto a uno spiffero notturno. Quando però l&#8217;incendio e l&#8217;uragano si incrociavano, la deflagrazione era così forte da far tremare anche le pareti di casa, ma non me, divenuto nel tempo come una vela strappata, impassibile e inadatto a lasciarsi gonfiare dal vento. Così, dopo lunghe notti abitate da tenebrosi spiriti del futuro, imparai a disegnare. Un po&#8217; alla volta, sera dopo sera, il mio tratto si trasformò da semplici linee a più complete bozze di scene colorate. Nei giorni seguenti, senza parlare, iniziai a farle vedere le mie semplici tavole. Non c&#8217;erano parole da interpretare e qualche volta tornò a capirmi e guardarmi come un tempo, anche solo per il tempo di un sorriso. Alfredo Martinelli &#8211; Benevento 10 giugno 2020 AMBenevento, 10 giugno 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Amaranto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Apr 2020 06:15:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Pioveva a dirotto ed era notte fonda. Le dense gocce schioccavano nelle pozzanghere così buie e dense da sembrare inchiostro. Sulla superficie creavano piccoli crateri che duravano meno del loro suono. Molte altre gocce scivolavano sotto il colletto della camicia e le sentivo scorrere rapide e gelide lungo la schiena. Le scarpe erano così inzuppate da sembrare buste cariche d’acqua e non sentivo più i piedi. Le prove erano finite tardi. Avevamo deciso di farle lo stesso, anche se l’intero Paese era fermo per le nuove politiche di austerità dei consumi. Entro un’ora dal tramonto di ogni giorno, bisognava chiudere negozi, bar e ogni altra attività che implicasse l’uso della corrente e di ogni altra fonte energetica come il gas, il carbone e l’olio combustibile. Solo nelle abitazioni era possibile scaldarsi e cucinare con il gas, ma usando quello delle bombole, che venivano razionate in base al numero dei componenti familiari.Non c’era il coprifuoco, si poteva entrare e uscire a qualsiasi ora, ma le strade erano buie e spesso percorse da teppistelli e rubagalline in cerca di un facile guadagno. Sembra che anche i cani avessero capito a quale ora iniziasse il loro regno e, sempre più spesso, si leggeva sui giornali di persone fuggite miracolosamente a rabbiosi molossi decisi a dominare il proprio territorio. La polizia poteva poco, perché l’indomani erano irrintracciabili, quasi svaniti con le tenebre.Da qualche tempo, le persone persone avevano imparato a fabbricare le candele in casa, usando materiale di scarto e si era diffusa l’abitudine di accenderne qualcuno dietro le finestre, per illuminare un minimo le strade. Non tutti lo facevano e non tutte le strade erano illuminate nello stesso modo, ma a qualcosa servivano, soprattutto a chi come me, aveva la necessità di uscire col buio. L’effetto era decisamente macabro. Viste dalla strada, le file di palazzi lungo la strada sembravano enormi pareti mortuarie di cimiteri illuminate dai ceri votivi. Quando poi dalle finestre si scorgevano affacciarsi i profili in penombra degli inquilini, il cuore con un balzo arrivava in gola ed era difficile anche deglutire.Quella notte decisi di infilarmi nei vicoli e viuzze del centro storico, sperando in un miglior rifugio dalla pioggia, ma non fu una buona scelta. Oltre le pozzanghere nascoste tra gli avvallamenti della strada, spesso gli enormi basoli si muovevano al mio passaggio alzando secchiate d’acqua mista a terra e sporcizia varia che mi inondarono anche dal basso. Continuai rallentando parecchio il passo e con la testa rivolta a terra non solo per guardare dove mettere i piedi, ma soprattutto per evitare di sentirmi soffocare dalle abitazioni a filo strada più scure della strada stessa e senza un portone in cui ripararmi. Mi fermai sotto uno stretto balconcino per riprendermi un po’. Avevo i vestiti pesanti d’acqua, non sentivo più le labbra e i denti iniziarono a battere da soli per il freddo. Non avevo neanche la forza di piangere e, purtroppo, il peggio stava per arrivare.Iniziai a sentire latrati lontani, ma non ne capii la provenienza e neanche quanto lontani fossero, perché il rumore della pioggia mischiava tutti i suoni. Capii però che la nottata stava rapidamente peggiorando, così ripresi a camminare provando ad aumentare il passo, ma una delle tante pozzanghere in cui infilai il piede nascondeva una larga crepa tra i basoli e caddi rovinosamente alzando tanta di quell’acqua, che molta mi saltò direttamente in bocca. Annaspai senz’aria per qualche istante che parve eterno, con la braccia ancora protese nella pozza per sorreggermi. Insieme al primo nuovo respiro vidi in fondo al vicolo gli occhi dei cani riflettere le fiammelle di alcune candele dietro una finestra lì accanto. Stavo andando nella direzione sbagliata. Non so con quali forze mi sollevai per tornare indietro, ma avvertii nuovamente l’ansimare dei cani e il rumore delle zampe schiacciare l’acqua in fondo al vicolo. Mi avevano circondato, non so quanti fossero. Bussai violentemente a una porta, ma dalla finestra accanto non proveniva alcuna luce, forse dormivano o era disabitata. Strinsi forte gli occhi, non volevo vederli quando mi avrebbero azzannato, speravo solo di non soffrire troppo e iniziai ad ansimare dalla paura. Pensai ai miei genitori e a mio fratello, che sarebbero rimasti senza il mio aiuto.I cani stavano arrivando da entrambi i lati. Non sentivo neanche più la pioggia cadermi addosso e neanche il suo rumore, ma solo i loro passi sempre più vicini. Aprii gli occhi per istinto e vidi, proprio davanti, un vicolo molto più stretto o forse una semplice rientranza fra i palazzotti della strada. Mi infilai sperando di sparire nel buio. Dopo solo pochi passi udii una voce imperiosa accanto a me: “Entra, muoviti!” Non l’avevo sentita o vista aprirsi, la porta era spalancata e m’infilai con un tuffo, senza pensarci due volte, restando carponi subito dopo l’uscio. La sentii chiudersi alle mie spalle e subito dopo una corposa coperta mi coprii interamente, lasciando libero solo il viso. Per un po’ rimasi ansimante in quella posizione, fin quando il calore delle fiamme del camino mi fece smettere di tremare. Solo allora mi alzai e la vidi seduta su un’antica e avvolgente poltrona damascata. Sorseggiava da un’elegante tazza da tè, che, di tanto in tanto, appoggiava su un tondo tavolino in legno scuro, sorretto da un unico gambo simile a un intreccio di tre rami appoggiati con quattro piedini al pavimento. L’ambiente era abbastanza buio, illuminato solo dalle fiamme nel camino, che producevano ombre così irregolari sulle pareti da dare un senso di movimento agli oggetti proiettati sulla tappezzerie caratterizzata con chiaroscure fasce verticali.Mi alzai tenendo la coperta sulle spalle e mi avvicinai alla donna. Era avvolta in un aderente vestito amaranto che terminava in una gonna leggermente scampanata fino alle ginocchia Aveva occhi di un azzurro così intenso da sembrare finti, capelli mossi e corti, carnagione chiarissima e un profilo gentile simile a quello delle bambole di porcellana, ma, soprattutto, esprimeva un’innata eleganza al solo solo guardarla. Con voce pacata mi indicò dei vestiti asciutti sulla poltrona accanto a lei e mi invitò a cambiarmi dietro un separè immerso nel buio in fondo alla stanza. L’idea non mi diede imbarazzo e seguii le indicazioni.Quando tornai da lei, la trovai con una tazza di latte caldo e miele per me. Mi accomodai sulla poltrona e bevvi a brevi sorsi, senza parlare, mentre lei faceva scorrere le dita sulle pagine di un vecchio libro, mostrando indifferenza. Solo quando ebbi finito, mi chiese:“Dimmi, cosa ti ha portato a me?” Lo pronunciò come se in giro si sapesse di lei, ma io non l’avevo mai vista e non avevo mai notato neanche quella rientranza nel vicolo. Quasi come uno sfogo le raccontai tutte le vicissitudini delle sera, dalle prove in teatro alla pioggia, le cadute e infine i cani. “Ah, i cani, ne ho sentito parlare, ma non mi sembra abbiano mai fatto male a nessuno!” disse lei con un tono di chi cerca di calmare. “Sì, così sembra, ma forse solo per casi fortuiti, come quello di trovare riparo qui stasera.” “Tra caso fortuito e occasione il confine è labile.” mi rispose la donna, con un’espressione nella voce quasi a voler sottolineare un recondito senso alla mia presenza lì.Ebbi un moto interno di vaghezza, un po’ come quando ci si trova su una piccola imbarcazione che d’improvviso viene scossa da un’onda più intensa. Provai a osservarla meglio in viso per carpire qualcosa in più su quella frase ed ebbi strane sensazioni. Il viso sembrava mutare età in base al movimento delle luci e ombre proiettate dal camino. Alle volte sembrava giovane, altre quasi anziana. In altri momenti mi parve una signora di mezza età. In ogni caso, l’elegante fascino restava immutato. Di sicuro era non vedente. Quando parlava, seppur mi guardasse in viso, la pupille non centravano mai le mie, di poco, uno scostamento percettibile solo ponendo molta attenzione. “Hai detto che hai fatto delle prove, di che genere?”presi la domanda come un modo per avviare una gentile conversazione e le parlai del mio progetto teatrale, lasciandomi andare a tutte le considerazioni sui desideri e sogni legati a quel progetto e su quanto ancora avrei dovuto fare per slegarmi da certi vincoli e dedicarmi pienamente a ciò che mi dava appagamento insieme a persone con cui stavo bene. “E come mai?” chiese la donna “ho paura di non farcela, di deludere, di stancarmi, d’essere un intruso”Lei accennò un sorriso e, dopo una pausa quasi teatrale, rispose: “Sono quattro paure ben definite, mi ricordano i cani che hai detto d’aver visto stasera e di cui tutti parlano, ma nessuno ha mai visto”In quel momento sentii aprirsi dentro come una voragine, un improvviso vuoto che si spalancava nel mio corpo partendo dalla gola e tirava giù dritto fino ai piedi, quasi a volermi portare con sé. “Sento turbamento, cosa ti è successo? Dimmi!” esortò la mia ospite. Anche se non poteva guardarmi il viso, da qualcosa, per me indecifrabile, aveva capito il mio stato d’animo.Quasi balbettai nel rispondere “E che io non so, come se qualcosa mi bloccasse, una sorta di paura che mi spegne il desiderio, quasi una sfiducia verso me, che …” “Ecco, è proprio questo il punto: è la sfiducia in noi che alimenta le paure fino a renderle vere e a farci rinchiudere nei sogni, come li hai chiamati tu. Piuttosto inizia a chiamarli progetti, loro non svaniscono all’alba, sono reali e ci danno la forza di perseguirli.”Poi si alzò per aprire la porta. Avevo trascorso da lei tutta la notte. Fuori aveva smesso di piovere, il Sole era sorto e già si rifletteva nelle pozzanghere e le superfici ancora bagnate. I miei vestiti erano asciutti e io mi sentivo bene, come quando stai per iniziare il viaggio che haida sempre desiderato. La salutai con devozione, ringraziandola più volte. Lei rimase sull’uscio. Quando stavo per svoltare verso il vicolo più grande, mi voltai un’ultima volta e vidi quattro enormi cani sbucare da dietro un cespuglio accanto alla porta della signora in amaranto, farle festa ed entrare in casa. Alfredo Martinelli [Benevento, 25 aprile 2020] AMBenevento, 26 aprile 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Cobalto</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Apr 2020 07:04:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In cui si racconta la storia di un pittore, che ha perso la sua "Musa ispiratrice".]]></description>
		
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		<title>ascolta</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Apr 2020 07:57:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[una serenata senza musica, così immaginai &#8220;Ascolta&#8221; in quell&#8217;oramai lontano dicembre del 2014. Chi vuole leggere la versione cartacea, può scaricare gratuitamente &#8220;Sparse carte&#8221; a questo indirizzo:https://www.alfredomartinelli.info/scarica-sparse-carteIl tappeto musicale che accompagna la lettura è &#8220;Etere&#8221;, brano di musica elettronica composto da Marco Sica AMBenevento, 2 aprile 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>la gentilezza</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Mar 2020 07:25:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[E così, tutto quel che un tempo era ora non è più. Non sei più tu e non sono più io. Quel che ci accumunava è svanito. Forse consumato dal tempo, forse logorato dalle distrazioni, dagli impegni di lavoro, da passioni differenti, sopraggiunte con l’età. Siamo distanti, seppur vicini. Siamo seduti accanto, ma non ci comprendiamo, anzi, non parliamo: ci trasmettiamo informazioni di servizio, con gentilezza, ma senza emozione. Con gentilezza ci scambiamo favori e ci chiediamo “Come stai?, Ti serve qualcosa?” Ma è gentilezza, non è amore. E poi ci sono i tuoi genitori e i miei genitori e anche con loro noi siamo molto gentili. Li invitiamo a pranzo la domenica, li andiamo a trovare, a fare la spesa. Sono anziani e devono sapere che fra noi tutto scorre come un tempo, così come i vicini e gli amici dei nostri figli. Già, per non parlare dei nostri ragazzi. Vivono nel loro mondo, nei loro amori, nei loro viaggi. Da parte nostra non sarebbe carino distrarli. Per questo, in loro presenza, fra noi siamo ancora più garbati e qualche volta ti avvicini anche per un bacio o una carezza gentile. Gentile appunto, non affettuosa o carica di sensualità come lo furono un tempo. La notte dormiamo accanto e qualche volta facciamo l’amore, sempre con molta gentilezza, perché anche il corpo pone le sue esigenze. Poi, sdraiati di spalle, ognuno torna al suo mondo e prende sonno. Qualche volta, penso che tu possa avere un’altra persona con cui condividi le idee e il pensiero non mi genera fastidi. Al nostro tempo migliore, avrei sentito la morte dentro salire a rapidi passi, come quando una pianta sente avvizzirsi senz’acqua. Oggi penso che ti farebbe bene avere qualcuno che apprezzi le tue idee e la tua gentilezza. Io al momento non ho nessuno e penso che mai avrò qualcun altro, non sarebbe gentile nei tuoi riguardi AM Benevento, 22 marzo 2020]]></description>
		
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		<title>lettura &#8220;Estreme congiunzioni&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Mar 2020 10:46:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Come quando in propongo pubblico lo spettacolo, accompagnando con la chitarra le parti da me lette. Solo che in questo video, mancano tutti gli altri con le loro coinvolgenti interpretazioni di poesia performativa, che integrano il senso della storia narrata. Se volete sapere com&#8217;è nata l&#8217;idea del progetto, potete approfondire qui oppure potete vedere e ascoltare una bella lettura estemporanea di Chiara Mattucci, durante lo &#8220;Strit Festival&#8221; di Napoli nel 2018 AMBenevento, 18 marzo 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>rossetto</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Mar 2020 17:31:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sarò anche il più giovane della famiglia, ma la baracca la porto avanti io. Per questo gli altri mi adorano. Mi venerano come un piccolo principe. Ad esempio ogni mattina mia madre mi sveglia portando in camera un profumatissimo caffelatte, una tazza di fragranti biscotti fatti da lei e le ciabatte, d’inverno riscaldate accanto al camino o tenute al fresco d’estate. Mia sorella mi prepara la vasca da bagno, profumando l’acqua con fiori di lavanda e foglie di salvia. Mi lava la schiena, il collo, le braccia, tutto il torace e i piedi, usando la parte ruvida della spugna. Adoro quando poi la sera arriva mio padre e prima di andare via, mi massaggia il collo e le spalle. Per lui è già un grande sforzo, considerando tutti i problemi fisici che ha. Di notte lavora in una fabbrica di birra come assaggiatore. È un duro lavoro notturno, che fa da tanti anni, forse più o meno qualche anno dopo le mie medie. Mi ha detto una volta che prima lavorava nei campi, come me adesso, poi ha avuto grossi problemi alla schiena e ha dovuto cambiare mestiere. Poverino, ha ragione! Qualche volta, quando si ritira all’orario in cui io esco dal bagno, lo vedo barcollare, col viso stravolto dalla stanchezza. Mi dice sempre: “Figliolo, il mio è un duro lavoro, ma qualcuno deve pur farlo!” Tutti e tre mi hanno sempre tenuto al centro dei loro pensieri. Be’, forse non sempre, più o meno tutto è iniziato verso la fine delle scuole medie, quando il mio possente fisico già mostrava tutta la sua forza: ero già alto più di un metro e ottanta e avevo spalle più larghe di quelle di mio padre. Loro hanno capito di trovarsi al cospetto di un giovane toro e hanno fatto venire a casa un maestro privato, che mi ha insegnato tutto quello di cui avevo bisogno, difatti parlo e scrivo benissimo, senza aver perso tempo con la scuola e quelle scimmie che sarebbero potuti essere i miei compagni di classe. A partire dalla mattina iniziavo subito con una corposa colazione, poi un paio di ore con il maestro e via nei campi. Da lì in poi ogni stagione ha la sua bella caratteristica: c’è quella in cui si pota, quella in cui si semina, quella in cui si raccoglie. Poi le bestie da allevare e mangiare. E me la vedo da solo. Sì, perché i miei familiari, poverini, sono impegnati in altro. Mia madre ad esempio prepara da mangiare e poi, insieme a mia sorella, si dedicano ai clienti che arrivano a casa. Vengono a farsi fare i massaggi e devono essere anche parecchio dolorosi, perché, qualche volta che rientro per bere, li sento lamentarsi e sento anche parecchio rumore provenire da sopra, forse cercano di scappare e li devono acchiappare. Per fortuna mio padre non si sveglia. Poverino … altrimenti non so come farebbe ad avere la forza di andare a lavorare per tutta la notte! Comunque non tutti i clienti sono paurosi. Qualche volta li ho visti quando entrano: alcuni portano anche i fiori o qualche bottiglia di vino buono, altri, quelli un po’ più anziani portano la spesa, tipo pane, latte, biscotti. Però qualche giorno fa mi è successa una cosa che mi ha lasciato ancora scosso. Quando mamma è entrata ha lanciato un urlo fortissimo e le è anche caduto il vassoio con la colazione. Io mi sono alzato di soprassalto, impaurito al punto che stavo per scoppiare a piangere. Avevo tutto il caffellatte sulle lenzuola e non capivo perché continuasse a rimproverarmi: “Cosa hai fatto!” diceva urlando “come hai potuto!”, ma io non capivo. Poi in camera è piombata anche mia sorella. Si era appena svegliata e aveva ancora tutto il trucco che usa per lavorare sparso sul viso. Anche lei ha iniziato a urlare: “Sei uno schifoso, come hai potuto tradirla!” e poi è scoppiata in lacrime dicendo “e ora che sarà di noi?” che quando mamma ha sentito quella frase le ha strillato “Non ti permettere!” e le ha mollato un ceffone così forte che sembrava si fosse rimesso a posto il trucco, ma mi ha fatto mettere così tanta paura che è uscita la pipì da sola e ho avuto vergogna. Quando mi sono alzato per andarle incontro ad abbracciarla si è scostata e ha continuato a strillarmi: “Sei un porco, come hai potuto?” Io non riuscivo a capire capire e mi era venuta anche voglia di andare in bagno. Uscendo dalla camera ho travolto mio padre che stava arrivando preoccupato e quando mi ha visto anche lui ha cambiato faccia, è impallidito e quasi balbettando ha guardato verso mia madre che stava avanzando inviperita: “Chi è stata? dillo a me! Chi è stata che la metto a posto io!” io continuavo a non capire e me la stavo anche facendo sotto, così sono scappato in bagno e ho chiuso la porta a chiave. Fuori li sentivo ancora urlare e imprecare come mai era successo. Non avevo voglia di aprire e ho appoggiato le mani sulle orecchie per non sentirli. Nel girarmi però ho visto la mia immagine allo specchio e ho finalmente capito: avevo tutto il viso sporco di rossetto così rosso e intenso, che da solo parlava di passione. Però a quel punto ho avuto paura anch’io! Possibile che l’avevo tradita senza neanche ricordarlo? Mi sembrava strano e mi è venuto un vuoto allo stomaco, come quando l’asino mi ha colpito con una testata. In tanti anni non avevo mai desiderato altro che lei ed ero ricambiato in continuazione dal suo amore: mi aveva sempre dato tutto il suo indiscusso affetto e non mi aveva mai rifiutato, mai, mai un rifiuto in tanti anni e io l’avevo sempre rispettata per questo e l’amavo dal profondo del mio cuore. A quel punto avevo capito la sincera preoccupazione dei miei familiari, ma dovevo anche capire cosa fosse successo a me, se qualcuno mi avesse drogato e approfittato del mio corpo non avrei potuto perdonarmelo. Io sono solo per lei e nessun’altra si deve intromettere. Però, prima di ogni altra cosa era necessario scusarmi con lei. Col cuore gonfio di pene e tristezza ho aperto la porta, sono uscito gridando col mio vocione: “Basta basta!” e alzando la braccia li ho fatti zittire. Per la prima volta, dall’alto dei miei due metri li ho visti quasi intimoriti. Senza attendere sono corso fuori e li ho sentiti seguirmi affannati. In pochi balzi sono arrivato nell’ovile, ho scaraventato la porta per aria e, saltando la prima staccionata l’ho guardata dritta in viso. Solo in quel momento mi sono tranquillizzato. Lei era tranquilla e beatamente masticava il suo solito ciuffo d’erba con le labbra ancora sporche di rossetto. Alfredo Martinelli [Benevento, 10 giugno 2019] AMBenevento, 6 marzo 2020]]></description>
		
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		<title>Afonia</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Mar 2020 19:19:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Imparai a inventare e scrivere storie perché le emozioni non diventavano parole per uscire dalla bocca, piuttosto mi rendevano afono. Fin quando si trattava di un&#8217;interrogazione, una equazione alla lavagna o una lettura in chiesa, non avevo problemi, ma la prima volta che provai a invitare per un lento una ragazzina che mi piaceva, dalla bocca uscì un suono simile a un muggito soffocato. A lei venne da ridere, si girò e andò via per farlo da un&#8217;altra parte. Rimasi incredulo, ma dovetti ben presto capire che non era stato un caso. Con il passaggio dalle medie alla superiori tenni sotto controllo la situazione evitando di provare interesse per le ragazze. Ero divenuto così abile nel bloccare ogni emozione, che sul mio conto c&#8217;erano due scuole di pensiero. Secondo la prima ero un tipo fin troppo razionale, che non lasciava nulla al caso, quasi simile a un robot. Per altri ero un grande strafottente, uno di quelli che avrebbe campato oltre cent&#8217;anni. Io davo ragione a entrambi i punti di vista e tiravo dritto per la mia strada. Con i miei nonni e genitori avevo preso la bella abitudine di scrivere bigliettini augurali densi di tutto le parole che non sarebbero mai uscite, perché troppo cariche di emozioni per uno con il mio problema. Loro apprezzavano molto e scoprii che addirittura ognuno di loro conservava i miei bigliettini, come se fossero stati buoni postali. Tutto sommato, la mia vita, seppur priva di innamoramenti, sfilava via ricca di tante altre soddisfazioni. A scuola andavo bene, sapevo intrattenere adulti e coetanei con conversazioni che spaziavano dai poeti trovatori al più banale dei film natalizi. Non avendo altre distrazioni, trascorrevo il tempo ad apprendere un po&#8217; di tutto. Poi un giorno arrivò la batosta fino a quel momento evitata con attenzione. La vidi nella palestra della scuola, dove il pomeriggio alcuni di noi facevano il rientro per allenarsi. Lei e le sue compagne di squadra erano alle prese con esercizi di ginnastica ritmica. Non so dire quanto tempo rimasi incantato a osservare la perfezione dei movimenti e la grazia dei lineamenti: dal profilo del viso, all&#8217;eleganza delle spalle, passando per il seno e giù fino alle gambe, non c&#8217;era un solo elemento fuori armonia. Il tutto si raccordava a due enormi occhi profondi come lo spazio che di notte mantiene le stelle sopra le nostre teste. &#8220;Mi hai guardato tutto il tempo, c&#8217;è qualcosa che non va?&#8221; mi chiese a fine allenamento fermandosi davanti a me con aria quasi scocciata. Non so bene quale suono mi uscii dalla bocca, però ricordo bene la sua espressione incredula. Disse semplicemente &#8220;eh? … va be&#8217; dai, lascia perdere!&#8221; ed entrò negli spogliatoi. Quel giorno mi allenai con molto più vigore del solito e lo stesso accadde la volta dopo e la successiva ancora. Ma dopo una settimana esatta, la rividi nuovamente nello stesso posto e rimasi ugualmente a fissarla tutto il tempo. Questa volta se ne accorsero anche i miei compagni di squadra: &#8220;Ehi, non dire che ti piace quella lì? lo sanno tutti che non si fila a nessuno, non perderci tempo che ti farai male!&#8220; &#8220;Ma figuratevi!&#8221; risposi, aggiungendo un po&#8217; di verità: &#8220;però è carina!&#8220; &#8220;Carina? è proprio bona!&#8221; risposero in coro e li seguii negli spogliatoi ridendo, per camuffare il disagio che iniziavo a provare al solo pensiero di doverle parlare. Durante la settimana successiva seppi la via in cui abitava, la scuola dove stava frequentando l&#8217;ultimo anno e il giro di compagnie con cui usciva, più altre informazioni su un presunto suo fidanzatino di qualche anno prima. Tutto utile e al tempo stesso inutilizzabile. Cosa avrei potuto fare, per vincere la mia afonia da emozione? Nel frattempo il tempo passava e io continuavo ad avvitare i pensieri lungo una spirale senza fine e senza senso. Fin quando, come la visita inaspettata di un caro amico, giunse l&#8217;illuminazione. Ero tra la veglia e il sonno, tra la notte e l&#8217;alba, quando i pensieri vagano ancora liberi dalle convenzioni. Iniziai quello stesso pomeriggio a lasciare pezzi di frasi scritte accanto ai suoi oggetti. Non solo in palestra, ma nella cassetta della posta chiuse in una busta da lettera a lei indirizzata, sotto il suo banco in classe e nel suo zaino. Non ebbi fretta nel farle recapitare i fogli e non ebbi sempre la stessa cadenza temporale. Alle volte tra uno e l&#8217;altro feci intercorrente 3 giorni, in altri casi 2 o 4. Anche i metodi variavano, anche se alle volte si assomigliavano. Arrivai a farle giungere una frase con un aeroplano di carta lanciato in camera sua, una attaccata a un palloncino colorato portato da un bambino e, un&#8217;altra sul tovagliolo di una colazione al bar. Tutto grazie a molti amici fidati. Le parti di frase non erano in sequenza, in modo che per capire il senso sarebbe stato necessario avere il giusto ordine. Nell&#8217;ultimo foglio non misi una parte di frase. Scrissi che per la giusta sequenza l&#8217;avrei aspettata in un pub del centro storico e nel farlo mi tremarono le mani, perché, se non avesse accettato, avrebbe comunque potuto osservare da lontano chi fossi e non presentarsi. Al contempo se, se avesse accettato, la mia psicosi da emozione avrebbe potuto rovinare tutto in pochi secondi. Ma era giunto il momento di dare un senso a quel gioco di strategici incastri, al quale non sapevo se lei stava partecipando e in che modo, perché non ebbi mai alcuna prova o semplice indicazione del suo pensiero.Quella sera mi vestii bene, con ordine, tranne i capelli, che ho sempre preferito lasciare liberi. Non scelsi un tavolino in fondo alla stanza, ma al centro, per mostrare sicurezza. Ero arrivato cinque minuti prima e ormai ne erano già trascorsi quindici oltre. Avevo deciso che avrei atteso fino a venti minuti di ritardo, poi sarei andato via. Le luci di tutti quei lampadari dalle forme e colori differenti, appesi al soffitto in modo irregolare e tutte quelle stampe di fotografie che tappezzavano i muri stavano iniziando a irritarmi. La colorazione arancione, verso cui tendeva tutto quel che mi circondava, cominciò a darmi una brutta sensazione di mancanza di respiro. Un po&#8217; alla volta una brutta sensazione di oppressione e mancanza di respiro sorse pian piano dal centro dello stomaco e sentii la sudorazione risalire dalla base del collo verso la nuca. come quando capisci d&#8217;aver fallito e non hai alternative per risollevarti. Mi sentivo al centro degli sguardi di tutti gli occhi presenti nel locale, come se tutti sapessero cosa stessi facendo lì e fossero in attesa del finale. Il tempo che mi ero prefissato era scaduto ed era giunto il temuto momento di andar via senza dare nell&#8217;occhio e con lo stesso sorriso con cui ero arrivato. Mi ero preparato all&#8217;evenienza, avrei solo dovuto liberare la mia imperterrita faccia tosta, la stessa che mi aveva salvato tante altre volte e nessuno si sarebbe accorto del mio mancato appuntamento. Fu un istante prima che mi alzassi sconfitto, che sentii recitare alle mie spalle le parole nella giusta sequenza con cui le avevo immaginate. La sua non fu una lettura o una recitazione, ma un canto che dialogava con la mia anima, che in un solo istante trovo la pace e la sua posizione nel mondoOggi, dopo oltre vent&#8217;anni, ogni volta che ci arrabbiamo fra noi, lei la canta come allora e ogni aspetto del nostro mondo torna al suo posto. AMBeevento, 4 marzo 2020]]></description>
		
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		<title>la punizione divina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Feb 2020 08:01:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[le anziane del paese l&#8217;avevano prevista. Avevano letto nella forme e colore delle ossa di pollo bruciate nella brace e interpretato i dolori alle ossa dei mattini precedenti. Quel pomeriggio sarebbe arrivata una pioggia torrenziale di quelle così violente e imponenti, che avrebbe spazzato via uomini, attrezzi e animali dalle strade. Era la mano di Dio che ci stava per punire per i nostri peccati. Furono questi i pensieri del parroco che invitò tutti i fedeli a chiudersi in casa, spegnere ogni luce in forma di penitenza e pregare intensamente affinché la punizione divina divenisse più indulgente. Il Sindaco chiuse le scuole con una settimana di anticipo e per tre giorni ogni attività commerciale. Fece spegnere anche i lampioni della piccola piazza centrale e ordinò che nessuno uscisse di casa. Verso le tre del pomeriggio il cielo divenne realmente cupo e buio, costringendo anche gli ultimi scettici a chiudersi in casa per pregare. Secondo la tradizione, sarebbe potuto essere letale anche avere contatti diretti con la pioggia. Fu il rombo di un enorme tuono ad aprire i rubinetti del cielo. Io ero sotto il pergolato davanti casa, ero riuscito a venir via dai controlli di mia nonna e mamma. Le prime gocce, grandi come ciliege le vidi rimbalzare rumorosamente sulle pietre della strada davanti. Poi, in pochi secondi, l&#8217;acqua era ovunque, accompagnata da un profumo di terra ed erba bagnata e il rumore della pioggia divenne come un canto. Sfilai scarpe e vestiti, lasciando solo le mutande e corsi a giocare con i cani per strada, saltando e correndo scalzo come loro. L&#8217;acqua che cadeva dall&#8217;alto mi pizzicava di piacere la pelle ed era calda, come quella del catino accanto al camino. Nel breve volgere di un paio d&#8217;ore tutto ebbe termine. Corsi a casa per asciugarmi e infilarmi nuovamente i vestiti, mentre dalle case si affacciavano le prime persone, convinte d&#8217;aver ricevuto la grazia per la breve durata di un temporale estivo. AM [Benevento, 25 febbraio 2020]]]></description>
		
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