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	<title>racconti tra i basoli &#8211; Alfredo Martinelli &amp; dintorni</title>
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	<description>sperimentazioni tra scrittura e altre forme d&#039;espressione</description>
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	<title>racconti tra i basoli &#8211; Alfredo Martinelli &amp; dintorni</title>
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		<title>Oro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Nov 2020 20:30:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8220;Oro&#8220;, pur essendo nella forma un racconto simile a molti che ho già scritto, ha nella struttura una sostanziale differenza. Per scriverlo mi sono difatti ispirato alla progressione aurea di Fibonacci, il primo matematico che individuò la cosiddetta &#8220;sezione aurea&#8220;, presente in molte creazioni della Natura. Per rendere più evidente la concatenazione tra il racconto e la progressione ho integrato il tutto in una tabella. Per ogni riga nella colonna di sinistra ho inserito il numero della progressione e nella colonna di destra la corrispondente quantità di parole 1 &#8211; “Ciao” 1 &#8211; “Ciao” 2 &#8211; “Bello oggi!” 3 &#8211; “Sì, è vero!” 5 &#8211; “Cosa stai facendo di bello?” 8 Avrei preferito evitarlo, ma camminando mi ero distratto 13 &#8211; “Allora la ami o no? Ci vai solo a letto come le altre?” 21 &#8211; “Scusa ma cosa stai dicendo adesso, perché mi chiedi queste cose strane, non sono domande belle da fare, lo dovresti sapere!” 34 &#8211; “AhAhAh … perché non dici a me la verità? mia madre lo dice sempre di dire la verità, così gli altri la diranno a me. Io a te l&#8217;ho detta ora tu dilla a me!” 55 Questo è il motivo per cui avrei preferito evitarlo: non mollava l&#8217;osso mai. Estenuante fino in fondo quando ti metteva sotto. A noi tutti dispiaceva parecchio trattarlo male, non era colpa sua, ma di un brutto incidente quando eravamo ragazzini. Sbatté la testa facendo i tuffi nel fiume e rimase in coma sette mesi. 89 &#8211; “Allora facciamo così, io ti dico la verità se tu mi dici perché hai pensato queste cose. Tra l&#8217;altro non la conosci neanche la mia fidanzata, non sei mai uscito con noi, non ci hai mai visto insieme, come ti viene di pensare che io non la ami. Se non l&#8217;amassi non starei con lei, magari starei con un&#8217;altra donna oppure da solo in attesa o alla ricerca di una donna da amare.” Mi ascoltò con molta attenzione, ma negli occhi già gli brillava la risposta, che fu immediata: 144 “Tu non la ami, perché non ho mai visto un tuo quadro con lei, perché tutte le tue donne sono diverse da lei, perché nei tuoi quadri non c&#8217;è neanche la musica che lei suona. Non c&#8217;è il colore dei suoi occhi negli occhi delle tue modelle, perché quando uscite non parlate quasi mai. Vi vedo anche quando voi non vedete me. Io penso che ti sei messo con lei solo perché hai avuto paura di restare da solo. Mia madre diceva che il timore della solitudine ci può fare scegliere persone con cui staremo peggio che nella solitudine stessa. AhAhah per questo non mi sono ancora fidanzato, non voglio fare la fine di quelli come te, che la sera camminano lo stesso da soli nei vicoli della città vecchia.” Fece un&#8217;altra risata strana delle sue e andò via senza darmi possibilità di replica 233 Avevamo fatto un breve tratto di quel vicolo, fino ad arrivare sotto un ponticello che collegava la parte alta dei due palazzi che formavano la strada. Lo vidi allontanarsi con il solito modo strambo di camminare e la bombetta piena di lustrini dorati: luccicavano sia al Sole che sotto i lampioni, dandogli sempre quella sorta di luce aurea avvolgente, che da lontano lo faceva apparire quasi come una visione impalpabile. Mi voltai per vedere se le finestre della casa della mia fidanzata fossero aperte, per fortuna erano chiuse e intorno e sul ponticello non era passato nessuno. Non ebbi l&#8217;impulso di tornare dalla violoncellista. Corsi a casa, a guardare le tele. Scorsi con avidità quelle degli ultimi anni, da quando stavo con lei e sfogliai i cataloghi per riguardare quelle vendute. Aveva ragione lui: in nessuna aveva messo lei. Mi sentii colpevole. Da una tela in preparazione cancellai le linee a matita e di getto iniziai a pennellare e spatolare. Non so quante ore trascorsero, finii che fuori c&#8217;era ancora un buon Sole, ma quando appesi la tela al muro per vederla meglio, ancora una volta non lei c&#8217;era. Avevo dipinto una coppia che non eravamo noi. Girai la tela e scrissi: &#8216;quel giorno suonai tutto il tempo necessario a scordare il motivo per cui lo stessi facendo e continuai fin quando giunse un&#8217;altra valida ragione per trasformare le mie necessità in musica&#8216;. AMBenevento, 7 novembre 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Nero</title>
		<link>https://www.alfredomartinelli.info/libri-racconti-storie/nero.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Oct 2020 21:06:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri, Racconti & Storie]]></category>
		<category><![CDATA[alfredo martinelli]]></category>
		<category><![CDATA[emozioni]]></category>
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					<description><![CDATA[Prima di quella sera lo avevo visto solo una volta, tanti anni fa. Ero piccolo e dovetti accompagnare mio padre, che invece non voleva, ma anche quella volta cedette alle insistenze di mia madre. Negli anni successivi nei sentii parlare solo con riferimenti indiretti, mai espliciti. Non si poteva fare, era una regola non scritta e senza apparenti ritorsioni per chi l&#8217;avesse violata, ma nessuno aveva mai osato farlo. Forse solo qualcuno, di cui poi negli anni si raccontarono strani aneddoti sempre diversi e sempre più macabri. Quella volta, a distanza di tanti anni, non immaginavo di incontrarlo nuovamente, ma capii subito che era tornato. Lo intuii dal silenzio delle persone per strada, dalla scomparsa dei cani e dei gatti tra i vicoli, dal vento che aveva smesso di far ondeggiare i panni stesi sulle corde fuori i balconi e dai ragazzini che avevano smesso di giocare a pallone usando i garage come porta. Davanti a lui, vestita come per una cena importante e seduta sulla parte più esterna di una piccola sedia, simile a quelle che si usano tra i banchi di scuola, una donna stava implorando qualcosa. Era accorata, ma dignitosa. Sentire la voce di quell&#8217;uomo mi fece stare male, portandomi alla mente il viso di mio padre nel momento in cui si rese conto che stava per perdere la dignità. &#8211; &#8220;Non ho che farmene dei tuoi soldi&#8221; disse lui senza trasmettere la minima emozione. La donna stava per rispondere qualcosa, ma fu anticipata: &#8211; &#8220;e non ho che fare neanche dei tuoi gioielli, del tuo oro e delle tue case&#8220;. Lei s&#8217;alzò in piedi e quella volta urlando disse: &#8211; &#8220;e cosa vuoi allora da me?&#8221;&#160; &#8211; &#8220;Voglio i ricordi che hai dei tuoi figli ancora piccoli, di quando li nutrivi al seno e gli insegnavi a parlare e loro ti abbracciavano per dormire.&#8220; &#8211; &#8220;Sei un mostro!&#8221; disse lei andando via trattenendo a stento il pianto. Lo fece anche mio padre, solo che purtroppo tornò indietro dopo poco, così come fece anche la donna. A mio padre chiese il sorriso e il pianto, che da quel giorno gli sparirono dal volto, fino al momento della morte, affrontato con espressione indifferente, pur se vissuto con tutte le emozioni più estreme che può provare un uomo consapevole della fine a cui sta andando incontro. A noi non mancarono mai il piatto a tavola e i regali alle feste, i vestiti nuovi e le occasioni di viaggio. Mancarono per sempre le risate e tutte quelle emozioni che le sole parole non riescono a trasmettere. La donna andò via coprendo l’intero viso con un fazzoletto bianco, preso al volo dalla borsa poco prima di alzarsi. Tenne il volto calato sui basoli, ma senza guardarli e senza guardare intorno, anche se nessuno dei presenti si sarebbe mai permesso di guardare lei. Anche questa era un’usanza non scritta e in quel momento mi resi conto di non averla rispettata. La consapevolezza di aver mancato a una regola così importante, mi diede un brivido dalla nuca a scendere lungo la schiena, come accadeva da bambino quando rompevo qualcosa ed ero consapevole della imminente punizione. Poi però ripensai a mio padre e deglutii forte per mandar giù anche la paura e sentii lo sguardo concentrarsi sotto le sopracciglie inarcate, come accade a chi è pronto a combattere. &#8211; “Muoviti a dirmi cosa vuoi, ho un ospite speciale che mi attende!” era la sua voce monocorde l’unica a risuonare nell’aria. Stava parlando con una ragazzo dall’aria disperata. Sentii farfugliare qualcosa alla quale rispose: &#8211; “Un altro innamorato perso … se realmente lo vuoi mi devi dare il tuo talento, quello che ancora non conosci e che se darai a me non conoscerai mai.” Probabilmente lui disse sì senza pensarci due volte, perché andò via ringraziando e inchinandosi per rendere più intenso il senso di gratitudine. &#8211; “ora veniamo a te” disse indicando nella mia direzione con un gesto del mento. Ero pronto, lo avevo intuito dall’allusione di prima sull’ospite speciale. Una sorta di sesto senso mi aveva fatto capire il riferimento, ma non fino in fondo. Difatti non avevo inteso che mi voleva al suo tavolo non perché mi avesse visto osservare le scene precedenti, ma perché mi aveva riconosciuto. Sentii calare su me una strana calma, anche se calmo non ero. Piuttosto ero carico e pronto a deflagrare, portando in superficie tutto mondo sommerso da quando ero ragazzino. Concentrato è il termine più appropriato allo stato d’animo provato in quel momento. In poco tempo tutta la rabbia si era trasformata in forza controllata e quindi più incisiva. Mi mossi con passo deciso e mi sedetti davanti a lui senza chiedere il permesso, poggiando le spalle sullo schienale della piccola sedia e accavallando le gambe, portando la caviglia destra sul ginocchio sinistro. Era un modo studiato per darmi il tono rilassato di chi sa di avere il coltello dalla parte del manico &#8211; “E quindi sei tornato, ma questa volta per te e non per tuo padre” disse lui facendomi sentire come trafitto nel petto dalla appuntita lama di un fioretto. Non era ancora iniziato lo scontro e già mi aveva spiazzato, mettendomi alle corde. Si ricordava di me e mio padre, non me l’aspettavo e non ebbi prontezza di risposta. Lui non ebbe alcun movimento nel viso, nessuna espressione. Riprese solo a parlare: &#8211; “cos’hai da offrire per ottenere quel che ti serve?” La domanda mi punse l’orgoglio e accese la mia reazione: &#8211; “Sei tu che hai bisogno di me, tu mi hai chiamato, io non necessito di nulla” non fui molto deciso nel tono, ma era un inizio di ripresa &#8211; “Non giocare a fare il duro con me, non ti conviene, tutti avete bisogno di qualcosa e io conosco il tuo” Ero nuovamente alle corde,&#160; nuovamente colpito da quelle parole pronunciate in modo secco e monocorde da renderle prive di emozioni e per questo ancora più incisive. Pensai che non fosse possibile che m’avesse visto imbrattare le tele e addormentarmi sul tavolo della cucina, non poteva essere. Mi convinsi che la sua doveva per forza essere una di quelle parlate a effetto, che fanno gli psicomaghi: vaga e interpretabile in base alle situazioni e per questo sempre adatta a tutti. Mi ricordò uno dei tanti preti che da ragazzo sentivo predicare dopo la lettura del Vangelo: da anni tutti paventavano apocalissi di varia natura, la cui origine cambiava in base alle cronache ricorrenti. A sentir loro l’uomo si sarebbe dovuto estinguere già da diversi secoli e invece io ero lì a capire chi realmente avessi di fronte. &#8211; “non sono un psicomago, piuttosto ricorda cosa fece realmente tuo padre” A quel punto andai realmente in confusione, ma provai a reagire &#8211; “come ti permetti di parlare di mio padre dopo quello che gli hai fatto!” Indifferente al punto da far salire la voglia di aggredirlo fisicamente, attese che tornassi a sedermi per poi rispondere: &#8211; “La donna che è andata via non ha figli di cui scordare i giorni del loro svezzamento. Li ha adottati quando erano già capaci di mangiare e camminare soli. Il ragazzo non deve conquistare nessuna donna. Vuole solo accettare che la fidanzata continui a tradirlo e lui riesca a far finta di nulla per vivere nell’illusione della felicità” &#8211; “Cosa stai provando a dirmi?” ero realmente confuso, non riuscivo a seguirlo e non sapevo se credergli o meno. &#8211; “Io sono ciò che voi cercate per scaricare la responsabilità delle scelte. Alcuni all&#8217;occorrenza mi identificano anche con il &#8216;Maligno&#8217;. È molto più sopportabile pensare che sia stata un&#8217;entità esterna a farvi fare un scelta sbagliata.” &#8211; “E cosa c’entra la donna a cui hai tolto il ricordo?” &#8211; “Non sprecare la mia pazienza e il mio tempo con stupide domande, si dice in giro che tu sia una persona in gamba.” Mi sentii colpito nell’orgoglio e provai a organizzare rapidamente le idee: &#8211; “È un ricordo che già non ha?” &#8211; “E poi?” &#8211; “Ha problemi con i figli adottati?” &#8211; “E quindi?” &#8211; “Ha cercato in te una ragione per accettarli?” &#8211; “Vedi che se ti impegni ci arrivi. Ora parlami di tuo padre &#8230;” Restai zitto a lungo, pensando a quel giorno e ai giorni successivi e al perché della mia presenza voluta da mia madre. Lui rimase impassibile come sempre, fissandomi senza insistenza. Poi accennai: &#8211; “Doveva scegliere un lavoro, del quale non era sicuro?” &#8211; “Del quale non era ‘felice’ no ‘non sicuro’.” &#8211; “Per questa ragione venne da te, per scaricare la sua scelta!” &#8211; “Sua e di tua madre.” &#8211; “Quindi io fui portato per non fargli cambiare idea, perché ne valeva del nostro futuro economico! Perché seppur non gli piaceva ci avrebbe dato da vivere &#8230;” &#8211; “Quindi è vero che sei in gamba come si dice. Ora devo andare. Ho da fare altrove.” Io rimasi seduto a pensare, ero totalmente immerso nella ricostruzione dei ricordi da quel lontano giorno fino a quel momento e sentivo, anzi quasi vedevo, il mondo crollarmi intorno, come durante un devastante terremoto. Ma la necessità di sapere e capire mi diede forza per continuare la discussione: &#8211; “Quindi mio padre perse le emozioni perché decise di vivere una vita dovuta, ma non voluta?” &#8211; “In gran parte ognuno di voi è frutto delle proprie scelte, tranne spiacevoli eccezioni.” &#8211; “Ho da poco ascoltato la stessa frase pronunciata da un tizio seduto poco distante da qui.” &#8211; “Conosco entrambi: sia l’uomo che la donna. Vivono la stessa indecisione, ma sono più dignitosi di molti altri.” &#8211; “Hanno anche loro raggiunto un accordo con te?” &#8211; “Spero che non lo facciano e decidano insieme il loro futuro.” &#8211; “Ma tu chi sei?” &#8211; “Non chiedere a me chi sono, piuttosto chiedi a te stesso chi sei e troverai la strada che hai smarrito.” Non ebbi il tempo di pensare a quale strada tra le tante da me perse si riferisse, perché quando alzai lo sguardo non lo vidi più, corsi all’angolo tra i vicoletti poco lontani, ma non c’era più. Dopo poco tornò il vociare per strada e si sentirono i rimbombi del palloni sulle saracinesche del garage. Mi guardai intorno per capire chi avesse assistito alla scena, senza notare nessuno che mi stesse guardando, così mi allontanai con una vaga sensazione di spaesamento. AM Benevento, 25 ottobre 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Rosa pesca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Sep 2020 18:08:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri, Racconti & Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[se noi ora siamo qui, seduti a questo tavolino, è perché lo abbiamo scelto. Nessuno ci ha costretto. Tu mi hai invitato e io ho accettato, poi ti ho chiesto di non andare dalla tua amica e tu hai accettato. Per questa ragione siamo qui. Così è per tutto il resto della nostra vita: siamo nella situazione in cui abbiamo scelto di essere, perché anche la non scelta o l&#8217;appoggiarsi alle scelte o pressioni di altri è una forma di scelta&#8220;Li avevo intravisti subito dopo essere sbucato su una delle tante piccole piazze della città vecchia, di quelle nascoste tra i vicoli e i panni stesi su corde che passano da una finestra all&#8217;altra. Erano entrambi seduti poco distanti da un muro, dando le spalle a un piccolo bar senza insegna. Mi erano subito saltati all&#8217;occhio. Pur non essendo appariscenti li avevo notati per il loro sembrare fuori contesto in quel luogo, seppur pienamente a loro agio. Distanti da ciò che li circondava, ma rilassati d&#8217;essere lì. Lui parlava un po&#8217; di più, lei era attenta, ma non pendeva dalle sue labbra. Palpabile era la stima reciproca e l&#8217;attenzione verso l&#8217;altro, seppur seduti non troppo vicini. Mi fermai poco distante, con in mano una birra al frumento, di quelle torbide e dense. Appoggiai le spalle al muro dietro loro e con aria distratta da altro li ascoltai con attenzione.&#8211; &#8220;e quante cose abbiamo fatto da quando ci conosciamo&#8221; rispose lei con un po&#8217; di ritardo dopo aver riflettuto sul pensiero dell&#8217;uomo e pescato i ricordi nella memoria.&#8211; &#8220;perché lo abbiamo scelto insieme&#8220;&#8211; &#8220;infatti&#8220;&#8211; &#8220;anche se molti pensano che io faccia solo quel che vuoi tu&#8221; . Lui lo disse col sorriso di chi è complice di una verità sconosciuta alla massa, ma ben salda tra loro.Lei sorrise di gusto, come può farlo solo chi si sente oltre le chiacchiere, ma ben salda e sicura di legame forte e concreto, seppur impalpabile e invisibile alla massa.&#8211; &#8220;dicono lo stesso di me e io gli sorrido mentre continuano a parlare. Che ne sanno di tutte le volte che ti chiedo consiglio, di tutte le volte che non siamo d’accordo e uno dei due cede, perché ha fiducia nell’altro e non perché svilisce se stesso o gli chiede aiuto in un momento di stanchezza, perché sa che può contare sull’aiuto senza altri fini e senza necessità che sia ricambiato?&#8220;e sorrisero d&#8217;intesa, come  a voler sigillare in un luogo sicuro il loro segreto, ma non ebbero modo di aggiungere altro perché lei urlò forte:&#8211; &#8220;il cane, il cane, di chi è questo cane!&#8220;A me venne da sorridere, perché conosco da anni quell&#8217;enorme cagnolone pronto a giocare con chiunque abbia voglia e, curioso come un bimbo, riconosce sempre i volti nuovi. Così la rassicurai:&#8211; &#8220;Non si preoccupi, non farebbe del male a una mosca. È venuto solo a conoscerla e a giocare con lei&#8220;&#8211; &#8220;ehh &#8230; speriamo &#8230;&#8221; rispose lei poco convinta &#8220;ma di chi è? &#8230; non ce l&#8217;ha un padrone che può venire a prenderlo?”&#8211; &#8220;non è di nessuno, vive qui da anni, gioca con chi vuole e mangia quel che gli diamo&#8221; rispose un ragazzo uscito dal bar.Nel frattempo il cane si era spostato verso l&#8217;uomo e aveva fatto cadere un piccola pietra davanti i piedi.&#8211; &#8220;vuole veramente giocare&#8221; disse lei&#8211; &#8220;già&#8221; sorrise lui, poi raccolse la pietra, la mostrò al cane e la lanciò verso l&#8217;alto. In un salto sincronizzato con il momento della discesa del sasso, la grossa bocca dell&#8217;animale schioccò forte nel momento della presa, per poi rilasciare il sasso nuovamente ai piedi dell&#8217;uomo e tornare in attesa di un nuovo lancio. Le persone intorno erano abituate a quel gioco e si fermarono solo i bambini, la donna invece guardava divertita, quasi incredula.Dopo un po&#8217; il cagnolone rimase fermo a guardare i due, come per salutarli e, così come era arrivato, andò via in cerca di nuove persone da conoscere.&#8211; &#8220;incredibile, vero?&#8221; chiese lui, esprimendo più un pensiero che una domanda.&#8211; &#8220;già! &#8230; ti va qualcos&#8217;altro? Che ne dici di un gelato?&#8220;&#8211; &#8220;si può fare, vado a prenderli, così lavo anche le mani&#8220;Uscì dopo poco con due coni, qualche tovagliolo e un nuovo pensiero per lei:&#8211; &#8220;mi sei piaciuta ieri quando hai parlato con quel ragazzo. Sei stata dolce e garbata&#8220;&#8211; &#8220;quindi lo vedi che so esserlo? e non come dici tu che sono sempre distaccata e poco dolce!&#8220;&#8211; &#8220;ti ho sempre detto che devi esserlo con tutti, non che tu non lo sia. Invece tu mi hai sempre risposto che lo sei solo con gli uomini di cui sei innamorata. Non è  così che la penso io. Credo che la dolcezza debba esserci sempre nel nostro modo di esprimerci. Poi col tuo uomo lo sarai in modo diverso rispetto a un&#8217;altra persona. Inoltre devi imparare a esprimere anche il buono che provi per qualcuno o per una situazione, non solo le critiche. Far partecipe l&#8217;altro il benessere che stiamo ricevendo e vivendo grazie a lui ci fa stare ancora meglio, perché è amplificato dalla gioia riflessa di chi riceve il complimento. Io con te lo faccio, così come prima ti ho detto che mi sei piaciuta con il ragazzo o quando cucini qualcosa di buono, ma se anche non fosse buono, il solo fatto che tu abbia cucinato per me, lo rende appagante&#8220;Forse un po’ spiazzata dall’ultimo pensiero o forse solo perché era alla ricerca della ragione, la donna rispose col tono della voce meno sicuro, ma tremendamente sincero:&#8211; &#8220;è vero, ma forse sono stata abituata così&#8220;&#8211; &#8220;va bene, ma adesso sei abbastanza grande per cambiare. Soprattutto tra noi, che non dobbiamo giocare ad alcun gioco a nascondino, non dobbiamo conquistarci o farci desiderare l’una dall’altro. Che senso ha non esprimere un bel pensiero o un complimento sincero, che non sia di maniera come potrebbe fare chiunque altro?&#8220;Lei non rispose subito, guardò prima intorno, pensando a qualcosa e poi rispose:&#8211; &#8220;hai ragione&#8220;Lui stette zitto, come a riprendere fiato e lei gli disse:&#8211; &#8220;è stato bello oggi, mi è piaciuto molto il giro che abbiamo fatto&#8220;&#8211; &#8220;sì, è stato bello e anche nuovo, perché non ero mai stato lì. Se dovessi dare un colore alla giornata, quale sceglieresti?&#8220;&#8211; &#8220;Rosa &#8230; anzi &#8216;rosa pesca&#8217;, mi piace di più&#8220;&#8211; &#8220;bello, piace anche a me!&#8220;Entrambi rimasero per un po&#8217; in silenzio, con aria serena, finché lei si voltò verso lui sorridendo per coprire l&#8217;imbarazzo di una frase per lei difficile:&#8211; &#8220;sono stata bene oggi, grazie&#8220;&#8211; &#8220;sono stato bene anche io&#8221; disse lui rispondendo al sorrisopoi, in un gesto istintivo poggiò la mano sul braccio dell’uomo per catturare ancor di più l’attenzione, come se stesse far uscire più una preoccupazione che un pensiero di dolcezza:&#8211; &#8220;Promettimi che se un giorno dovessimo litigare, non ci terremo il muso, che troveremo sempre il modo per chiarire e tornare a essere noi. Lo so che ora sembra strano ma potrebbe capitare, potrebbe capitare a me o a te di essere in un brutto momento e ci potrebbe scappare la litigata.  Promettimi che troveremo sempre il modo di tornare a parlare e capirci! &#8220;&#8211; &#8220;sarà così!&#8220;&#8211; &#8220;promesso?&#8220;&#8211; &#8220;promesso!&#8220;Un pensiero che esprimesse senza enfasi e frasi fatte, la purezza di un’anima che parla all&#8217;altra non l&#8217;avevo mai sentito dal vivo, se non al cinema o letto nei libri. Poggiai il bicchiere su un tavolino mi  sedetti a ripensare a quel pensiero e alla loro compostezza.I gelati li avevano finiti da po&#8217;, l&#8217;uomo si alzò per andare a pagare e poi si allontanarono tra la folla, che nel frattempo aveva riempito la piccola piazza, lasciandomi il gusto di buono per tutto ciò che avevo ascoltato. AMBenevento, 24 settembre 2020]]></description>
		
		
		
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