Quel che stai per leggere è una storia vera

Correva qualche anno fa, internet era presente solo nei dipartimenti militari con il nome di Arpanet e i telefoni erano da poco passati da una rotella con i buchi a un tastierino numerico su cui comporre i numeri.
Viaggiare in quel tempo era per avventurieri veri, che per muoversi usavano le cartine stradali o si facevano comprendere a gesti o erano abili nel decifrare lingue e simboli strani. A me sono capitate tutte e tre questi casi. Quell’anno decidemmo di andare in Danimarca, perché qualche mese prima avevamo conosciuto una ragazza proveniente da quei luoghi. Capimmo che era il posto dove gli Angeli vanno in vacanza quando scendono fra noi umani e ci parve una buona idea visitarla. Purtroppo però, per noi ragazzi del profondo sud italiano, i costi del paese degli Angeli erano realmente proibitivi e, fin da subito, stabilimmo ferree regole di sopravvivenza: avremmo dormito solo in tenda, bevuto solo acqua nei bagni pubblici o in quelli dei locali, a cena solo un po’ di latte, avremmo visitato i musei entrando di soppiatto dall’uscita e ci saremmo spostati alla scoperta del regno usando le toilette dei vagoni dei treni, facendo l’autostop o al massimo noleggiando biciclette e fornendo nominativi credibili, ma falsi. La doccia la si faceva con l’acqua fredda delle docce passate dai camping o al massimo nel gelo delle piscine gratuite. Alla frutta ci avrebbero pensato gli ignari e fiduciosi bottegai, che lasciavano la mercanzia all’esterno fidandosi dell’etica autoctona.
Così girammo in lungo e in largo, tra birre regalateci in cambio di montaggi tenda a prosperose vichinghe, rocamboleschi passaggi in auto da sconosciute, piaceri strappati a premurose mamme e altri ottenuti da connazionali all’estero, lontani da tanti di quegli anni da parlare con accento straniero la loro lingua madre. Avemmo la sfacciataggine di visitare l’isola di Sylt immersa nel Mare del Nord e sopravvivemmo anche a un accecante fulmine caduto a pochi metri da noi durante un improvviso temporale. Accadde anche che, durante un lungo pomeriggio scandinavo, nel mentre di un’interminabile pedalata fra le dune sabbiose di un limbo di terra nota per la varietà di uccelli, al mio compagno di viaggio si mosse l’intestino con tale velocità, da non consentirgli di mettere in file pensieri ragionati, ma solo l’idea di correre quanto più veloce dietro la prima collinetta di sabbia. Nel suo momento più intenso feci in tempo a scattargli una foto, che non pubblico per evidenti motivi di privacy.


Al suo ritorno dalla missione gli chiesi:
– “ma per pulirti, come hai fatto?
e lui mi rispose fiero del lampo di genio:
– “ho usato la nostra cartina stradale, dopotutto è pur sempre carta!
La strada del rientro la indovinammo con un po’ di fortuna ed è questo il motivo per cui in auto, porto sempre con me un atlante stradale cartaceo: usare il cellulare con su aperto Google Maps, non penso sarebbe altrettanto efficace per la pulizia delle parti intime.

AM
Benevento, 3 marzo 2019

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