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	<title>narrazione &#8211; Alfredo Martinelli &amp; dintorni</title>
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	<description>sperimentazioni tra scrittura e altre forme d&#039;espressione</description>
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		<title>Indaco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Jul 2020 20:24:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Stanotte è venuta a prendermi una ragazza, per portarmi in un luogo in cui avrei dovuto condurre un evento non ben specificato. A differenza di quanto possiate immaginare e visto che sto parlando di lei, vi dirò subito che non rispecchia assolutamente i miei personalissimi canoni di bellezza femminile, tranne per il fisico quasi da pantera o per meglio dire, da donna atletica. Ha il seno piccolo, capelli molto lunghi e ricci di un marrone lucente, occhi scuri, come la notte che ti consola e labbra poco pronunciate. Indossava un leggero abito color indaco, con uno spacco da sopra il ginocchio a scendere. Mi ha fatto entrare in una vecchia automobile bianca con gli interni in velluto blu a costine. Alla guida c’era un anziano tipo con baffi e capelli ossigenati, caratterizzati da una notevole ricrescita bianca. Io e lei sedevamo dietro, ma al centro, non accanto agli sportelli. Quando lui si è girato ha mostrato denti ingialliti dal fumo e occhi di uno scolorito azzurro, quasi annacquato. Pare che sia suo zio e che mi conosca perché ha letto qualcosa che ho scritto, gli è piaciuto molto e ha avuto per tutto il tempo una sorta di riverenza nei miei riguardi. Durante il lungo tragitto siamo stati inseguiti o comunque pedinati da qualcuno che non ho capito. Di sicuro uomini che non avrebbero voluto la mia presenza all’evento, ma non so per quale ragione, forse perché semplicemente gelosi della ragazza. Per sfuggire l&#8217;autista ha corso parecchio e cambiato strada più volte. In una piccola cittadina di provincia non si passa certo inosservati con una guida del genere. Ogni volta che la ragazza si è girata per capire se fossimo riusciti a seminare gli inseguitori, sulla pelle ho percepito la morbidezza dei suoi capelli. La sua enorme carica sensuale si è trasmessa col contatto del braccio appoggiato al mio petto per non sbandare durante le curve strette e i rapidi cambi di corsia. Il tutto è avvenuto senza troppa concitazione interna all’abitacolo e con naturalezza di movimenti. Alla fine ci siamo fermati in prossimità di una zona della città accanto a una chiesa moderna, con un grosso edificio circolare accanto, simile a un oratorio o un piccolo teatro e lì siamo scesi. Lei m’ha chiesto di mantenerle le scarpe, mentre si appoggiava a me per cambiare calzature: ha piedi eleganti e armoniosi con unghie senza smalto. Dopo il cambio ci siamo avviati verso l&#8217;edificio basso in cui ci sarebbe stato l&#8217;evento. Lì è andata via svanendo subito dopo l’ingresso e lasciandomi con quel vago senso di innamoramento, che rende più lieve lo scorrere della vita. Se la conoscete, vi prego, fatemi avere il suo nome. Alfredo Martinelli Benevento, 6 aprile 2020 AMBenevento, 13 luglio 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Ambra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Jul 2020 05:26:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri, Racconti & Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[E così anche quella sera preferii uscire, nonostante il vento portasse l&#8217;odore di pioggia, nonostante lo stomaco scalciasse per la fame, nonostante sentissi le gambe tremare per la stanchezza, nonostante fosse inverno pieno e avessi le labbra turgide per il freddo al punto da confondere il confine tra la carne e il rossetto.Tirai alle spalle la porta fino a sentire il clic della serratura e scesi le scale senza accendere la luce né mantenermi alla ringhiera. A quell&#8217;ora di un qualsiasi giorno infrasettimanale le strade erano vuote e sull&#8217;umido dei basoli si riflettevano gli edifici e le varie luci lungo la strada: dalle insegne ai lampioni, dalle vetrine alle finestre. Sembrava come se avesse piovuto, ma era solo umidità stanca di vagare sospesa e precipitata al suolo. Il senso di solitudine era accentuato da un infinito silenzio di spazi desolati. Gli unici rumori erano i miei tacchi risuonati sui muri dei palazzi e la lontana eco del fiume. Nei fui inconsciamente attratta e mi diressi verso il ponte. Più camminavo e più cambiava l&#8217;umore. Ero scesa desolata, forse in cerca di qualcuno e ora mi stavo infastidendo della scelta, quasi mi sentissi stupida. Arrivai al parapetto con le mani in tasca e il passo nervoso di chi ha qualcosa da fare, ma non sa cosa sia. Il fiume scorreva corposo e mi diede fastidio anche il suo sordo rumore di fondo.Accanto a me, appoggiato sul bordo del parapetto, c&#8217;era un fiasco impagliato, mezzo pieno di vino. Con l&#8217;istintiva voglia di scagliarlo lontano nel fiume, con rabbia lo presi per il collo, ma, nel momento in cui alzai lo sguardo per lanciarlo, fui attratta da una flebile luce. Giungeva da un vecchia torre piccionaia costruita a strapiombo sull&#8217;argine sinistro.Mi incamminai attratta dalla curiosità. L&#8217;aria era intrisa dell&#8217;odore dell&#8217;erba e terra macerata dall&#8217;acqua stagnante accanto alla riva sottostante. Più avanzavo e più quella particolare fragranza diveniva intensa fino a diventare particolarmente fastidiosa. Giunta all&#8217;ingresso della sporgenza delimitata da un vecchia ringhiera, su cui era stata costruita la piccola torre, sentii una voce invitarmi: &#8220;Entra pure, ho un po&#8217; di vino anche per te!&#8221; Lì per lì non mi parve strano, forse la curiosità aveva preso il sopravvento o forse speravo in un diversivo, in una serata terribilmente piatta. &#8220;Ti ho vista sai, mentre stavi per buttare la bottiglia. Ho fatto in tempo ad accendere la fiamma nella lampada per attirare la tua attenzione. Dammi qui, questo è vino pregiato, l&#8217;avevo lasciato lì per farlo assaggiare, non per farlo buttare. Dai, dammi la bottiglia e prendi un paio di bicchieri puliti, sono alla tua destra, in quel mobiletto basso.&#8221; Non ero riuscita a spiccicare neanche due parole, aveva fatto tutto lui e mi ritrovavo seduta su uno sgabello, con lui di fronte su un vecchio materasso o qualcosa di simile. In quel momento pensai che era stato un bene non indossare la gonna, mi avrebbe fatto sentire più a disagio. Versò il vino in un bicchiere, che poi alzò in controluce rispetto alla fiammella nella lampada a olio e disse: &#8220;Vedi, osserva bene, questo non è un semplice vino bianco, questo è ambra&#8221; e sorrise in attesa di qualcosa da parte mia, che però gli arrivò solo tramite una smorfia del viso. &#8220;Ho capito, non hai mai bevuto l&#8217;ambra. Allora inizia piano, annusandola. Poi, prima di farla scendere oltre la gola, tienila in bocca ed espira col naso. Sentirai, sentirai e mi dirai.&#8221; Aveva ragione lui, era buona ed espirando, saliva al centro della fronte un buon profumo, come un bouquet di fiori primaverili. Ne bevvi subito un altro sorso e poi un altro ancora, poi mi ricordai di lui e girai gli occhi per cercare i suoi, ma era impegnato a spostarsi e mi face una certa impressione: non aveva le gambe e usava le mani come piedi. Per bilanciare lo spostamento faceva ondeggiare leggermente il corpo da un lato all&#8217;altro. Pur sembrando quasi un faticoso esercizio ginnico, dal viso non si percepiva alcuno sforzo. Giunto presso un tavolino tondo e basso come quelli da salotto, ma decisamente meno elegante, accese un grosso cero dentro una lampada in legno e vetro e ruotò la base d’appoggio fino a far arrivare la luce il più possibile vicino a me. Quando ebbi il viso illuminato mi osservò a lungo gli occhi, senza parlare, ma senza crearmi imbarazzo, il suo non era uno sguardo indagatore, né malizioso. Facendomi quasi sobbalzare, d&#8217;improvviso interruppe così il silenzio al quale mi ero abituata: “Non dirmi che tutta questa tua tristezza proviene da una delusione amorosa?” Rimasi in silenzio e probabilmente sgranai gli occhi, perché notai una sfumatura di compiacimento nel suo sguardo. Aveva capito il mio malessere, ma dirglielo così su due piedi, senza neanche sapere chi fosse, non mi andava proprio e poi non ero certo il tipo di donna da dimostrare delusioni per colpa di uomini inetti. Ero pur sempre ancora affascinante, di quelle che hanno la fila di uomini, maschi di ogni estrazione sociale in attesa di un mio gesto per mettersi sull&#8217;attenti. Confessare le mie debolezze al primo venuto non era certo attinente né al mio ruolo e né al mio stile. A quell&#8217;uomo però non interessava più di tanto la mia reazione, difatti, dopo una breve pausa mi disse: “Tra poco arriverà qualcuno che voglio farti conoscere.” Subito dopo alla porta bussò una signora. Aveva l’aspetto malmesso, trasandato anche nel viso e magra come un’alice, ma con una voce carica di una inusuale dolcezza. “Ho cucinato un po’ in più e ho pensato che potesse piacerti.” disse all&#8217;uomo. “La tua cucina è ciò che mi tiene in vita!”, rispose lui sorridendo con un tono carico di un ringraziamento non espresso, ma tangibile ed emozionante. Lei ricambiò il ringraziamento con un silenzio riempito da un sorriso vibrante di stima. “Signora, ho qualcosa anche per lei.” “Per me?” chiesi io presa alla sprovvista. “Certo, porto sempre un pasto in più per chi si ferma qui la sera.” Rimasi interdetta e mi venne spontaneo guardare il mio ospite, ma non ebbi modo di chiedergli nulla, perché lui mi anticipò “Forza su, non avere imbarazzo e poi la mia amica è un’ottima cuoca e cenare qui sul fiume è un privilegio che neanche tu hai mai avuto!” Aveva ragione, non avevo mai cenato in un posto così particolare, con un’atmosfera da fare invidia a quelle delle scene romantiche dei romanzi. Non mi fermai per questa ragione, molto più semplicemente perché lui mi faceva sentire bene e anche la sua amica trasmetteva serenità. “Raccontami di tuo marito e tuoi ragazzi.” “Purtroppo c’è poco da fare. Stamattina i dottori hanno detto che dobbiamo solo attendere e pregare per preparare la sua anima. I ragazzi sono grandi più della loro età e hanno compreso bene tutto.” disse lei con un tono della voce che non trasmetteva rassegnazione, ma accettazione e poi concluse “so bene che sul pregare non sei d’accordo, ma è un argomento sul quale non ci troveremo mai.” Lui non rispose, ma con una forza e un’agilità che non mi aspettavo da una persona della sua età, usò le braccia come leve e si portò prima su uno sgabello basso, da lì su un sedia e poi sul mobile dal quale avevo preso i bicchieri. Era giunto all&#8217;altezza della donna e l&#8217;abbracciò senza parole, avvolgendola tra le sue robuste braccia. Non parlarono, lei chiuse gli occhi e ricambiò l’abbraccio. Restarono così fin quando la donna disse: “Ora devo andare”. Mi salutò con grazia e svanì subito dopo l’uscio. Con la stessa agilità e rapidità di prima, l’uomo tornò a posizionarsi davanti a me, preso il vassoio con i piatti e me ne porse uno. Mangiammo senza parlare, io ero totalmente stranita, lui dimostrava serenità. Mi offrì altra ambra e terminammo insieme il pasto. Riposi i piatti di entrambi sul vassoio, lui non si intromise, attese che tornassi al mio posto e iniziò a parlare senza preamboli: “Ho molte amiche nella tua stessa situazione: donne intelligenti, indipendenti, affascinanti e con un carattere ben definito, che per varie vicissitudini si ritrovano in un momento di solitudine affettiva. Alcune di loro provano uomini differenti, alle volte con una semplice frequentazione, altre volte con una relazione più sessuale che sentimentale. Non condanno nessuna delle due, sia ben chiaro. Ciò che invece spesso noto è la mancanza di innamoramento che diviene amore quando anche l&#8217;altra parte ricambia. È come se le scottature della vita avessero chiuso i cancelli degli affetti verso una persona estranea al proprio mondo. Questo è secondo me il vero problema. Molte di loro iniziano a frequentare qualcuno non perché ne siano innamorate, ma perché &#8220;potrebbe&#8221; fare al caso loro in base a parametri di varia natura: dalla sicurezza economica, al fisico, al fatto che sia divorziato o nubile, che abbia figli o meno, ecc ecc. Mai una di loro che mi abbia detto d&#8217;essersi innamorata e mai una di loro che poi sia stata felice dell&#8217;esperienza. Per tale ragione ripeto come un mantra che bisogna lasciarsi fluire, essere se stesse, andare nella direzione per cui siamo naturalmente portati, sia per carattere che per cultura. Ciò non vuole assolutamente significare essere zerbini, come innamorati fessi di qualcuno, ma semplicemente lasciare che sia la nostra essenza a guidarci e non le regole che ci siamo imposti per via delle delusioni. Sicuramente con una maggiore attenzione, ma senza troppe inutili pensieri e sovrastrutture. Solo così potremo entrare in contatto con la persona giusta per noi. Se ci mascheriamo dietro un muro, non saremo mai realmente naturali e ci vedranno sempre per ciò che non siamo. E ricorda piccola mia, nella vita i momenti difficili superano quelli sereni, se non c’è vero amore, come pensi di affrontarli e superarli? Per questa ragione ho voluto farti conoscere la mia vicina. Secondo te, dove trova la forza per curare un marito terminale e i figli giovani? E poi cara amica mia, non vale la pena piangere per chi non piangerebbe mai per noi! Ricorda: c&#8217;è uno sconosciuto dentro molti di noi, che dobbiamo solo imparare a conoscere. Inizia stasera, chiedigli chi è, come si chiama, cosa gli avrebbe fatto piacere fare, cosa ha fatto e dove conduce realmente il suo cuore. Scoprirai tanti aspetti di te, che ancora non conosci. Ah, un&#8217;ultima cosa: se scoprirai che la persona di cui sei innamorata è già impegnata, non abbatterti. Esistono tante espressioni dell&#8217;Amore, se è genuino, limpido e sincero, troverete un modo per condividerlo.”Non risposi nulla, perché iniziai da subito a pensare a quelle parole. Appoggiai la testa e le spalle alla parete dietro me e chiusi gli occhi.Il mattino seguente mi svegliai con il rumore delle persone che vociavano indaffarate sul marciapiedi lì vicino e i motori di auto, corriere e moto sulla strada. La stanza era totalmente vuota, non c’era nulla della sera prima, neanche l’odore dell’olio della lampade o della cera consumata. Di lui mi ritornavano però in mente le parole, che risuonavano usando la mia testa come una cassa armonica. Provai a chiamarlo, ma non sapevo neanche il suo nome. In alto, attraverso i mattoni traforati per i piccioni, entravano obliqui i raggi del Sole evidenziando i granelli di polvere sospesi nell&#8217;aria. Prima di uscire, guardai dove mi ero addormentata e vidi il bicchiere da cui avevo bevuto la sera prima. Lo raccolsi e annusai: profumava d’ambra. Lo riposi in borsa e m’incamminai. Dal parapetto un anziano stava urinando nel fiume, lo sentii borbottare, ma non gli diedi retta, sfilai le scarpe con i tacchi e iniziai a correre verso casa. Alfredo MartinelliBenevento/Diamante 10 luglio 2020 AMDiamante, 11 luglio 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Cremisi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Jun 2020 07:13:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri, Racconti & Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[&#8220;mi fai stare bene e mi manchi sempre intensamente&#8220;glielo dissi senza pensare, senza dar retta a quella brutta strategia del non aprirsi troppo a cui si aggrappa chi ha avuto delusioni. Non fui enfatico o melenso, non controllai il tono della voce, la postura, non cercai un luogo o un momento particolare. Mi lasciai semplicemente fluire, come una fiduciosa barchetta di carta sulla superficie del fiume. Non avevo necessità di stupire, di conquistare o aggiungere un nuovo nome in un improbabile albo d&#8217;oro. Avevo semplicemente necessità che lo sapesse. Poi continuai a parlare dell&#8217;estate che stava arrivando e dei miei tanti progetti di scrittura, tutti distanti da lì, da noi. Forse per paura, forse per incapacità di affrontare un argomento così serio come solo due anime che si riconoscono sanno comprendere. In lei non notai nulla di particolare, come se quella mia frase non l&#8217;avesse neanche sfiorata da lontano, come se non le avesse destato interesse o, ancora peggio, come se non avesse ascoltato. Non ci restai male più di tanto, l&#8217;avevo messo in conto e mi ero ripromesso che il mio bisogno sarebbe stato solo quello di dirglielo, farle sapere, senza aspettarmi nulla. Continuammo a parlare di tanto altro, come al solito senza soluzione di continuità, come un interminabile flusso di coscienza comune. Poiché dopo quella sera sarebbero trascorse tante settimane per il nostro prossimo incontro, quando ci lasciammo la abbracciai e le baciai affettuosamente la tempia, come rare altre volte era capitato. Così notai che aveva laccato le unghie cremisi. Sapeva che era il mio colore preferito. La guardai istintivamente negli occhi, lei sorrise e anche quella volta ci capimmo senza parlare, poi mi accarezzò la guancia e disse: &#8220;domani partirò con te!&#8220;. AMBenevento, 27 giugno 2020 P.S.: dal 19 novembre è disponibile anche la video lettura di &#8220;Cremisi&#8221;.]]></description>
		
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		<title>Lama di tenebra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2020 06:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Lo strusciato scricchiolio delle foglie secche e dei rametti spezzati si mischiava ai ridolini soffocati della coppia. Era notte fonda. In quel momento, su quel lato della montagna, erano certi d&#8217;essere gli unici esseri umani. Il resto dei rumori erano lo spettrale suono del legno dei rami, incrinato da un silenzioso vento e gli incessanti versi cantati dai rapaci notturni in onore alla Luna, che penetrava nel sottobosco come una lama di tenebra.I due si erano conosciuti poco tempo prima, nella bottega del fabbro, dove lui piegava il ferro rovente scagliando possenti colpi di maglio, il cui suono giungeva fino alla via maestra. Lei aveva bisogno di una nuova serratura e qualcuno che la montasse. Lui aveva l’arte nelle mani e candore nello sguardo. A far scattare la scintilla forse fu l’odore della polvere di ferro mista al sudore o le aderenti pieghe della maglia lungo il corpo statuario del giovane. Di sicuro quel pomeriggio durò molto più del previsto e fu di gran lunga più piacevole della sostituzione di un pezzo di portone.I giorni seguenti furono ricchi di intensi e fugaci incontri, rubati al tempo del lavoro, a quello del sonno e delle amicizie. Fra la legna per la fornace, nei vicoli bui dei retrobottega delle osterie o nascosti fra le colonne della corte nel palazzo signorile della ragazza. Ogni istante aveva il sapore di eterno come il fascino privo di tempo della giovane donna. Nel breve volgere di qualche settimana, il desiderio d’avere un’intera montagna a loro disposizione divenne quasi un’esigenza fisica e quella notte la stavano soddisfacendo. Non poteva però essere un semplice incontro di carni desiderose, il luogo meritava un cerimoniale dedicato per donare a quella notte il piacere di un ricordo immortale.Ritennero adatta al loro desiderio una zona pianeggiante, priva di alberi e aperta sulla valle circostante. Su un’enorme lastra di pietra, bianca come la Luna che guardava, si lasciarono andare al più intimo dei loro desideri, mescolando più volte gli umori e i lamenti di un piacere mai vissuto così intensamente. Nudi e umidi di sudore, i corpi riflettevano la flebile luce notturna assomigliando alla emanazione luminescente di due anime prive di corporeità. Poco distante dalla pietra, al centro della scena, si ergeva il robusto tronco di un vecchio albero senza più rami o foglie. Lei volle vedere ancora meglio il corpo del suo uomo ergersi come un fusto selvaggio e virile immerso nella natura. Usando le cinte dei vestiti lo legò ben stretto ai resti dell’albero, leccando con cura la pelle che avrebbe accolto il nodo. Consumarono un nuovo amplesso, più articolato e doloroso dei precedenti, ma per questo ancora più appagante e ricco di un piacere mai provato prima.Erano ora giunti al termine del percorso meticolosamente pensato dalla donna: con la Luna ormai sulla perpendicolare della scena, lei sguainò un enorme ago da uno dei suoi stivali abbandonato lì vicino e, tornando a lui come una gatta in cerca di nuove coccole, glielo infilò nella vena ricca di sangue, che dal cuore inonda il corpo. Poggiando le carnose labbra alla estremità posteriore si lasciò sgorgare in bocca il rosso frutto di quel poveruomo, senza preoccuparsi di quanto ne colasse fuori bagnandole il collo e saltando dai seni. La forte eccitazione, che ancora gli pulsava nel corpo, trasformò in piacere anche il taglio della lama nella carne del petto. Le pupille, enormi , come quelle dei fumatori d&#8217;oppio, riempivano l&#8217;intera superficie dell&#8217;iride e un inebetito sorriso gli solcava il viso. La morte sopraggiunse in pochi minuti, senza dargli il tempo di capire se si trattasse di un nuovo gioco erotico o di un pessimo scherzo del destino. Dopo l’ultimo sussulto dell’uomo, lei protese le braccia al cielo, urlando frasi di gloria al suo dio, poi slacciò i legacci lasciando cadere il corpo esangue. Prima di allontanarsi lanciò uno sguardo traverso ai cespugli intorno, dai quale uscirono lupi e corvi pronti a smaltire i resti del cadavere. Alfredo Martinelli [Benevento, 3 febbraio 2020] Qui potrai vedere e ascoltare la versione di &#8220;lama di tenebra&#8221; interpretato da Athena Vrkī AMBenevento, 13 maggio 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Antonio Di Lorenzo, Francesco Ricciardi e Giorgia Fosso leggono &#8220;il racconto di C0.M1-NO&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2020 08:05:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Come spesso capita nei racconti futuristici, alcuni elementi coincidono con la realtà che si verificherà. Così è accaduto al mio racconto di oggi.&#8220;Nessuno può allontanarsi o scappare. Tutti i nativi sono stati dichiarati contaminanti di malattie fisiche e psichiche. Tramite un sistema di inoculazione nasale, alla nascita innestano un nanocircuito di sorveglianza nel cervello dei bambini sani. […] Quando la densità di persone per metro quadro al chiuso, supera il livello di guardia, in tutti s’attiva il ticchettio, fin quando non s’allontanano gli uni dagli altri. Hanno poco tempo prima che il suono aumenti e produca danni.&#8220;Per renderlo al meglio, grazie ad Antonio Di Lorenzo, ho avuto l&#8217;onore di ben tre lettori. Ad accompagnarlo difatti ci sono Giorgia Fosso e Francesco Ricciardi, che ringrazio di cuore per la pazienza che hanno dedicato a una lettura non facile da far incastrare La versione originale del racconto è presente in “Sparse carte” il mio libro d’esordio, pubblicato nel 2016 da Eretica edizioni e dal 29 marzo 2020 liberamente scaricabile da questa pagina del blog. AMBenevento. 2 maggio 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Athena Vrkī legge &#8220;lama di tenebra&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Apr 2020 07:52:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8220;Lo strusciato scricchiolio delle foglie secche e dei ramettispezzati si mischiava ai ridolini soffocati della coppia. Era notte fonda. In quel momento, su quel lato della montagna, erano certi d&#8217;essere gli unici esseri umani.&#8220;una coppia si aggira immersa nel buio della montagna, sarà solo l&#8217;innamoramento ad averli spinti fin lassù o qualcos&#8217;altro li attende?Per scoprirlo potete dedicare 5 minuti al video di Athena Vrkī, che l&#8217;ha registrato proprio come ho sperato facesse, pur senza che io le abbia detto nulla. Una grande interpretazione ambientata a dovere con lo sfondo musicale di Dark piano &#8211; Suicide AMBenevento, 30 aprile 2020]]></description>
		
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		<title>Fabio Fallarino legge &#8220;lo scuolabus&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Apr 2020 09:10:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8220;origliare, annusare, percepire e capire senza essere visto. Una dote quasi innata, che aveva perfezionato in anni di appostamenti alle coppiette dei paesi e contrade limitrofe. Molto meglio di un film pornografico, la visione in prima fila dello spettacolo dal vivo gli dava la sensazione di percepire anche gli odori&#8220;&#8211; questo è uno di quei racconti il cui finale non ti aspetti e potrebbe dare fastidio ai più suscettibili, ma non poteva essere altrimenti considerando la particolarità del protagonista del videoracconto di oggi, magistralmente letto da Fabio Fallarino a cui va il mio enorme grazie per essersi proposto e aver dedicato il suo tempo e la sua professionalità a un mio racconto La versione originale del racconto letto da è presente in &#8220;Sparse carte&#8221; il mio libro d&#8217;esordio, pubblicato nel 2016 da Eretica edizioni e dal 29 marzo 2020 liberamente scaricabile da questa pagina del blog. AMBenevento, 28 aprile 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Amaranto</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Apr 2020 06:15:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Pioveva a dirotto ed era notte fonda. Le dense gocce schioccavano nelle pozzanghere così buie e dense da sembrare inchiostro. Sulla superficie creavano piccoli crateri che duravano meno del loro suono. Molte altre gocce scivolavano sotto il colletto della camicia e le sentivo scorrere rapide e gelide lungo la schiena. Le scarpe erano così inzuppate da sembrare buste cariche d’acqua e non sentivo più i piedi. Le prove erano finite tardi. Avevamo deciso di farle lo stesso, anche se l’intero Paese era fermo per le nuove politiche di austerità dei consumi. Entro un’ora dal tramonto di ogni giorno, bisognava chiudere negozi, bar e ogni altra attività che implicasse l’uso della corrente e di ogni altra fonte energetica come il gas, il carbone e l’olio combustibile. Solo nelle abitazioni era possibile scaldarsi e cucinare con il gas, ma usando quello delle bombole, che venivano razionate in base al numero dei componenti familiari.Non c’era il coprifuoco, si poteva entrare e uscire a qualsiasi ora, ma le strade erano buie e spesso percorse da teppistelli e rubagalline in cerca di un facile guadagno. Sembra che anche i cani avessero capito a quale ora iniziasse il loro regno e, sempre più spesso, si leggeva sui giornali di persone fuggite miracolosamente a rabbiosi molossi decisi a dominare il proprio territorio. La polizia poteva poco, perché l’indomani erano irrintracciabili, quasi svaniti con le tenebre.Da qualche tempo, le persone persone avevano imparato a fabbricare le candele in casa, usando materiale di scarto e si era diffusa l’abitudine di accenderne qualcuno dietro le finestre, per illuminare un minimo le strade. Non tutti lo facevano e non tutte le strade erano illuminate nello stesso modo, ma a qualcosa servivano, soprattutto a chi come me, aveva la necessità di uscire col buio. L’effetto era decisamente macabro. Viste dalla strada, le file di palazzi lungo la strada sembravano enormi pareti mortuarie di cimiteri illuminate dai ceri votivi. Quando poi dalle finestre si scorgevano affacciarsi i profili in penombra degli inquilini, il cuore con un balzo arrivava in gola ed era difficile anche deglutire.Quella notte decisi di infilarmi nei vicoli e viuzze del centro storico, sperando in un miglior rifugio dalla pioggia, ma non fu una buona scelta. Oltre le pozzanghere nascoste tra gli avvallamenti della strada, spesso gli enormi basoli si muovevano al mio passaggio alzando secchiate d’acqua mista a terra e sporcizia varia che mi inondarono anche dal basso. Continuai rallentando parecchio il passo e con la testa rivolta a terra non solo per guardare dove mettere i piedi, ma soprattutto per evitare di sentirmi soffocare dalle abitazioni a filo strada più scure della strada stessa e senza un portone in cui ripararmi. Mi fermai sotto uno stretto balconcino per riprendermi un po’. Avevo i vestiti pesanti d’acqua, non sentivo più le labbra e i denti iniziarono a battere da soli per il freddo. Non avevo neanche la forza di piangere e, purtroppo, il peggio stava per arrivare.Iniziai a sentire latrati lontani, ma non ne capii la provenienza e neanche quanto lontani fossero, perché il rumore della pioggia mischiava tutti i suoni. Capii però che la nottata stava rapidamente peggiorando, così ripresi a camminare provando ad aumentare il passo, ma una delle tante pozzanghere in cui infilai il piede nascondeva una larga crepa tra i basoli e caddi rovinosamente alzando tanta di quell’acqua, che molta mi saltò direttamente in bocca. Annaspai senz’aria per qualche istante che parve eterno, con la braccia ancora protese nella pozza per sorreggermi. Insieme al primo nuovo respiro vidi in fondo al vicolo gli occhi dei cani riflettere le fiammelle di alcune candele dietro una finestra lì accanto. Stavo andando nella direzione sbagliata. Non so con quali forze mi sollevai per tornare indietro, ma avvertii nuovamente l’ansimare dei cani e il rumore delle zampe schiacciare l’acqua in fondo al vicolo. Mi avevano circondato, non so quanti fossero. Bussai violentemente a una porta, ma dalla finestra accanto non proveniva alcuna luce, forse dormivano o era disabitata. Strinsi forte gli occhi, non volevo vederli quando mi avrebbero azzannato, speravo solo di non soffrire troppo e iniziai ad ansimare dalla paura. Pensai ai miei genitori e a mio fratello, che sarebbero rimasti senza il mio aiuto.I cani stavano arrivando da entrambi i lati. Non sentivo neanche più la pioggia cadermi addosso e neanche il suo rumore, ma solo i loro passi sempre più vicini. Aprii gli occhi per istinto e vidi, proprio davanti, un vicolo molto più stretto o forse una semplice rientranza fra i palazzotti della strada. Mi infilai sperando di sparire nel buio. Dopo solo pochi passi udii una voce imperiosa accanto a me: “Entra, muoviti!” Non l’avevo sentita o vista aprirsi, la porta era spalancata e m’infilai con un tuffo, senza pensarci due volte, restando carponi subito dopo l’uscio. La sentii chiudersi alle mie spalle e subito dopo una corposa coperta mi coprii interamente, lasciando libero solo il viso. Per un po’ rimasi ansimante in quella posizione, fin quando il calore delle fiamme del camino mi fece smettere di tremare. Solo allora mi alzai e la vidi seduta su un’antica e avvolgente poltrona damascata. Sorseggiava da un’elegante tazza da tè, che, di tanto in tanto, appoggiava su un tondo tavolino in legno scuro, sorretto da un unico gambo simile a un intreccio di tre rami appoggiati con quattro piedini al pavimento. L’ambiente era abbastanza buio, illuminato solo dalle fiamme nel camino, che producevano ombre così irregolari sulle pareti da dare un senso di movimento agli oggetti proiettati sulla tappezzerie caratterizzata con chiaroscure fasce verticali.Mi alzai tenendo la coperta sulle spalle e mi avvicinai alla donna. Era avvolta in un aderente vestito amaranto che terminava in una gonna leggermente scampanata fino alle ginocchia Aveva occhi di un azzurro così intenso da sembrare finti, capelli mossi e corti, carnagione chiarissima e un profilo gentile simile a quello delle bambole di porcellana, ma, soprattutto, esprimeva un’innata eleganza al solo solo guardarla. Con voce pacata mi indicò dei vestiti asciutti sulla poltrona accanto a lei e mi invitò a cambiarmi dietro un separè immerso nel buio in fondo alla stanza. L’idea non mi diede imbarazzo e seguii le indicazioni.Quando tornai da lei, la trovai con una tazza di latte caldo e miele per me. Mi accomodai sulla poltrona e bevvi a brevi sorsi, senza parlare, mentre lei faceva scorrere le dita sulle pagine di un vecchio libro, mostrando indifferenza. Solo quando ebbi finito, mi chiese:“Dimmi, cosa ti ha portato a me?” Lo pronunciò come se in giro si sapesse di lei, ma io non l’avevo mai vista e non avevo mai notato neanche quella rientranza nel vicolo. Quasi come uno sfogo le raccontai tutte le vicissitudini delle sera, dalle prove in teatro alla pioggia, le cadute e infine i cani. “Ah, i cani, ne ho sentito parlare, ma non mi sembra abbiano mai fatto male a nessuno!” disse lei con un tono di chi cerca di calmare. “Sì, così sembra, ma forse solo per casi fortuiti, come quello di trovare riparo qui stasera.” “Tra caso fortuito e occasione il confine è labile.” mi rispose la donna, con un’espressione nella voce quasi a voler sottolineare un recondito senso alla mia presenza lì.Ebbi un moto interno di vaghezza, un po’ come quando ci si trova su una piccola imbarcazione che d’improvviso viene scossa da un’onda più intensa. Provai a osservarla meglio in viso per carpire qualcosa in più su quella frase ed ebbi strane sensazioni. Il viso sembrava mutare età in base al movimento delle luci e ombre proiettate dal camino. Alle volte sembrava giovane, altre quasi anziana. In altri momenti mi parve una signora di mezza età. In ogni caso, l’elegante fascino restava immutato. Di sicuro era non vedente. Quando parlava, seppur mi guardasse in viso, la pupille non centravano mai le mie, di poco, uno scostamento percettibile solo ponendo molta attenzione. “Hai detto che hai fatto delle prove, di che genere?”presi la domanda come un modo per avviare una gentile conversazione e le parlai del mio progetto teatrale, lasciandomi andare a tutte le considerazioni sui desideri e sogni legati a quel progetto e su quanto ancora avrei dovuto fare per slegarmi da certi vincoli e dedicarmi pienamente a ciò che mi dava appagamento insieme a persone con cui stavo bene. “E come mai?” chiese la donna “ho paura di non farcela, di deludere, di stancarmi, d’essere un intruso”Lei accennò un sorriso e, dopo una pausa quasi teatrale, rispose: “Sono quattro paure ben definite, mi ricordano i cani che hai detto d’aver visto stasera e di cui tutti parlano, ma nessuno ha mai visto”In quel momento sentii aprirsi dentro come una voragine, un improvviso vuoto che si spalancava nel mio corpo partendo dalla gola e tirava giù dritto fino ai piedi, quasi a volermi portare con sé. “Sento turbamento, cosa ti è successo? Dimmi!” esortò la mia ospite. Anche se non poteva guardarmi il viso, da qualcosa, per me indecifrabile, aveva capito il mio stato d’animo.Quasi balbettai nel rispondere “E che io non so, come se qualcosa mi bloccasse, una sorta di paura che mi spegne il desiderio, quasi una sfiducia verso me, che …” “Ecco, è proprio questo il punto: è la sfiducia in noi che alimenta le paure fino a renderle vere e a farci rinchiudere nei sogni, come li hai chiamati tu. Piuttosto inizia a chiamarli progetti, loro non svaniscono all’alba, sono reali e ci danno la forza di perseguirli.”Poi si alzò per aprire la porta. Avevo trascorso da lei tutta la notte. Fuori aveva smesso di piovere, il Sole era sorto e già si rifletteva nelle pozzanghere e le superfici ancora bagnate. I miei vestiti erano asciutti e io mi sentivo bene, come quando stai per iniziare il viaggio che haida sempre desiderato. La salutai con devozione, ringraziandola più volte. Lei rimase sull’uscio. Quando stavo per svoltare verso il vicolo più grande, mi voltai un’ultima volta e vidi quattro enormi cani sbucare da dietro un cespuglio accanto alla porta della signora in amaranto, farle festa ed entrare in casa. Alfredo Martinelli [Benevento, 25 aprile 2020] AMBenevento, 26 aprile 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>estratto da &#8220;Racconto a due mani&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Apr 2020 07:41:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[mi è giunta qualche richiesta per mie letture di racconti &#8220;romantici&#8221;. Quelli brevi li ho già tutti distribuiti a chi si è proposto di leggerli, così ho scelto un estratto da &#8220;Racconto a due mani&#8221;, il primo fra quelli presenti nel mio libro. La genesi di questo racconto è parecchio travagliata. Dopo averlo quasi terminato, ebbi forti dubbi sulla sua qualità e lo lasciai in sospeso per circa 3 anni. Fin quando, dopo un lungo confronto con Cosimo Gentile, pensai che forse non era male e lo terminai in pochi giorni. Oggi è uno dei miei racconti che più piace ai lettori La versione integrale del racconto è presente in “Sparse carte” il mio libro d’esordio, pubblicato nel 2016 da Eretica edizioni e dal 29 marzo 2020 liberamente scaricabile da questa pagina del blog. AMBenevento, 22 aprile 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Carmen Merola legge &#8220;la quarta dimensione&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Apr 2020 10:46:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8220;in quelle poche frazioni di istanti fui sicuro nel non voler dire &#8220;è per mia madre&#8221;, mi avrebbe fatto apparire goffo e mammone, però se le avessi risposto una bugia del tipo: &#8220;è per la mia ragazza&#8221; avrei perso la possibilità di corteggiarla&#8220;&#8211; cos&#8217;altro avranno detto sull&#8217;amMmore i commensali durante il pranzo di ferragosto?lo scoprirete se porrete attenzione alla lettura di Carmen Merola, interprete della lettura di oggi, a cui va il mio ringraziamento. La versione originale del racconto letto da è presente in &#8220;Sparse carte&#8221; il mio libro d&#8217;esordio, pubblicato nel 2016 da Eretica edizioni e dal 29 marzo 2020 liberamente scaricabile da questa pagina del blog. N.B.: la scena presente nel video è tratta da &#8220;Speriamo che sia femmina&#8221; di Mario Monicelli AMBenevento, 20 aprile 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Simone Savoia legge &#8220;la fioraia&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Apr 2020 07:29:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8220;in quelle poche frazioni di istanti fui sicuro nel non voler dire &#8216;è per mia madre&#8217;, mi avrebbe fatto apparire goffo e mammone, però se le avessi risposto una bugia del tipo: &#8221;è per la mia ragazza&#8217; avrei perso la possibilità di corteggiarla&#8220;… chissà come andrà a finire questo corteggiamento alla fioraia!Oggi il regalo della lettura di un mio racconto proviene da Simone Savoia, che ringrazio non solo per questo video, ma anche perché è stato un ottimo confronto per &#8220;lama di tenebra&#8221; un altro racconto, che a breve ascolterete Chi volesse leggere la versione originale, può andare qui: &#8220;la fioraia&#8220;. AMBenevento, 19 aprile 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Marco Gravina legge &#8220;Rossetto&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Apr 2020 07:59:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8220;Mia madre ad esempio prepara da mangiare e poi, insieme a mia sorella, si dedicano ai clienti che arrivano a casa. Vengono a farsi fare i massaggi e devono essere anche parecchio dolorosi, perché, qualche volta che rientro per bere, li sento lamentarsi e sento anche parecchio rumore provenire da sopra, forse cercano di scappare e li devono acchiappare&#8220;… strano lavoro quello della mamma e della sorella del protagonista, non vi sembra?Il mio grazie oggi va Marco Gravina, che pare proprio essersi divertito durante la lettura per il video-racconto Chi volesse leggere la versione originale, può andare qui: &#8220;Rossetto&#8220;. AMBenevento, 18 aprile 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Roberta D&#8217;Andrea legge &#8220;Afonia&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Apr 2020 07:12:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8220;Iniziai quello stesso pomeriggio a lasciare pezzi di frasi numerate accanto ai suoi oggetti. Non solo in palestra, ma nella cassetta delle lettere, chiuse in una busta da lettera a lei indirizzata, sotto il suo banco in classe e nel suo zaino. Non ebbi fretta nel farle recapitare i fogli e non ebbi sempre la stessa cadenza temporale.&#8220;&#8211; avete presente quei regali particolarmente belli perché inaspettati? Bene, così è la video-lettura di oggi, che Roberta D&#8217;Andrea mi ha fatto trovare a mia insaputa. Che scrivere se non un enorme GRAZIE per la sorpresa 😊Ricordo che chiunque può regalarmi la videolettura di un mio racconto Chi volesse leggere la versione originale, può andare qui: “Afonia“. AMBenevento, 17 aprile 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Federica Flocco legge &#8220;Cobalto&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Apr 2020 07:44:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8220;Quando mi chiedevano – “Come fai?” avrei voluto rispondere “E che ne so!”, ma un artista non risponde così e inventavo storie credibili.&#8220;Il racconto di oggi ha avuto l&#8217;onore d&#8217;essere letto da Federica Flocco. Il mio invito non può essere altro che dirvi di sospendere tutto per 6 minuti e ascoltarla. Chi volesse leggere la versione originale, può andare qui: &#8220;Cobalto&#8220;. AMBenevento, 15 aprile 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Manuela Forgione legge &#8220;nel Bianco&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2020 07:52:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8220;E quando sorridi, cosa succede intorno a te? Si oscurano ancora il Sole e le altre stelle?&#8221; è uno dei passaggi del racconto di oggi, in cui ho immaginato un uomo parlare all&#8217;anima della compagna, scomparsa. La lettura è di Manuela Forgione, tra le prime ad aderire alla mia iniziativa, la prima in assoluto a inviarmi il video e per questa ragione è ancora più intenso il mio ringraziamento a lei. Chi volesse leggere la versione originale, può andare qui: &#8220;Bianco&#8220; AMBenevento, 14 aprile 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Indaco &#124; video racconto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Apr 2020 14:32:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8220;Indaco&#8221; è la trascrizione di una sorta di sogno lucido che ho avuto qualche notte fa. Così realistico, che per togliermelo di dosso ne ho parlato con alcuni colleghi di scrittura in una nostra chat. Ma non è stato sufficiente, così l&#8217;ho trasformato in racconto è ho chiesto a Marco Sica di comporre una musica adatta. A lui l&#8217;idea è piaciuta e, non solo ha preso Chapman Stick, Moog &#38; Micropiano per suonare l&#8217;accompagnamento musicale, ma ha realizzato anche il video.P.S.: il titolo prende il nome dal colore dell&#8217;abito della ragazza AMBenevento, 12 aprile 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Cobalto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Apr 2020 07:04:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In cui si racconta la storia di un pittore, che ha perso la sua "Musa ispiratrice".]]></description>
		
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		<title>il gatto rosso del 2° piano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2020 09:16:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La prima volta che lessi in pubblico il racconto, fu durante un evento di poesia ambientato in un uliveto. In una originale ambientazione, i poeti, tutti molto bravi, declamavano con intensità i loro testi carichi di amore, introspezione, nostalgia, mancanza … poi venne il mio turno e ben sapete che io poeta non sono … Se pensate che aver paura di un gatto possa essere un eccesso, forse è perché non avete conosciuto quello a pelo rosso della famiglia al secondo piano del palazzo in cui abito.Quando qualche mese fa si sono trasferiti ha subito attirato l’attenzione di tutti i condomini. Si muove sicuro, con spalle larghe e gambe robuste che sembrano corte e tozze, perché sbucano da sotto un corposo e lungo pelo. La facciona ha baffi lunghi, bianchi e setosi, che si spostano all’unisono come antenne di un satellite. Gli occhi non guardano, indagano l’anima fino a giungere alle più lontane e profonde paure dell’inconscio. Libero, passeggia fra le scale, i balconi di noi tutti e i tetti dell’intero quartiere. All’inizio noi condomini abbiamo preso timorosa confidenza con la nuova e possente figura che aleggiava sul palazzo. Successivamente abbiamo iniziato ad apprezzare anche le sue qualità di cacciatore. In poche settimane sono spariti quegli odiosissimi piccioni dai cornicioni con tutti i loro fetidi e infetti escrementi. Sono scomparsi anche i topi che, di tanto in tanto, si affacciavano dalle fogne e tra i basoli delle strade. L’ordine era stato ristabilito grazie al bell’esemplare di felino domestico e lui ne era consapevole. Oramai incontrarlo per le scale significava scansarsi per farlo passare; anche salendo con le buste della spesa non muoveva la sua sinuosa e sicura presenza. I proprietari o, per meglio dire, la famiglia che l’ha portato con sé e presso cui dormiva con maggiore frequenza, lo veneravano come una divinità. Solo un paio di volte mi sono fermato a parlare con loro e il discorso è caduto immancabilmente sull’idolo di casa, al quale si rivolgevano come a una persona. Non ho mai sentito chiamarlo o pronunciare il suo nome e quando ne parlavano dicevano “lui”.Ad esempio: «La sera non guardiamo la TV, perché “lui” non gradisce».Oppure: «Non cuciniamo mai la verdura, sa com’è, a “lui” certi odori non piacciono». E altri discorsi analoghi. Ormai il quartiere è invaso di gatte incinte e cuccioli ovunque. Durante il periodo della riproduzione, il concerto del miagolio è così intenso e senza tregua che l’ultima volta sono andato a dormire per qualche giorno dai miei.L’aspetto più allarmante della vicenda è che “lui” sta diventando sempre più prepotente e pretenzioso anche con noi condomini.Sempre più persone l’hanno trovato a rovistare nel frigo, nella dispensa o sulla tavola da poco imbandita, mangiando quel che di più prelibato era disponibile. Avvicinarsi o scacciarlo è impossibile. Quando si trova il coraggio di fronteggiarlo apre la bocca mostrando i lucidi e aguzzi denti ed emette un miagolio che farebbe rabbrividire anche un sordo. In casa mia è giunto tramite il balcone. Ho sentito sbattere contro la finestra, girare la maniglia, mi son avvicinato e l’anta m’ha colpito dritto in faccia. “Lui”, miagolando scocciato, è andato direttamente sul lavandino dove stavo pulendo del pesce appena comprato. Stamane, rientrando, ho visto gli addobbi funebri. Per le scale ho chiesto a una del pianerottolo e m’ha detto che hanno fatto il funerale a “lui”. Pare che il corpo non sia stato trovato perché sbranato e mangiato da grossi cani randagi. Mancava da qualche giorno e sembra che sia stata ritrovata soltanto la corposa pelliccia rossa. Poiché era considerato uno di famiglia, ho visto persone che hanno portato il pranzo ai coinquilini del felino.Per non apparire scortese, ho anche io portato loro parte del mio pasto. Avevo preparato la polenta con il coniglio e sembra che l’abbiano gradita molto.Dopo tutto, senza peli e testa, era difficile riconoscerlo. AMBenevento, 9 aprile 2020 N.B.: l&#8217;immagine di copertina è stata disegnata da Giulia Pex, quando il racconto è stato pubblicato su Verderivista.]]></description>
		
		
		
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		<title>nel bene e nel male</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2020 07:56:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri, Racconti & Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[Può solo un nome evocare tanto? imprigionare pensieri, dettare il pulsare nel petto e far sentire lo stomaco arrendersi alla mancanza? Sì, può farlo e imperterrito continuare fino al prossimo cenno di presenza, che induce la gola a deglutire in un riflesso condizionato, gli occhi chiudersi per un istante mentre i polmoni inspirano come dopo una lunga apnea. Attimi che passano rapidamente, il necessario per girare la clessidra e far ripartire il tempo fino al prossimo “ciao, come stai?” Così era per me, tra un nostro incontro e il successivo. Nel mentre i pensieri si accartocciavano in forme senza senso, come in un’inusuale e inaspettata primavera. Con un solo soffio di vento si erano risvegliate emozioni, ricordi, stati di benessere fisico, alternati a momenti profonda depressione, che mai avrei immaginato di vivere in un’età spesso più incline a intendere i nipoti come ciò che appaga le giornate e fa scordare gli errori d’una lunga vita mai completamente vissuta. In quel momento tutto quel che mi era mancato era finalmente giunto, anche se non più cercato, non richiesto e forse anche scacciato. Come un turbine d’aria spalanca finestre e porta con sé tutto ciò che non è ben saldo, così lei era arrivata nella mia vita, liberando da inutili orpelli e catene ogni mio inutile tentativo di difesa. Ero tornato a spolverare i vecchi 33 giri, a pettinarmi, a guardarmi allo specchio prima d’uscire, a riprendere la penna per scrivere pensieri ricchi di un romanticismo che pensavo d’aver perso per sempre o forse non aver mai avuto prima di allora. Mi ero nuovamente ammalato di tramonti, del vento sul viso, di poesie e di pensieri romantici al punto da chiedermi come potesse essere il mondo prima che giungesse l’Amore. E lei? Mi chiederete. Pur cercandomi con naturalezza, non andava mai oltre conversazioni di ogni natura, dalla cronaca alla spiritualità, passando per il lavoro dei figli, ma mantenendo sempre una impalpabile distanza emotiva. Un po’ alla volta iniziammo anche a ideare sconclusionati progetti come viaggi a piedi o la costruzione di case di legno in riva al mare. Molti non videro mai la luce, ma ci divertiva molto pensarli, perché ci faceva sentire più giovani. Lei sembrava immune a tutto il mondo che mi aveva riversato addosso, mentre io qualche volta mi rendevo conto di soffermarmi imbambolato, immerso in fantasie di me e lei in posti esotici e lontani. Per difendermi dalla perdita di contatto con la realtà, ho più volte posto alla coscienza un ciclo senza fine di domande a cui rispondevo con razionali evidenze: “siete entrambi anziani, la tua vita è questa, non l’altra. Svegliati e godi il tempo restante con la tua famiglia.” Poi, per renderle ancora più invadenti, le urlavo davanti allo specchio o per strada, quando ero sicuro che non ci fosse nessuno nei paraggi. Il vero grande problema era che, da qualunque parte osservassi la mia vita, tutto quel che avevo imparato, scartato, costruito, raggiunto, distrutto, abbandonato, rimodellato e ricostruito, in quel momento sembrava fosse stato guidato da un invisibile suggeritore, per farmi giungere fino a lei in quel preciso istante e nella forma della persona, che nel tempo ero diventato. Essersi conosciuti prima o dopo, con vissuti ed esperienze differenti, non avrebbe generato lo stesso risultato. Nel bene e nel male, di questo ne eravamo consapevoli entrambi. Non era una mia illusione e non era necessario che me lo dicesse o facesse finta di niente, era sufficiente osservarla illuminarsi a ogni nostro incontro. La pelle non mente, cambia luce come gli occhi e come loro segue le vibrazioni dell’anima. E poi quando la mente imbavaglia i sentimenti e segrega il cuore, è il resto del corpo a muoversi nella giusta direzione. Il suo spesso si avvicinava al mio, trasmettendo benessere. Di incontri ce ne furono tanti, non tutti voluti o cercati. Molti casuali e per questa ragione, per me, ancora più significativi. I primi avvennero in occasione di feste di di amici in comune, poi furono sempre un po’ più cercati e da parte mia desiderati. Ogni volta però, al momento di lasciarci, si dileguava o si rendeva quasi liquida, impalpabile. Ho sempre pensato che lo facesse per evitare, al momento del commiato, che la malinconia prendesse il sopravvento e la paura della perdita esponesse a gesti impulsivi, trasformandolo in un punto di non ritorno, un evento dopo il quale nulla sarà più come prima, qualunque sia la reazione dei protagonisti. Io lo giudicavo un comportamento strano, più affine agli adolescenti delle epoche passate o qualche personaggio di romanzi d&#8217;amore, ma rispettavo la scelta e lasciavo che tutto continuasse senza alterazioni, senza forzare la naturalità degli eventi. Avrei tanto voluto parlare di lei con qualcuno, non per consigli, quanto per scaricare il pesante fardello emotivo. Ma era da pazzi anche il solo pensiero d’affrontare gli interminabili sermoni di tutti coloro a cui avrei confidato questa rinnovata freschezza sentimentale. Di sicuro non lo avrebbero capito i miei figli, dai quali temevo il giudizio più severo ai limiti del ripudio e probabilmente neanche quel che avanzava dei miei amici di un tempo. Alle nuove conoscenze non avevo neanche lontanamente pensato. Sapevamo così poco l’uno dell’altro che una simile confidenza non avrebbe avuto un grande senso. Seppur con grande insoddisfazione, tenni chiusi tali pensieri. Scelsi però di parlarne ad alta voce a me stesso ogni volta che mi fosse stato possibile. Inventai una sorta di dialogo fra la mia voce interiore e quella che usciva dalla bocca. Con questo strano sistema avevo imparato a scaricare emotività e tensione sull’argomento. Lo facevo ogni volta che riuscivo a ritrovarmi solo e in un posto isolato dalle mura domestiche. Luoghi in cui la natura dominava la scena, al punto da sembrarmi lei la voce interiore con cui colloquiavo. Liberavo la mia parte indisciplinata ed emotiva, lasciandole prendere il sopravvento su quella razionale. Senza regole e doveri morali, alla mia voce interiore confidai la speranza di una apertura della mia amata nei miei confronti, che mi lasciasse intendere almeno un reciproco affetto più intenso di un’amicizia, accogliendo tra le sue braccia me e la nostra storia. Fu proprio durante uno di questi lunghi discorsi ad alta voce, rivolti al fiume silente davanti il mio sguardo, che sentii la voce interiore dirmi: “No amico mio, la speranza no. Lasciala andare, non fidarti con lei. È come una malattia: prende per sé molto più di quel che restituisce e, spesso, ti abbandona nudo. Se ami qualcuno gridaglielo in viso e bacialo forte sulle labbra oppure sparisci, per sempre.” Era risuonata nitida nella testa, quasi come se l’avesse pronunciata una persona seduta accanto a me. Rimasi parecchio stranito e muto. Fino a quel momento, quella sorta di risposte erano state composte da poche parole. Una frase così articolata non mi era mai accaduto di ascoltarla. Muto tornai a casa e per parecchi giorni non ebbi più alcun pensiero che riguardasse quella storia, quasi come bloccato da una sorta di paura dell’ignoto. Lei continuò a cercarmi per ragioni che non avevano mai il senso di una scusa. Ogni volta un’idea innovativa su cui confrontarci. A chi ora si chiede se non mi desse fastidio sapere del suo rientrare a casa la sera dal marito e i figli, così come io tornavo alla mia famiglia, rispondo semplicemente no. Non mi dava fastidio, perché nei momenti in cui eravamo insieme lei era la mia parte mancante, il senso della giornata, fonte di estremo benessere e dava un senso a tutto quel che avevo compiuto prima. Cosa invece pensasse lei non l’ho mai saputo né gliel’ho mai chiesto, perché era fuori dal mondo che si era creato tra noi. Erano oramai diverse settimane che la mia voce interiore non dava segni di vita. L’avevo cercata in vari posti ed ero anche più volte tornato dove l’avevo sentita l’ultima volta, ma non si era più manifestata. La sensazione mi aveva lasciato ancor più stranito, quasi malinconico, al limite della estraneazione dalla realtà. Lei l’aveva notato e in diverse occasioni mi aveva chiesto il motivo, ma fino a quel giorno avevo eluso la verità, con risposte di altra natura. Poi mi ricordai di una nostra vecchia promessa: seppur avrebbe potuto non far piacere all’altro, ci saremmo detti sempre come la pensavamo su tutto quel che avesse riguardato la nostra amicizia. Quel giorno eravamo al parco. Davanti a noi la fontana al centro del laghetto sparava in alto l’acqua. Qualche gocciolina arrivava fin sui nostri visi ed era piacevole, perché faceva ancora molto caldo in quei pomeriggi inoltrati. Lei aveva accanto a sé la busta con quel po’ di spesa per giustificare l’uscita. Io ero con il mio fedele cane, stranamente più paziente e silenzioso del solito. Quasi subito iniziai a sentire insofferenza, senza riuscire a concentrarmi su quel che mi stava raccontando. “Cosa c’è?” mi chiese, accorgendosi di qualcosa. Approfittai del momento come se fosse stato l’unico a mia disposizione. Fra le mie, presi una sua mano e la portai sotto il mento: “Penso di essermi innamorato di te. Da sempre, non da adesso!” le dissi guardandola senza mai abbassare gli occhi. Non sapevo cosa aspettarmi, ero consapevole d’aver rischiato, di aver messo in bilico anni di amicizia, ma l’ultima indicazione della mia voce interiore, in quel preciso momento era giunta a maturazione e non ero riuscito a trattenere l’impeto di una confessione da troppo sofferente, come un adolescente a cui non si concede d’uscire con la primavera che bussa alle finestre. In quel momento dilatato e come nei sogni estraneo al mondo, lei continuò a guardarmi. Ebbi così tutto il tempo di osservare la grazia del viso trasformarsi in uno sguardo di sì tale dolcezza, che se Dio l’avesse visto, a entrambi avrebbe dato in dono la grazia di tornare indietro nel tempo per conoscerci quando avremmo potuto donare al mondo una gioia ben più lunga e creativa, di quel po’ che ci restava da vivere. Mi accarezzò il viso con tenerezza, senza parlare e io mi emozionai. Poi con voce dolce disse: “Faccio anch’io parte di questa storia, se abbiamo continuato a vederci, a pensare l’inimmaginabile da fare per avere una scusa, è perché siamo in due ad amare.” Poi la voce le si incrinò e l’abbracciai come il bene più prezioso. In quegli interminabili momenti non pensai a nulla, solo a sentirla tra le braccia inspirando profondamente il suo profumo, quasi che potessi sentirla ancor più mia. Ci alzammo quando sentimmo suonare la sirena di chiusura. Quella sera si era fatto molto più tardi del solito e le nostre famiglie avrebbero avuto qualcosa da dire, ma non era quello il momento di pensarci. Da quel giorno sono passati molti anni ancora. Lei non cammina più e io arranco parecchio, ma trovo ancora la forza di spingere la sua sedia a rotelle lungo le stradine del parco, lasciando la sua badante ad attenderci all’ingresso. Continuiamo a parlare tutto il tempo, come è sempre stato tra noi. Poi, prima della chiusura, rientriamo alle nostre abitazioni e alle nostre famiglie. Siamo rimasti come all’epoca, ma con molti nipoti in più di cui parlare e sempre nuovi progetti da portare a termine, fin quando avremo forza per pensare. Abbiamo preservato il nostro amore da tutti e lo abbiamo coltivato come un fiore raro, a cui non abbiamo mai fatto mancare cure. Dalla nostra felicità abbiamo attinto tutta l’energia necessaria per affrontare i problemi e le necessità dei cari a cui niente abbiamo mai sottratto. Alfredo Martinelli, Benevento, 28 marzo 2020 AMBenevento, 31 marzo 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Vorticus</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Mar 2020 16:06:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In periodi di Coronavirus, ci si attrezza per mantenere cervello attivo verso orizzonti non drammatici, perché la creatività aiuta l&#8217;uomo a non impazzire. Ringrazio di cuore Adriana e Diana Zurlo per la disponibilità a supportarmi, accompagnandomi con il pianoforte.(N.B.: purtroppo a causa della bassa qualità del segnale internet dovuta al sovraccarico, la parte di video di sx spesso va a scatti) AMBenevento, 25 marzo 2025]]></description>
		
		
		
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