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	<title>emozioni &#8211; Alfredo Martinelli &amp; dintorni</title>
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	<description>sperimentazioni tra scrittura e altre forme d&#039;espressione</description>
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		<title>Nero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Oct 2020 21:06:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Prima di quella sera lo avevo visto solo una volta, tanti anni fa. Ero piccolo e dovetti accompagnare mio padre, che invece non voleva, ma anche quella volta cedette alle insistenze di mia madre. Negli anni successivi nei sentii parlare solo con riferimenti indiretti, mai espliciti. Non si poteva fare, era una regola non scritta e senza apparenti ritorsioni per chi l&#8217;avesse violata, ma nessuno aveva mai osato farlo. Forse solo qualcuno, di cui poi negli anni si raccontarono strani aneddoti sempre diversi e sempre più macabri. Quella volta, a distanza di tanti anni, non immaginavo di incontrarlo nuovamente, ma capii subito che era tornato. Lo intuii dal silenzio delle persone per strada, dalla scomparsa dei cani e dei gatti tra i vicoli, dal vento che aveva smesso di far ondeggiare i panni stesi sulle corde fuori i balconi e dai ragazzini che avevano smesso di giocare a pallone usando i garage come porta. Davanti a lui, vestita come per una cena importante e seduta sulla parte più esterna di una piccola sedia, simile a quelle che si usano tra i banchi di scuola, una donna stava implorando qualcosa. Era accorata, ma dignitosa. Sentire la voce di quell&#8217;uomo mi fece stare male, portandomi alla mente il viso di mio padre nel momento in cui si rese conto che stava per perdere la dignità. &#8211; &#8220;Non ho che farmene dei tuoi soldi&#8221; disse lui senza trasmettere la minima emozione. La donna stava per rispondere qualcosa, ma fu anticipata: &#8211; &#8220;e non ho che fare neanche dei tuoi gioielli, del tuo oro e delle tue case&#8220;. Lei s&#8217;alzò in piedi e quella volta urlando disse: &#8211; &#8220;e cosa vuoi allora da me?&#8221;&#160; &#8211; &#8220;Voglio i ricordi che hai dei tuoi figli ancora piccoli, di quando li nutrivi al seno e gli insegnavi a parlare e loro ti abbracciavano per dormire.&#8220; &#8211; &#8220;Sei un mostro!&#8221; disse lei andando via trattenendo a stento il pianto. Lo fece anche mio padre, solo che purtroppo tornò indietro dopo poco, così come fece anche la donna. A mio padre chiese il sorriso e il pianto, che da quel giorno gli sparirono dal volto, fino al momento della morte, affrontato con espressione indifferente, pur se vissuto con tutte le emozioni più estreme che può provare un uomo consapevole della fine a cui sta andando incontro. A noi non mancarono mai il piatto a tavola e i regali alle feste, i vestiti nuovi e le occasioni di viaggio. Mancarono per sempre le risate e tutte quelle emozioni che le sole parole non riescono a trasmettere. La donna andò via coprendo l’intero viso con un fazzoletto bianco, preso al volo dalla borsa poco prima di alzarsi. Tenne il volto calato sui basoli, ma senza guardarli e senza guardare intorno, anche se nessuno dei presenti si sarebbe mai permesso di guardare lei. Anche questa era un’usanza non scritta e in quel momento mi resi conto di non averla rispettata. La consapevolezza di aver mancato a una regola così importante, mi diede un brivido dalla nuca a scendere lungo la schiena, come accadeva da bambino quando rompevo qualcosa ed ero consapevole della imminente punizione. Poi però ripensai a mio padre e deglutii forte per mandar giù anche la paura e sentii lo sguardo concentrarsi sotto le sopracciglie inarcate, come accade a chi è pronto a combattere. &#8211; “Muoviti a dirmi cosa vuoi, ho un ospite speciale che mi attende!” era la sua voce monocorde l’unica a risuonare nell’aria. Stava parlando con una ragazzo dall’aria disperata. Sentii farfugliare qualcosa alla quale rispose: &#8211; “Un altro innamorato perso … se realmente lo vuoi mi devi dare il tuo talento, quello che ancora non conosci e che se darai a me non conoscerai mai.” Probabilmente lui disse sì senza pensarci due volte, perché andò via ringraziando e inchinandosi per rendere più intenso il senso di gratitudine. &#8211; “ora veniamo a te” disse indicando nella mia direzione con un gesto del mento. Ero pronto, lo avevo intuito dall’allusione di prima sull’ospite speciale. Una sorta di sesto senso mi aveva fatto capire il riferimento, ma non fino in fondo. Difatti non avevo inteso che mi voleva al suo tavolo non perché mi avesse visto osservare le scene precedenti, ma perché mi aveva riconosciuto. Sentii calare su me una strana calma, anche se calmo non ero. Piuttosto ero carico e pronto a deflagrare, portando in superficie tutto mondo sommerso da quando ero ragazzino. Concentrato è il termine più appropriato allo stato d’animo provato in quel momento. In poco tempo tutta la rabbia si era trasformata in forza controllata e quindi più incisiva. Mi mossi con passo deciso e mi sedetti davanti a lui senza chiedere il permesso, poggiando le spalle sullo schienale della piccola sedia e accavallando le gambe, portando la caviglia destra sul ginocchio sinistro. Era un modo studiato per darmi il tono rilassato di chi sa di avere il coltello dalla parte del manico &#8211; “E quindi sei tornato, ma questa volta per te e non per tuo padre” disse lui facendomi sentire come trafitto nel petto dalla appuntita lama di un fioretto. Non era ancora iniziato lo scontro e già mi aveva spiazzato, mettendomi alle corde. Si ricordava di me e mio padre, non me l’aspettavo e non ebbi prontezza di risposta. Lui non ebbe alcun movimento nel viso, nessuna espressione. Riprese solo a parlare: &#8211; “cos’hai da offrire per ottenere quel che ti serve?” La domanda mi punse l’orgoglio e accese la mia reazione: &#8211; “Sei tu che hai bisogno di me, tu mi hai chiamato, io non necessito di nulla” non fui molto deciso nel tono, ma era un inizio di ripresa &#8211; “Non giocare a fare il duro con me, non ti conviene, tutti avete bisogno di qualcosa e io conosco il tuo” Ero nuovamente alle corde,&#160; nuovamente colpito da quelle parole pronunciate in modo secco e monocorde da renderle prive di emozioni e per questo ancora più incisive. Pensai che non fosse possibile che m’avesse visto imbrattare le tele e addormentarmi sul tavolo della cucina, non poteva essere. Mi convinsi che la sua doveva per forza essere una di quelle parlate a effetto, che fanno gli psicomaghi: vaga e interpretabile in base alle situazioni e per questo sempre adatta a tutti. Mi ricordò uno dei tanti preti che da ragazzo sentivo predicare dopo la lettura del Vangelo: da anni tutti paventavano apocalissi di varia natura, la cui origine cambiava in base alle cronache ricorrenti. A sentir loro l’uomo si sarebbe dovuto estinguere già da diversi secoli e invece io ero lì a capire chi realmente avessi di fronte. &#8211; “non sono un psicomago, piuttosto ricorda cosa fece realmente tuo padre” A quel punto andai realmente in confusione, ma provai a reagire &#8211; “come ti permetti di parlare di mio padre dopo quello che gli hai fatto!” Indifferente al punto da far salire la voglia di aggredirlo fisicamente, attese che tornassi a sedermi per poi rispondere: &#8211; “La donna che è andata via non ha figli di cui scordare i giorni del loro svezzamento. Li ha adottati quando erano già capaci di mangiare e camminare soli. Il ragazzo non deve conquistare nessuna donna. Vuole solo accettare che la fidanzata continui a tradirlo e lui riesca a far finta di nulla per vivere nell’illusione della felicità” &#8211; “Cosa stai provando a dirmi?” ero realmente confuso, non riuscivo a seguirlo e non sapevo se credergli o meno. &#8211; “Io sono ciò che voi cercate per scaricare la responsabilità delle scelte. Alcuni all&#8217;occorrenza mi identificano anche con il &#8216;Maligno&#8217;. È molto più sopportabile pensare che sia stata un&#8217;entità esterna a farvi fare un scelta sbagliata.” &#8211; “E cosa c’entra la donna a cui hai tolto il ricordo?” &#8211; “Non sprecare la mia pazienza e il mio tempo con stupide domande, si dice in giro che tu sia una persona in gamba.” Mi sentii colpito nell’orgoglio e provai a organizzare rapidamente le idee: &#8211; “È un ricordo che già non ha?” &#8211; “E poi?” &#8211; “Ha problemi con i figli adottati?” &#8211; “E quindi?” &#8211; “Ha cercato in te una ragione per accettarli?” &#8211; “Vedi che se ti impegni ci arrivi. Ora parlami di tuo padre &#8230;” Restai zitto a lungo, pensando a quel giorno e ai giorni successivi e al perché della mia presenza voluta da mia madre. Lui rimase impassibile come sempre, fissandomi senza insistenza. Poi accennai: &#8211; “Doveva scegliere un lavoro, del quale non era sicuro?” &#8211; “Del quale non era ‘felice’ no ‘non sicuro’.” &#8211; “Per questa ragione venne da te, per scaricare la sua scelta!” &#8211; “Sua e di tua madre.” &#8211; “Quindi io fui portato per non fargli cambiare idea, perché ne valeva del nostro futuro economico! Perché seppur non gli piaceva ci avrebbe dato da vivere &#8230;” &#8211; “Quindi è vero che sei in gamba come si dice. Ora devo andare. Ho da fare altrove.” Io rimasi seduto a pensare, ero totalmente immerso nella ricostruzione dei ricordi da quel lontano giorno fino a quel momento e sentivo, anzi quasi vedevo, il mondo crollarmi intorno, come durante un devastante terremoto. Ma la necessità di sapere e capire mi diede forza per continuare la discussione: &#8211; “Quindi mio padre perse le emozioni perché decise di vivere una vita dovuta, ma non voluta?” &#8211; “In gran parte ognuno di voi è frutto delle proprie scelte, tranne spiacevoli eccezioni.” &#8211; “Ho da poco ascoltato la stessa frase pronunciata da un tizio seduto poco distante da qui.” &#8211; “Conosco entrambi: sia l’uomo che la donna. Vivono la stessa indecisione, ma sono più dignitosi di molti altri.” &#8211; “Hanno anche loro raggiunto un accordo con te?” &#8211; “Spero che non lo facciano e decidano insieme il loro futuro.” &#8211; “Ma tu chi sei?” &#8211; “Non chiedere a me chi sono, piuttosto chiedi a te stesso chi sei e troverai la strada che hai smarrito.” Non ebbi il tempo di pensare a quale strada tra le tante da me perse si riferisse, perché quando alzai lo sguardo non lo vidi più, corsi all’angolo tra i vicoletti poco lontani, ma non c’era più. Dopo poco tornò il vociare per strada e si sentirono i rimbombi del palloni sulle saracinesche del garage. Mi guardai intorno per capire chi avesse assistito alla scena, senza notare nessuno che mi stesse guardando, così mi allontanai con una vaga sensazione di spaesamento. AM Benevento, 25 ottobre 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Rosa pesca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Sep 2020 18:08:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[se noi ora siamo qui, seduti a questo tavolino, è perché lo abbiamo scelto. Nessuno ci ha costretto. Tu mi hai invitato e io ho accettato, poi ti ho chiesto di non andare dalla tua amica e tu hai accettato. Per questa ragione siamo qui. Così è per tutto il resto della nostra vita: siamo nella situazione in cui abbiamo scelto di essere, perché anche la non scelta o l&#8217;appoggiarsi alle scelte o pressioni di altri è una forma di scelta&#8220;Li avevo intravisti subito dopo essere sbucato su una delle tante piccole piazze della città vecchia, di quelle nascoste tra i vicoli e i panni stesi su corde che passano da una finestra all&#8217;altra. Erano entrambi seduti poco distanti da un muro, dando le spalle a un piccolo bar senza insegna. Mi erano subito saltati all&#8217;occhio. Pur non essendo appariscenti li avevo notati per il loro sembrare fuori contesto in quel luogo, seppur pienamente a loro agio. Distanti da ciò che li circondava, ma rilassati d&#8217;essere lì. Lui parlava un po&#8217; di più, lei era attenta, ma non pendeva dalle sue labbra. Palpabile era la stima reciproca e l&#8217;attenzione verso l&#8217;altro, seppur seduti non troppo vicini. Mi fermai poco distante, con in mano una birra al frumento, di quelle torbide e dense. Appoggiai le spalle al muro dietro loro e con aria distratta da altro li ascoltai con attenzione.&#8211; &#8220;e quante cose abbiamo fatto da quando ci conosciamo&#8221; rispose lei con un po&#8217; di ritardo dopo aver riflettuto sul pensiero dell&#8217;uomo e pescato i ricordi nella memoria.&#8211; &#8220;perché lo abbiamo scelto insieme&#8220;&#8211; &#8220;infatti&#8220;&#8211; &#8220;anche se molti pensano che io faccia solo quel che vuoi tu&#8221; . Lui lo disse col sorriso di chi è complice di una verità sconosciuta alla massa, ma ben salda tra loro.Lei sorrise di gusto, come può farlo solo chi si sente oltre le chiacchiere, ma ben salda e sicura di legame forte e concreto, seppur impalpabile e invisibile alla massa.&#8211; &#8220;dicono lo stesso di me e io gli sorrido mentre continuano a parlare. Che ne sanno di tutte le volte che ti chiedo consiglio, di tutte le volte che non siamo d’accordo e uno dei due cede, perché ha fiducia nell’altro e non perché svilisce se stesso o gli chiede aiuto in un momento di stanchezza, perché sa che può contare sull’aiuto senza altri fini e senza necessità che sia ricambiato?&#8220;e sorrisero d&#8217;intesa, come  a voler sigillare in un luogo sicuro il loro segreto, ma non ebbero modo di aggiungere altro perché lei urlò forte:&#8211; &#8220;il cane, il cane, di chi è questo cane!&#8220;A me venne da sorridere, perché conosco da anni quell&#8217;enorme cagnolone pronto a giocare con chiunque abbia voglia e, curioso come un bimbo, riconosce sempre i volti nuovi. Così la rassicurai:&#8211; &#8220;Non si preoccupi, non farebbe del male a una mosca. È venuto solo a conoscerla e a giocare con lei&#8220;&#8211; &#8220;ehh &#8230; speriamo &#8230;&#8221; rispose lei poco convinta &#8220;ma di chi è? &#8230; non ce l&#8217;ha un padrone che può venire a prenderlo?”&#8211; &#8220;non è di nessuno, vive qui da anni, gioca con chi vuole e mangia quel che gli diamo&#8221; rispose un ragazzo uscito dal bar.Nel frattempo il cane si era spostato verso l&#8217;uomo e aveva fatto cadere un piccola pietra davanti i piedi.&#8211; &#8220;vuole veramente giocare&#8221; disse lei&#8211; &#8220;già&#8221; sorrise lui, poi raccolse la pietra, la mostrò al cane e la lanciò verso l&#8217;alto. In un salto sincronizzato con il momento della discesa del sasso, la grossa bocca dell&#8217;animale schioccò forte nel momento della presa, per poi rilasciare il sasso nuovamente ai piedi dell&#8217;uomo e tornare in attesa di un nuovo lancio. Le persone intorno erano abituate a quel gioco e si fermarono solo i bambini, la donna invece guardava divertita, quasi incredula.Dopo un po&#8217; il cagnolone rimase fermo a guardare i due, come per salutarli e, così come era arrivato, andò via in cerca di nuove persone da conoscere.&#8211; &#8220;incredibile, vero?&#8221; chiese lui, esprimendo più un pensiero che una domanda.&#8211; &#8220;già! &#8230; ti va qualcos&#8217;altro? Che ne dici di un gelato?&#8220;&#8211; &#8220;si può fare, vado a prenderli, così lavo anche le mani&#8220;Uscì dopo poco con due coni, qualche tovagliolo e un nuovo pensiero per lei:&#8211; &#8220;mi sei piaciuta ieri quando hai parlato con quel ragazzo. Sei stata dolce e garbata&#8220;&#8211; &#8220;quindi lo vedi che so esserlo? e non come dici tu che sono sempre distaccata e poco dolce!&#8220;&#8211; &#8220;ti ho sempre detto che devi esserlo con tutti, non che tu non lo sia. Invece tu mi hai sempre risposto che lo sei solo con gli uomini di cui sei innamorata. Non è  così che la penso io. Credo che la dolcezza debba esserci sempre nel nostro modo di esprimerci. Poi col tuo uomo lo sarai in modo diverso rispetto a un&#8217;altra persona. Inoltre devi imparare a esprimere anche il buono che provi per qualcuno o per una situazione, non solo le critiche. Far partecipe l&#8217;altro il benessere che stiamo ricevendo e vivendo grazie a lui ci fa stare ancora meglio, perché è amplificato dalla gioia riflessa di chi riceve il complimento. Io con te lo faccio, così come prima ti ho detto che mi sei piaciuta con il ragazzo o quando cucini qualcosa di buono, ma se anche non fosse buono, il solo fatto che tu abbia cucinato per me, lo rende appagante&#8220;Forse un po’ spiazzata dall’ultimo pensiero o forse solo perché era alla ricerca della ragione, la donna rispose col tono della voce meno sicuro, ma tremendamente sincero:&#8211; &#8220;è vero, ma forse sono stata abituata così&#8220;&#8211; &#8220;va bene, ma adesso sei abbastanza grande per cambiare. Soprattutto tra noi, che non dobbiamo giocare ad alcun gioco a nascondino, non dobbiamo conquistarci o farci desiderare l’una dall’altro. Che senso ha non esprimere un bel pensiero o un complimento sincero, che non sia di maniera come potrebbe fare chiunque altro?&#8220;Lei non rispose subito, guardò prima intorno, pensando a qualcosa e poi rispose:&#8211; &#8220;hai ragione&#8220;Lui stette zitto, come a riprendere fiato e lei gli disse:&#8211; &#8220;è stato bello oggi, mi è piaciuto molto il giro che abbiamo fatto&#8220;&#8211; &#8220;sì, è stato bello e anche nuovo, perché non ero mai stato lì. Se dovessi dare un colore alla giornata, quale sceglieresti?&#8220;&#8211; &#8220;Rosa &#8230; anzi &#8216;rosa pesca&#8217;, mi piace di più&#8220;&#8211; &#8220;bello, piace anche a me!&#8220;Entrambi rimasero per un po&#8217; in silenzio, con aria serena, finché lei si voltò verso lui sorridendo per coprire l&#8217;imbarazzo di una frase per lei difficile:&#8211; &#8220;sono stata bene oggi, grazie&#8220;&#8211; &#8220;sono stato bene anche io&#8221; disse lui rispondendo al sorrisopoi, in un gesto istintivo poggiò la mano sul braccio dell’uomo per catturare ancor di più l’attenzione, come se stesse far uscire più una preoccupazione che un pensiero di dolcezza:&#8211; &#8220;Promettimi che se un giorno dovessimo litigare, non ci terremo il muso, che troveremo sempre il modo per chiarire e tornare a essere noi. Lo so che ora sembra strano ma potrebbe capitare, potrebbe capitare a me o a te di essere in un brutto momento e ci potrebbe scappare la litigata.  Promettimi che troveremo sempre il modo di tornare a parlare e capirci! &#8220;&#8211; &#8220;sarà così!&#8220;&#8211; &#8220;promesso?&#8220;&#8211; &#8220;promesso!&#8220;Un pensiero che esprimesse senza enfasi e frasi fatte, la purezza di un’anima che parla all&#8217;altra non l&#8217;avevo mai sentito dal vivo, se non al cinema o letto nei libri. Poggiai il bicchiere su un tavolino mi  sedetti a ripensare a quel pensiero e alla loro compostezza.I gelati li avevano finiti da po&#8217;, l&#8217;uomo si alzò per andare a pagare e poi si allontanarono tra la folla, che nel frattempo aveva riempito la piccola piazza, lasciandomi il gusto di buono per tutto ciò che avevo ascoltato. AMBenevento, 24 settembre 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Rosso cadmio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Aug 2020 18:03:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[All&#8217;epoca ero molto piccolo, ma non scorderò mai le parole del medico a mia madre:&#8211; “Signora, suo figlio è totalmente anaffettivo, ma non per colpa sua. Il suo organismo non produce la sostanza che regola le emozioni. Solo per questa ragione non riesce a provarle. Non ha un brutto carattere.” Seppur ancora bimbo, capii che non era una cosa buona, ma capii anche che non era colpa mia se non sorridevo come gli altri o non piangevo quando mi lasciavano all&#8217;asilo, non avevo paura del buio e non ero contento a Natale. Vidi invece qualcosa di nuovo nel volto di mia madre, come il passaggio di una luce negli occhi che si andò a poggiare sulle labbra in un accenno di sorriso. Quel giorno ricordo bene che era estate piena, perché la notte dormivamo con tutte le finestre aperte e sentivo le cicale frinire come se le avessi accanto al letto, nella stanza. Non mi davano fastidio, piuttosto mi facevano compagnia. Molto meglio loro di tutti quelli che passavano il giorno a dirmi “e sorridi un po’ su!” &#8211; “ma cosa è successo? è morto anche oggi il gatto?” &#8211; “e fallo un sorriso alla zietta tua, che ti costa, sono così antipatica?” &#8211; “ah sta arrivando quello scemo!” e altre varie amenità. Al ritorno nel nostro piccolo paese, immerso nei campi di grano distesi lungo le pendici delle colline, per diversi giorni notai mamma indaffarata in qualcosa. Andava e veniva tra la casa e la cantina, posta sotto la nostra palazzina in pietra, dislocata in una delle tante vie del quartiere, tra i saliscendi delle scale e gli scorci affacciati sulle valli intorno. Poi un giorno venne a cercarmi. Io ero in giro tra i vicoletti a giocare con i gatti. I miei coetanei mi evitavano per via del mio essere strano. Ma non sempre era colpa loro, molti seguivano le indicazioni delle nonne e delle mamme, secondo cui ero impossessato dal diavolo. Mi trovò ero seduto su uno dei tanti gradoni delle lunghe scalinate in pietra che collegavano internamente le zone del quartiere. Intorno avevo tre gattoni neri, così grandi che, se avessero voluto, avrebbero anche potuto mangiarmi. Invece mi dormivano placidi sulle gambe e le spalle. Quando mi vide, mi chiamò con la solita dolcezza, dalla quale, quella volta, intravidi una particolare gioia. Aveva fretta, così mi prese per mano per camminare più spediti. Dietro noi, i gatti seguivano silenziosi. Giunti sull’uscio della cantina, notai che dal grande scaffale in tavole di legno sulla parete di fondo, aveva tolto tutte le bottiglie di salsa fatta in casa e i barattoli delle conserve. Al loro posto aveva messo tanti altri barattoli, che a prima vista sembravano vuoti. “Vieni” mi disse, “mettiti al centro della stanza e chiudi gli occhi”. Seguii le indicazioni e, per avere certezza di non sbagliare, mi coprii il viso con entrambe le mani. Sentii il clic dell’interruttore della luce e lei dire “Ora aprili!”. Dapprima non notai altro che un avvolgente buio, poi, un po’ alla volta, vidi accendersi delle lucine in ogni barattolo. Si muovevano e luccicavano di una fosforescenza tra il giallo e l’arancione. Un po’ alla volte la luce divenne così intensa che riuscivo a vedere cosa ci fosse nella stanza. Sembrava di vedere il mio paese da lontano, lungo la strada che passa tra i campi. Mi lasciò osservare con calma, poi mi prese la mano e mi condusse vicino al grande scaffale. Il mio volto era all&#8217;altezza del ripiano più basso e notai in ogni barattolo due o tre lucciole e una garza a ricoprire l’imbocco del vasetto per tenerle dentro. “Così moriranno!” le dissi, senza commentare altro e con la mia voce monocorde. Lei rispose con la solita pazienza “Non preoccuparti, tra poco le libereremo, ora però guarda e ascolta con attenzione.” Subito dopo, mi fece vedere un foglio, messo sotto il barattolo davanti ai miei occhi e notai che sotto ogni barattolo c’era un foglio differente. Lo prese e sopra c’era la foto ritagliata da un giornale, di un ragazzino che rideva. Da una scatola lì vicino estrasse una candela e disse: “Immagina che questa candela sia una tua emozione. Scegli quale emozione ti piacerebbe avere.” “Voglio ridere”, le dissi d’istinto. “Bene”, disse e insieme liberammo le lucciole dal vasetto dove c’era l’immagine del ragazzino che ride. Poi prese la candela, la mise al posto delle lucciole e disse: “Ora che la accenderò, tu sorriderai come questa foto e ti guarderai in questo specchio per i trucchi. Lo lascerò qui e potrai usarlo quando vorrai.” Lei accese la candela e io imitai l’espressione del ragazzo, lo feci senza pensarci, come se fosse un gioco tra me e lei. Guardandomi nello specchio non ero tanto male e mi piacque. Sorrise anche lei e mi fece piacere vederla contenta, così le proposi di farlo con un’altra foto. “Quale scegli?” “Paura” risposi e cercammo il vasetto con il ritaglio di giornale di uno che aveva la faccia spaventata. Giocammo ancora un po’ con altre espressioni. Prima d’andar via, mi mise al collo la chiave della cantina infilata in un lungo laccio colorato e disse: “Ogni volta che penserai di voler ridere, gioire, aver paura, piangere, essere triste o sconsolato, vieni qui e accendi la candela nel vasetto che corrisponderà alla emozioni che vorresti avere.” “E se avessi voglia di accenderle tutte, cosa significherebbe?” le chiesi con la tipica curiosità dei bambini. “Vorrà dire che sarai innamorato!” rispose accarezzandomi una guancia. Andammo via e ognuno tornò alle proprie faccende: io a giocare con i gatti e lei alle prese con la casa, i pasti, i panni e il suo lavoro. Nei giorni seguenti di tanto in tanto scesi in cantina e mi divertii ad accendere candele e fare le facce strane. Divenne un gioco, che un po’ alla volta mi insegnò a ricordarmi la faccia da fare per esprimere quel che pensavo fosse il sentimento più adeguato alla situazione. Soprattutto all&#8217;inizio non sempre selezionavo dai ricordi la giusta espressione, ma, anche grazie al suo aiuto, la situazione migliorò e arrivai alle scuole superiori ormai padrone di ogni mimica adatta alle principali situazioni in cui avrei potuto trovarmi. A tutte, ma non a quella ritenuta da tutti la più importante e quando giunse mi trovò totalmente impreparato. Lei ballava danza classica e la sua grazia cancellava ogni ricordo di espressione da fare. Quando mi trovavo con lei la mente era persa altrove, lontana dalla cantina, dalle candele e dai ritagli di giornale. Nonostante tutto, un po’ anche grazie alla presenza di altre persone, riuscii a mascherare la mancanza e farle capire che mi piaceva molto sia al sua figura durante la danza e sia come persona. Lei apprezzo e tra noi si stabilì un bel rapporto di amicizia. Venne poi il tanto desiderato giorno della prima uscita insieme. Così, prima d’andarla a prendere sotto casa, passai in cantina e raccolsi molti ritagli di giornale. Li ripassai un’ultima volta e li misi in tasca, con la speranza di avere modo di prendere quello giusto, qualora fosse servito. Sembrava andare tutto bene, fin quando non salimmo in cima al paese. Seguendo un sentiero buio come quella volta nella cantina, giungemmo fin sui ruderi del vecchio castello. Sembrava d’avere il mondo ai nostri piedi e io mi immobilizzai. Ero alla ricerca della giusta espressione, ma non ricordavo più nulla, sentivo solo il petto battere forte e la saliva fermarsi in gola. Nel più totale immobilismo espressivo, mi voltai verso lei, quasi in cerca di aiuto, ma senza riuscire a farglielo capire. “Aspetta qui.” disse però lei e sparì dietro uno dei malconci muri ancora in piedi. Rimasi al centro dei ruderi, nel punto più alto. Da un lato c’era la vallata dei campi di grano, buia come il nero sipario di un teatro. Dall&#8217;altra c’era il paese. Proprio dalla parte del paese uscì lei. Indossava un abito da ballo color rosso cadmio e le scarpette bianche da palco. Alle sue spalle, i vicoli, le scale e le strade del paese erano illuminati da tante piccole luci con un colore tra il giallo e l’arancione tenute. Erano tutte accese e ricordai le parole di mia madre in cantina, poi osservai il suo volto illuminarsi come avrei voluto divenisse il mio. La imitai, come se fosse stato il gesto più spontaneo che potessi fare in quel momento. Lei si inchinò come per un invito e danzammo come mai avevo fatto. AMBenevento, 24 agosto 2020]]></description>
		
		
		
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