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	<title>Grigio piombo</title>
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	<pubDate>Fri, 20 Nov 2020 18:20:07 +0000</pubDate>
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	<description><![CDATA[Voglio che lo sappiate fin da subito, senza girare intorno all’argomento, perché in questa storia non c’è e non ci sarà un colpo di scena: io sono già morto. Sì, avete capito bene, sono morto sedici mesi e 16 giorni fa. Non sto scherzando e non sto parlando della morte come una metafora. Io sono realmente morto sparandomi alla tempia, perché, come accade in teatro, se sulla scena c’è un fucile, prima o poi spara. In casa mia c’era una pistola e alla fine ha sparato, ma non per finta o per errore, ha sparato perché ho premuto il grilletto per uccidermi. Se può farvi stare bene, sappiate che non ho sofferto in quel momento, anche se lo avrei meritato. Il passaggio è stato rapido: un attimo prima avevo gli occhi lucidi di follia di chi ha capito tardi, l’attimo dopo ho osservato il mio corpo sgorgare sangue sul pavimento e sulla parete accanto colare pezzi di cervello spiattellati dall’esplosione. Eppure sembrava iniziato tutto nel migliore dei modi. Ci siamo conosciuti non troppo giovani, ognuno con le sue esperienze passate andate male e ognuno con la voglia di ricominciare. Solo che lei aveva lasciato il suo uomo perché la tradiva, io ero stato lasciato perché la picchiavo. Tutto sembrava però acqua passata. Il tempo scorre sereno, l’amore non manca, lei mi coccola in continuazione, arrivano anche i figli … poi però, un po’ alla volta, torna a bussare anche quella necessità di dominio, quella voglia di rendere evidente chi ha il potere in casa, chi porta i pantaloni. Inizialmente mi infastidisco e la sgrido anche per fesserie e lei mi dà ragione e questa cosa inizia a eccitarmi. Poi inizio con qualche spintarella, qualche schiaffo e lei se li tiene e a me non interessa il perché, mi piace la cosa e vado avanti e quando dice: “non facciamoci vedere dai nostri ragazzi, non devono saperlo”, a me piace sempre più. Mi fa sentire uomo, mi eccita e mi piace anche sottometterla sessualmente e farle fare quello che mi fa godere e quando lei piange a me piace ancora di più. Poi gli schiaffi diventano pugni, lasciano il segno e le dico che se ne parla a qualcuno non la farò più camminare, ma solo andare a gattoni, come piace a me. Lei lo fa, sta zitta. Così un giorno torno a casa con la voglia di farle cadere un dente, perché si deve vergognare di uscire, perché i servizietti deve farli solo a me. Le faccio lo sgambetto quando sta per portarmi il piatto a tavola e mentre sta per terra la incolpo con veemenza, poi la tiro in piedi per la maglia e inizio a prenderla a pugni sulla faccia. Sento le ossa della mandibola muoversi sulle nocche e mi piace, perché vuol dire che sono forte. Lei cade e si siede con la faccia tra le mani. Piange in silenzio, ma io voglio sentirla. La prendo per i polsi e la tiro su di nuovo, le si protegge ancora il viso con le mani, ma io voglio colpirla proprio lì, perché ancora non ho visto i suoi denti a terra. Usando le mani le allargo braccia e con tutta la forza del do una testata sulla bocca. Finalmente sento i denti rompersi. Sono contento e le lascio i polsi, ma lei è svenuta e cade attraversando il vetro della porta della cucina. Il frastuono è enorme e mi fa godere. Lei resta a metà della porta, con le lame della parte inferiore che le infilzano l’addome. Non lo capisco subito e la insulto per farla rialzare. Solo quando le tiro i capelli per alzare la testa capisco che non c’è più, solo in quel momento mi sveglio. I ragazzi sono a scuola, ma in quel momento non penso a loro. Apro il balcone. Fuori è grigio piombo, come un qualsiasi giorno di inverno. Apro le varie cassette di sicurezza e monto la pistola. Prima di premere il grilletto mi tornano le immagini di quando ero bambino, dei miei genitori, delle prime fidanzate, di tante altre persone e di me e lei il giorno che ci incontrammo. Ho capito d’aver tradito ogni persona che nella vita ho incontrato. AMBenevento, 20 novembre 2020]]></description>
	<itunes:subtitle><![CDATA[Voglio che lo sappiate fin da subito, senza girare intorno all’argomento, perché in questa storia non c’è e non ci sarà un colpo di scena: io sono già morto. Sì, avete capito bene, sono morto sedici mesi e 16 giorni fa. Non sto scherzando e non sto parla]]></itunes:subtitle>
	<content:encoded><![CDATA[Voglio che lo sappiate fin da subito, senza girare intorno all’argomento, perché in questa storia non c’è e non ci sarà un colpo di scena: io sono già morto. Sì, avete capito bene, sono morto sedici mesi e 16 giorni fa. Non sto scherzando e non sto parlando della morte come una metafora. Io sono realmente morto sparandomi alla tempia, perché, come accade in teatro, se sulla scena c’è un fucile, prima o poi spara. In casa mia c’era una pistola e alla fine ha sparato, ma non per finta o per errore, ha sparato perché ho premuto il grilletto per uccidermi. Se può farvi stare bene, sappiate che non ho sofferto in quel momento, anche se lo avrei meritato. Il passaggio è stato rapido: un attimo prima avevo gli occhi lucidi di follia di chi ha capito tardi, l’attimo dopo ho osservato il mio corpo sgorgare sangue sul pavimento e sulla parete accanto colare pezzi di cervello spiattellati dall’esplosione. Eppure sembrava iniziato tutto nel migliore dei modi. Ci siamo conosciuti non troppo giovani, ognuno con le sue esperienze passate andate male e ognuno con la voglia di ricominciare. Solo che lei aveva lasciato il suo uomo perché la tradiva, io ero stato lasciato perché la picchiavo. Tutto sembrava però acqua passata. Il tempo scorre sereno, l’amore non manca, lei mi coccola in continuazione, arrivano anche i figli … poi però, un po’ alla volta, torna a bussare anche quella necessità di dominio, quella voglia di rendere evidente chi ha il potere in casa, chi porta i pantaloni. Inizialmente mi infastidisco e la sgrido anche per fesserie e lei mi dà ragione e questa cosa inizia a eccitarmi. Poi inizio con qualche spintarella, qualche schiaffo e lei se li tiene e a me non interessa il perché, mi piace la cosa e vado avanti e quando dice: “non facciamoci vedere dai nostri ragazzi, non devono saperlo”, a me piace sempre più. Mi fa sentire uomo, mi eccita e mi piace anche sottometterla sessualmente e farle fare quello che mi fa godere e quando lei piange a me piace ancora di più. Poi gli schiaffi diventano pugni, lasciano il segno e le dico che se ne parla a qualcuno non la farò più camminare, ma solo andare a gattoni, come piace a me. Lei lo fa, sta zitta. Così un giorno torno a casa con la voglia di farle cadere un dente, perché si deve vergognare di uscire, perché i servizietti deve farli solo a me. Le faccio lo sgambetto quando sta per portarmi il piatto a tavola e mentre sta per terra la incolpo con veemenza, poi la tiro in piedi per la maglia e inizio a prenderla a pugni sulla faccia. Sento le ossa della mandibola muoversi sulle nocche e mi piace, perché vuol dire che sono forte. Lei cade e si siede con la faccia tra le mani. Piange in silenzio, ma io voglio sentirla. La prendo per i polsi e la tiro su di nuovo, le si protegge ancora il viso con le mani, ma io voglio colpirla proprio lì, perché ancora non ho visto i suoi denti a terra. Usando le mani le allargo braccia e con tutta la forza del do una testata sulla bocca. Finalmente sento i denti rompersi. Sono contento e le lascio i polsi, ma lei è svenuta e cade attraversando il vetro della porta della cucina. Il frastuono è enorme e mi fa godere. Lei resta a metà della porta, con le lame della parte inferiore che le infilzano l’addome. Non lo capisco subito e la insulto per farla rialzare. Solo quando le tiro i capelli per alzare la testa capisco che non c’è più, solo in quel momento mi sveglio. I ragazzi sono a scuola, ma in quel momento non penso a loro. Apro il balcone. Fuori è grigio piombo, come un qualsiasi giorno di inverno. Apro le varie cassette di sicurezza e monto la pistola. Prima di premere il grilletto mi tornano le immagini di quando ero bambino, dei miei genitori, delle prime fidanzate, di tante altre persone e di me e lei il giorno che ci incontrammo. Ho capito d’aver tradito ogni persona che nella vita ho incontrato. AMBenevento, 20 novembre 2020]]></content:encoded>
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	<title>Porpora</title>
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	<pubDate>Thu, 03 Sep 2020 08:15:22 +0000</pubDate>
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	<itunes:subtitle><![CDATA[Solo a fine giornata, prima di calare oltre le montagne, con una luce crepuscolare e intensa, accendeva di porpora le nubi dal basso, trasformandole in tizzoni di brace ardente e rumorosa. Era come avere l’inferno capovolto sulla testa. I pochi televisor]]></itunes:subtitle>
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	<title>Il gatto rosso</title>
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	<pubDate>Thu, 03 Sep 2020 08:11:52 +0000</pubDate>
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	<title>Una forma di solitudine</title>
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	<pubDate>Thu, 03 Sep 2020 08:10:22 +0000</pubDate>
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	<description><![CDATA[Purtroppo a quel tempo ero fidanzato e, come in un accordo mai definito, delegammo al Caso gli incontri tra i banchi e i corridoi dell’Università. Fu in quel periodo che capii l’esistenza di un altro tipo di solitudine]]></description>
	<itunes:subtitle><![CDATA[Purtroppo a quel tempo ero fidanzato e, come in un accordo mai definito, delegammo al Caso gli incontri tra i banchi e i corridoi dell’Università. Fu in quel periodo che capii l’esistenza di un altro tipo di solitudine]]></itunes:subtitle>
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	<title>L&#8217;appuntamento</title>
	<link>https://www.alfredomartinelli.info/podcast/lappuntamento</link>
	<pubDate>Thu, 03 Sep 2020 08:07:29 +0000</pubDate>
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	<description><![CDATA[Ovunque mi trovassi o dovessi andare, avevo la ferma convinzione che mi sarebbe stato più facile vederla se non avessi usato l’auto o altri mezzi. Solo con la pioggia evitavo la camminata, perché anche lei non sarebbe uscita.]]></description>
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	<itunes:author><![CDATA[Alfredo Martinelli & dintorni]]></itunes:author>	<googleplay:description><![CDATA[Ovunque mi trovassi o dovessi andare, avevo la ferma convinzione che mi sarebbe stato più facile vederla se non avessi usato l’auto o altri mezzi. Solo con la pioggia evitavo la camminata, perché anche lei non sarebbe uscita.]]></googleplay:description>
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	<title>L&#8217;acqua</title>
	<link>https://www.alfredomartinelli.info/podcast/lacqua</link>
	<pubDate>Thu, 03 Sep 2020 08:05:53 +0000</pubDate>
	<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli & dintorni]]></dc:creator>
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	<description><![CDATA[Lei partì l’indomani mattina presto. Al sentirmi chiedere quando ci saremmo rivisti, pensai per un istante se fosse realmente necessario lasciarsi. Tenni per me il pensiero e venne fuori un banale “Quando vorrai.”]]></description>
	<itunes:subtitle><![CDATA[Lei partì l’indomani mattina presto. Al sentirmi chiedere quando ci saremmo rivisti, pensai per un istante se fosse realmente necessario lasciarsi. Tenni per me il pensiero e venne fuori un banale “Quando vorrai.”]]></itunes:subtitle>
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	<title>Vapore d&#8217;argilla</title>
	<link>https://www.alfredomartinelli.info/podcast/vapore-dargilla</link>
	<pubDate>Thu, 03 Sep 2020 08:04:03 +0000</pubDate>
	<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli & dintorni]]></dc:creator>
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	<description><![CDATA[In quel luogo lontano non esistono aerei, ma grandi vascelli volanti e sulla Luna si giunge con le parole e non con i razzi. Di sera, le vie hanno l’odore dell’olio bruciato dalle fiammelle nei lampioni. I forzieri non sono chiusi, ma adornati con foglie colorate su enormi anelli di corteccia.]]></description>
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	<title>Nel bene e nel male</title>
	<link>https://www.alfredomartinelli.info/podcast/nel-bene-e-nel-male</link>
	<pubDate>Wed, 02 Sep 2020 12:49:11 +0000</pubDate>
	<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli & dintorni]]></dc:creator>
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	<description><![CDATA[Può solo un nome evocare tanto? imprigionare pensieri, dettare il pulsare nel petto e far sentire lo stomaco arrendersi alla mancanza? Sì, può farlo e imperterrito continuare fino al prossimo cenno di presenza, che induce la gola a deglutire in un riflesso condizionato, gli occhi chiudersi per un istante mentre i polmoni inspirano come dopo una lunga apnea.]]></description>
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	<title>Afonia</title>
	<link>https://www.alfredomartinelli.info/podcast/afonia</link>
	<pubDate>Wed, 02 Sep 2020 12:46:18 +0000</pubDate>
	<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli & dintorni]]></dc:creator>
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	<description><![CDATA[Imparai a inventare e scrivere storie perché le emozioni non diventavano parole per uscire dalla bocca, piuttosto mi rendevano afono]]></description>
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	<title>Rosso cadmio</title>
	<link>https://www.alfredomartinelli.info/podcast/rosso-cadmio</link>
	<pubDate>Wed, 02 Sep 2020 12:45:13 +0000</pubDate>
	<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli & dintorni]]></dc:creator>
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	<description><![CDATA[Seppur ancora bimbo, capii che non era una cosa buona, ma capii anche che non era colpa mia se non sorridevo come gli altri o non piangevo quando mi lasciavano all’asilo, non avevo paura del buio e non ero contento a Natale]]></description>
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	<title>Ocra</title>
	<link>https://www.alfredomartinelli.info/podcast/ocra</link>
	<pubDate>Wed, 02 Sep 2020 12:42:21 +0000</pubDate>
	<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli & dintorni]]></dc:creator>
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	<description><![CDATA[Mi sono visto di spalle che partivo. Non ero né giovane e né vecchio, solo molto stanco. Quelle volta, per la prima volta, sarei voluto rimanere sul terrazzo di casa per godere il fresco gentile sparso la sera dalla tarda primavera, spillando un po’ di profumo ...]]></description>
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	<title>La gentilezza</title>
	<link>https://www.alfredomartinelli.info/podcast/la-gentilezza</link>
	<pubDate>Wed, 02 Sep 2020 08:12:11 +0000</pubDate>
	<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli & dintorni]]></dc:creator>
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	<description><![CDATA[E così, tutto quel che un tempo era ora non è più. Non sei più tu e non sono più io. Quel che ci accumunava è svanito. Forse consumato dal tempo, forse logorato dalle distrazioni, dagli impegni di lavoro, da passioni differenti, sopraggiunte con l’età. Siamo distanti, seppur vicini. Siamo seduti accanto, ma non ci comprendiamo,]]></description>
	<itunes:subtitle><![CDATA[E così, tutto quel che un tempo era ora non è più. Non sei più tu e non sono più io. Quel che ci accumunava è svanito. Forse consumato dal tempo, forse logorato dalle distrazioni, dagli impegni di lavoro, da passioni differenti, sopraggiunte con l’età. S]]></itunes:subtitle>
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	<title>Rosso cadmio</title>
	<link>https://www.alfredomartinelli.info/libri-racconti-storie/rosso-cadmio.html</link>
	<pubDate>Mon, 24 Aug 2020 18:03:41 +0000</pubDate>
	<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli & dintorni]]></dc:creator>
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	<description><![CDATA[All&#8217;epoca ero molto piccolo, ma non scorderò mai le parole del medico a mia madre:&#8211; “Signora, suo figlio è totalmente anaffettivo, ma non per colpa sua. Il suo organismo non produce la sostanza che regola le emozioni. Solo per questa ragione non riesce a provarle. Non ha un brutto carattere.” Seppur ancora bimbo, capii che non era una cosa buona, ma capii anche che non era colpa mia se non sorridevo come gli altri o non piangevo quando mi lasciavano all&#8217;asilo, non avevo paura del buio e non ero contento a Natale. Vidi invece qualcosa di nuovo nel volto di mia madre, come il passaggio di una luce negli occhi che si andò a poggiare sulle labbra in un accenno di sorriso. Quel giorno ricordo bene che era estate piena, perché la notte dormivamo con tutte le finestre aperte e sentivo le cicale frinire come se le avessi accanto al letto, nella stanza. Non mi davano fastidio, piuttosto mi facevano compagnia. Molto meglio loro di tutti quelli che passavano il giorno a dirmi “e sorridi un po’ su!” &#8211; “ma cosa è successo? è morto anche oggi il gatto?” &#8211; “e fallo un sorriso alla zietta tua, che ti costa, sono così antipatica?” &#8211; “ah sta arrivando quello scemo!” e altre varie amenità. Al ritorno nel nostro piccolo paese, immerso nei campi di grano distesi lungo le pendici delle colline, per diversi giorni notai mamma indaffarata in qualcosa. Andava e veniva tra la casa e la cantina, posta sotto la nostra palazzina in pietra, dislocata in una delle tante vie del quartiere, tra i saliscendi delle scale e gli scorci affacciati sulle valli intorno. Poi un giorno venne a cercarmi. Io ero in giro tra i vicoletti a giocare con i gatti. I miei coetanei mi evitavano per via del mio essere strano. Ma non sempre era colpa loro, molti seguivano le indicazioni delle nonne e delle mamme, secondo cui ero impossessato dal diavolo. Mi trovò ero seduto su uno dei tanti gradoni delle lunghe scalinate in pietra che collegavano internamente le zone del quartiere. Intorno avevo tre gattoni neri, così grandi che, se avessero voluto, avrebbero anche potuto mangiarmi. Invece mi dormivano placidi sulle gambe e le spalle. Quando mi vide, mi chiamò con la solita dolcezza, dalla quale, quella volta, intravidi una particolare gioia. Aveva fretta, così mi prese per mano per camminare più spediti. Dietro noi, i gatti seguivano silenziosi. Giunti sull’uscio della cantina, notai che dal grande scaffale in tavole di legno sulla parete di fondo, aveva tolto tutte le bottiglie di salsa fatta in casa e i barattoli delle conserve. Al loro posto aveva messo tanti altri barattoli, che a prima vista sembravano vuoti. “Vieni” mi disse, “mettiti al centro della stanza e chiudi gli occhi”. Seguii le indicazioni e, per avere certezza di non sbagliare, mi coprii il viso con entrambe le mani. Sentii il clic dell’interruttore della luce e lei dire “Ora aprili!”. Dapprima non notai altro che un avvolgente buio, poi, un po’ alla volta, vidi accendersi delle lucine in ogni barattolo. Si muovevano e luccicavano di una fosforescenza tra il giallo e l’arancione. Un po’ alla volte la luce divenne così intensa che riuscivo a vedere cosa ci fosse nella stanza. Sembrava di vedere il mio paese da lontano, lungo la strada che passa tra i campi. Mi lasciò osservare con calma, poi mi prese la mano e mi condusse vicino al grande scaffale. Il mio volto era all&#8217;altezza del ripiano più basso e notai in ogni barattolo due o tre lucciole e una garza a ricoprire l’imbocco del vasetto per tenerle dentro. “Così moriranno!” le dissi, senza commentare altro e con la mia voce monocorde. Lei rispose con la solita pazienza “Non preoccuparti, tra poco le libereremo, ora però guarda e ascolta con attenzione.” Subito dopo, mi fece vedere un foglio, messo sotto il barattolo davanti ai miei occhi e notai che sotto ogni barattolo c’era un foglio differente. Lo prese e sopra c’era la foto ritagliata da un giornale, di un ragazzino che rideva. Da una scatola lì vicino estrasse una candela e disse: “Immagina che questa candela sia una tua emozione. Scegli quale emozione ti piacerebbe avere.” “Voglio ridere”, le dissi d’istinto. “Bene”, disse e insieme liberammo le lucciole dal vasetto dove c’era l’immagine del ragazzino che ride. Poi prese la candela, la mise al posto delle lucciole e disse: “Ora che la accenderò, tu sorriderai come questa foto e ti guarderai in questo specchio per i trucchi. Lo lascerò qui e potrai usarlo quando vorrai.” Lei accese la candela e io imitai l’espressione del ragazzo, lo feci senza pensarci, come se fosse un gioco tra me e lei. Guardandomi nello specchio non ero tanto male e mi piacque. Sorrise anche lei e mi fece piacere vederla contenta, così le proposi di farlo con un’altra foto. “Quale scegli?” “Paura” risposi e cercammo il vasetto con il ritaglio di giornale di uno che aveva la faccia spaventata. Giocammo ancora un po’ con altre espressioni. Prima d’andar via, mi mise al collo la chiave della cantina infilata in un lungo laccio colorato e disse: “Ogni volta che penserai di voler ridere, gioire, aver paura, piangere, essere triste o sconsolato, vieni qui e accendi la candela nel vasetto che corrisponderà alla emozioni che vorresti avere.” “E se avessi voglia di accenderle tutte, cosa significherebbe?” le chiesi con la tipica curiosità dei bambini. “Vorrà dire che sarai innamorato!” rispose accarezzandomi una guancia. Andammo via e ognuno tornò alle proprie faccende: io a giocare con i gatti e lei alle prese con la casa, i pasti, i panni e il suo lavoro. Nei giorni seguenti di tanto in tanto scesi in cantina e mi divertii ad accendere candele e fare le facce strane. Divenne un gioco, che un po’ alla volta mi insegnò a ricordarmi la faccia da fare per esprimere quel che pensavo fosse il sentimento più adeguato alla situazione. Soprattutto all&#8217;inizio non sempre selezionavo dai ricordi la giusta espressione, ma, anche grazie al suo aiuto, la situazione migliorò e arrivai alle scuole superiori ormai padrone di ogni mimica adatta alle principali situazioni in cui avrei potuto trovarmi. A tutte, ma non a quella ritenuta da tutti la più importante e quando giunse mi trovò totalmente impreparato. Lei ballava danza classica e la sua grazia cancellava ogni ricordo di espressione da fare. Quando mi trovavo con lei la mente era persa altrove, lontana dalla cantina, dalle candele e dai ritagli di giornale. Nonostante tutto, un po’ anche grazie alla presenza di altre persone, riuscii a mascherare la mancanza e farle capire che mi piaceva molto sia al sua figura durante la danza e sia come persona. Lei apprezzo e tra noi si stabilì un bel rapporto di amicizia. Venne poi il tanto desiderato giorno della prima uscita insieme. Così, prima d’andarla a prendere sotto casa, passai in cantina e raccolsi molti ritagli di giornale. Li ripassai un’ultima volta e li misi in tasca, con la speranza di avere modo di prendere quello giusto, qualora fosse servito. Sembrava andare tutto bene, fin quando non salimmo in cima al paese. Seguendo un sentiero buio come quella volta nella cantina, giungemmo fin sui ruderi del vecchio castello. Sembrava d’avere il mondo ai nostri piedi e io mi immobilizzai. Ero alla ricerca della giusta espressione, ma non ricordavo più nulla, sentivo solo il petto battere forte e la saliva fermarsi in gola. Nel più totale immobilismo espressivo, mi voltai verso lei, quasi in cerca di aiuto, ma senza riuscire a farglielo capire. “Aspetta qui.” disse però lei e sparì dietro uno dei malconci muri ancora in piedi. Rimasi al centro dei ruderi, nel punto più alto. Da un lato c’era la vallata dei campi di grano, buia come il nero sipario di un teatro. Dall&#8217;altra c’era il paese. Proprio dalla parte del paese uscì lei. Indossava un abito da ballo color rosso cadmio e le scarpette bianche da palco. Alle sue spalle, i vicoli, le scale e le strade del paese erano illuminati da tante piccole luci con un colore tra il giallo e l’arancione tenute. Erano tutte accese e ricordai le parole di mia madre in cantina, poi osservai il suo volto illuminarsi come avrei voluto divenisse il mio. La imitai, come se fosse stato il gesto più spontaneo che potessi fare in quel momento. Lei si inchinò come per un invito e danzammo come mai avevo fatto. AMBenevento, 24 agosto 2020]]></description>
	<itunes:subtitle><![CDATA[All&#8217;epoca ero molto piccolo, ma non scorderò mai le parole del medico a mia madre:&#8211; “Signora, suo figlio è totalmente anaffettivo, ma non per colpa sua. Il suo organismo non produce la sostanza che regola le emozioni. Solo per questa ragione ]]></itunes:subtitle>
	<content:encoded><![CDATA[All&#8217;epoca ero molto piccolo, ma non scorderò mai le parole del medico a mia madre:&#8211; “Signora, suo figlio è totalmente anaffettivo, ma non per colpa sua. Il suo organismo non produce la sostanza che regola le emozioni. Solo per questa ragione non riesce a provarle. Non ha un brutto carattere.” Seppur ancora bimbo, capii che non era una cosa buona, ma capii anche che non era colpa mia se non sorridevo come gli altri o non piangevo quando mi lasciavano all&#8217;asilo, non avevo paura del buio e non ero contento a Natale. Vidi invece qualcosa di nuovo nel volto di mia madre, come il passaggio di una luce negli occhi che si andò a poggiare sulle labbra in un accenno di sorriso. Quel giorno ricordo bene che era estate piena, perché la notte dormivamo con tutte le finestre aperte e sentivo le cicale frinire come se le avessi accanto al letto, nella stanza. Non mi davano fastidio, piuttosto mi facevano compagnia. Molto meglio loro di tutti quelli che passavano il giorno a dirmi “e sorridi un po’ su!” &#8211; “ma cosa è successo? è morto anche oggi il gatto?” &#8211; “e fallo un sorriso alla zietta tua, che ti costa, sono così antipatica?” &#8211; “ah sta arrivando quello scemo!” e altre varie amenità. Al ritorno nel nostro piccolo paese, immerso nei campi di grano distesi lungo le pendici delle colline, per diversi giorni notai mamma indaffarata in qualcosa. Andava e veniva tra la casa e la cantina, posta sotto la nostra palazzina in pietra, dislocata in una delle tante vie del quartiere, tra i saliscendi delle scale e gli scorci affacciati sulle valli intorno. Poi un giorno venne a cercarmi. Io ero in giro tra i vicoletti a giocare con i gatti. I miei coetanei mi evitavano per via del mio essere strano. Ma non sempre era colpa loro, molti seguivano le indicazioni delle nonne e delle mamme, secondo cui ero impossessato dal diavolo. Mi trovò ero seduto su uno dei tanti gradoni delle lunghe scalinate in pietra che collegavano internamente le zone del quartiere. Intorno avevo tre gattoni neri, così grandi che, se avessero voluto, avrebbero anche potuto mangiarmi. Invece mi dormivano placidi sulle gambe e le spalle. Quando mi vide, mi chiamò con la solita dolcezza, dalla quale, quella volta, intravidi una particolare gioia. Aveva fretta, così mi prese per mano per camminare più spediti. Dietro noi, i gatti seguivano silenziosi. Giunti sull’uscio della cantina, notai che dal grande scaffale in tavole di legno sulla parete di fondo, aveva tolto tutte le bottiglie di salsa fatta in casa e i barattoli delle conserve. Al loro posto aveva messo tanti altri barattoli, che a prima vista sembravano vuoti. “Vieni” mi disse, “mettiti al centro della stanza e chiudi gli occhi”. Seguii le indicazioni e, per avere certezza di non sbagliare, mi coprii il viso con entrambe le mani. Sentii il clic dell’interruttore della luce e lei dire “Ora aprili!”. Dapprima non notai altro che un avvolgente buio, poi, un po’ alla volta, vidi accendersi delle lucine in ogni barattolo. Si muovevano e luccicavano di una fosforescenza tra il giallo e l’arancione. Un po’ alla volte la luce divenne così intensa che riuscivo a vedere cosa ci fosse nella stanza. Sembrava di vedere il mio paese da lontano, lungo la strada che passa tra i campi. Mi lasciò osservare con calma, poi mi prese la mano e mi condusse vicino al grande scaffale. Il mio volto era all&#8217;altezza del ripiano più basso e notai in ogni barattolo due o tre lucciole e una garza a ricoprire l’imbocco del vasetto per tenerle dentro. “Così moriranno!” le dissi, senza commentare altro e con la mia voce monocorde. Lei rispose con la solita pazienza “Non preoccuparti, tra poco le libereremo, ora però guarda e ascolta con attenzione.” Subito dopo, mi fece vedere un foglio, messo sotto il barattolo davanti ai miei occhi e notai che sotto ogni barattolo c’era un foglio differente. Lo prese e sopra c’era la foto ritagliata da un giornale, di un ragazzino che rideva. Da una scatola lì vicino estrasse una candela e disse: “Immagina che questa candela sia una tua emozione. Scegli quale emozione ti piacerebbe avere.” “Voglio ridere”, le dissi d’istinto. “Bene”, disse e insieme liberammo le lucciole dal vasetto dove c’era l’immagine del ragazzino che ride. Poi prese la candela, la mise al posto delle lucciole e disse: “Ora che la accenderò, tu sorriderai come questa foto e ti guarderai in questo specchio per i trucchi. Lo lascerò qui e potrai usarlo quando vorrai.” Lei accese la candela e io imitai l’espressione del ragazzo, lo feci senza pensarci, come se fosse un gioco tra me e lei. Guardandomi nello specchio non ero tanto male e mi piacque. Sorrise anche lei e mi fece piacere vederla contenta, così le proposi di farlo con un’altra foto. “Quale scegli?” “Paura” risposi e cercammo il vasetto con il ritaglio di giornale di uno che aveva la faccia spaventata. Giocammo ancora un po’ con altre espressioni. Prima d’andar via, mi mise al collo la chiave della cantina infilata in un lungo laccio colorato e disse: “Ogni volta che penserai di voler ridere, gioire, aver paura, piangere, essere triste o sconsolato, vieni qui e accendi la candela nel vasetto che corrisponderà alla emozioni che vorresti avere.” “E se avessi voglia di accenderle tutte, cosa significherebbe?” le chiesi con la tipica curiosità dei bambini. “Vorrà dire che sarai innamorato!” rispose accarezzandomi una guancia. Andammo via e ognuno tornò alle proprie faccende: io a giocare con i gatti e lei alle prese con la casa, i pasti, i panni e il suo lavoro. Nei giorni seguenti di tanto in tanto scesi in cantina e mi divertii ad accendere candele e fare le facce strane. Divenne un gioco, che un po’ alla volta mi insegnò a ricordarmi la faccia da fare per esprimere quel che pensavo fosse il sentimento più adeguato alla situazione. Soprattutto all&#8217;inizio non sempre selezionavo dai ricordi la giusta espressione, ma, anche grazie al suo aiuto, la situazione migliorò e arrivai alle scuole superiori ormai padrone di ogni mimica adatta alle principali situazioni in cui avrei potuto trovarmi. A tutte, ma non a quella ritenuta da tutti la più importante e quando giunse mi trovò totalmente impreparato. Lei ballava danza classica e la sua grazia cancellava ogni ricordo di espressione da fare. Quando mi trovavo con lei la mente era persa altrove, lontana dalla cantina, dalle candele e dai ritagli di giornale. Nonostante tutto, un po’ anche grazie alla presenza di altre persone, riuscii a mascherare la mancanza e farle capire che mi piaceva molto sia al sua figura durante la danza e sia come persona. Lei apprezzo e tra noi si stabilì un bel rapporto di amicizia. Venne poi il tanto desiderato giorno della prima uscita insieme. Così, prima d’andarla a prendere sotto casa, passai in cantina e raccolsi molti ritagli di giornale. Li ripassai un’ultima volta e li misi in tasca, con la speranza di avere modo di prendere quello giusto, qualora fosse servito. Sembrava andare tutto bene, fin quando non salimmo in cima al paese. Seguendo un sentiero buio come quella volta nella cantina, giungemmo fin sui ruderi del vecchio castello. Sembrava d’avere il mondo ai nostri piedi e io mi immobilizzai. Ero alla ricerca della giusta espressione, ma non ricordavo più nulla, sentivo solo il petto battere forte e la saliva fermarsi in gola. Nel più totale immobilismo espressivo, mi voltai verso lei, quasi in cerca di aiuto, ma senza riuscire a farglielo capire. “Aspetta qui.” disse però lei e sparì dietro uno dei malconci muri ancora in piedi. Rimasi al centro dei ruderi, nel punto più alto. Da un lato c’era la vallata dei campi di grano, buia come il nero sipario di un teatro. Dall&#8217;altra c’era il paese. Proprio dalla parte del paese uscì lei. Indossava un abito da ballo color rosso cadmio e le scarpette bianche da palco. Alle sue spalle, i vicoli, le scale e le strade del paese erano illuminati da tante piccole luci con un colore tra il giallo e l’arancione tenute. Erano tutte accese e ricordai le parole di mia madre in cantina, poi osservai il suo volto illuminarsi come avrei voluto divenisse il mio. La imitai, come se fosse stato il gesto più spontaneo che potessi fare in quel momento. Lei si inchinò come per un invito e danzammo come mai avevo fatto. AMBenevento, 24 agosto 2020]]></content:encoded>
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	<title>qui e adesso</title>
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	<pubDate>Wed, 19 Aug 2020 13:55:09 +0000</pubDate>
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	<title>la fioraia</title>
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	<pubDate>Wed, 19 Aug 2020 13:37:35 +0000</pubDate>
	<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli & dintorni]]></dc:creator>
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	<title>&#8220;afonia&#8221; &#8211; audio lettura e scheda autore Stefano Lombardi</title>
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	<pubDate>Wed, 19 Aug 2020 13:26:47 +0000</pubDate>
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	<description><![CDATA[Stefano Lombardi Nato con un istinto naturale per il disegno, ed una memoria visiva che gli permette di tradurre facilmente in disegno un&#8217;esperienza di vita, una persona incontrata, un oggetto. Questa profondità della visione e del disegno come restituzione della natura verrà ricercata sempre negli anni successivi, privilegiando lo studio scientifico della rappresentazione. Studia architettura, dunque progetta e realizza da architetto (allestimenti, architettura d&#8217;interni, etc.) ma si occupa anche di poesia, comunicazione, grafica pubblicitaria.Conosce e pratica il disegno e la pittura digitali, studia le scienze della rappresentazione, il disegno al CAD, la matematica frattale, la progettazione parametrica, ma da sempre frequenta anche le tecniche tradizionali.Preferisce tecniche di rapida esecuzione: disegno a china, acquarello, carboncino, gessetti.Disegna spesso fumetti, ne legge moltissimi.Crede nell&#8217;arte rinascimentale, che attribuisce nell&#8217;uomo la capacità di indagare l&#8217;universo attraverso le arti e le scienze.Disegna, dipinge, scrive poesie e canzoni.Vive ed opera nel Sannio Beneventano. L&#8217;opera di Stefano in mostra all&#8217;evento &#8220;Racconti a colori&#8221;]]></description>
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	<content:encoded><![CDATA[Stefano Lombardi Nato con un istinto naturale per il disegno, ed una memoria visiva che gli permette di tradurre facilmente in disegno un&#8217;esperienza di vita, una persona incontrata, un oggetto. Questa profondità della visione e del disegno come restituzione della natura verrà ricercata sempre negli anni successivi, privilegiando lo studio scientifico della rappresentazione. Studia architettura, dunque progetta e realizza da architetto (allestimenti, architettura d&#8217;interni, etc.) ma si occupa anche di poesia, comunicazione, grafica pubblicitaria.Conosce e pratica il disegno e la pittura digitali, studia le scienze della rappresentazione, il disegno al CAD, la matematica frattale, la progettazione parametrica, ma da sempre frequenta anche le tecniche tradizionali.Preferisce tecniche di rapida esecuzione: disegno a china, acquarello, carboncino, gessetti.Disegna spesso fumetti, ne legge moltissimi.Crede nell&#8217;arte rinascimentale, che attribuisce nell&#8217;uomo la capacità di indagare l&#8217;universo attraverso le arti e le scienze.Disegna, dipinge, scrive poesie e canzoni.Vive ed opera nel Sannio Beneventano. L&#8217;opera di Stefano in mostra all&#8217;evento &#8220;Racconti a colori&#8221;]]></content:encoded>
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	<title>&#8220;La gentilezza&#8221; &#8211; audio lettura e scheda autore Lillino Paternostro</title>
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	<pubDate>Wed, 19 Aug 2020 13:25:27 +0000</pubDate>
	<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli & dintorni]]></dc:creator>
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	<description><![CDATA[Lillino Paternostro Compie i suoi primi studi al Liceo Artistico di Benevento. Si laurea in seguito nella prestigiosa Università Federico II di Napoli in Architettura. La sua poliedrica personalità sostiene ed agevola la sua attività di architetto. Per diversi anni abbandona la sua prima passione “la pittura” per dedicarsi a molteplici esperienze creative, che spaziano dal teatro d’avanguardia alla danza, dalla ricerca estetica alla ricerca formale. Negli ultimi anni ritorna al suo primo amore … la pittura. La sua arte è espressione di sentimenti e sensazioni che si esprimono in pochi minuti… ed in quei minuti viene fuori l’idea e lo spunto per le sue opere. Pittura astratta ma materica, si è coinvolti anche a toccarle le tele per percepire meglio il significato. L&#8217;opera Lillino in mostra all&#8217;evento &#8220;Racconti a colori&#8221;]]></description>
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	<title>&#8220;rosso cadmio&#8221; &#8211; audio lettura e scheda autore Alfonsina Paoletti</title>
	<link>https://www.alfredomartinelli.info/racconti-a-colori/rosso-cadmio-audio-lettura-e-scheda-autore-alfonsina-paoletti.html</link>
	<pubDate>Wed, 19 Aug 2020 13:24:01 +0000</pubDate>
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	<description><![CDATA[Alfonsina Paoletti La prima formazione avviene al Liceo Artistico di BN Completa la formazione c/o l&#8217;Accademia delle Belle Arti di NA, sotto la guida di Augusto Perez. Avvalendosi di più tecniche espressive, sviluppa un&#8217;arte intima, emotiva e viscerale, ponendo la donna al centro della sua arte. L&#8217;artista sente la solitudine rappresentata, gli istanti di disperazione, così come quelli di placida accettazione della propria femminilità. Il corpo femminile si ritaglia il proprio spazio vitale, stagliandosi contro il vuoto della tela o della materia. L&#8217;assenza di qualsiasi tipo di sfondo amplifica la profondità dei suoi soggetti, perfetti nella loro assoluta solitudine, autosufficienti. L&#8217;artista ha partecipato a diverse collettive, esponendo in diverse città italiane ed estere. Figura tra gli artisti omaggiati dalla Sorbonne di parigi &#160;&#160;scarica il catalogo &#8220;Racconti a colori&#8221; L&#8217;opera di Alfonsina in mostra all&#8217;evento &#8220;Racconti a colori&#8221;]]></description>
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	<title>&#8220;nel bene e nel male&#8221; &#8211; audio lettura e scheda autore Maria Pia Lucarelli</title>
	<link>https://www.alfredomartinelli.info/racconti-a-colori/nel-bene-e-nel-male-audio-lettura-e-scheda-autore-maria-pia-lucarelli.html</link>
	<pubDate>Wed, 19 Aug 2020 13:22:43 +0000</pubDate>
	<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli & dintorni]]></dc:creator>
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	<description><![CDATA[Maria Pia Lucarelli Seguendo l&#8217;istintiva passione per la pittura, si iscrive al Liceo Artistico di Benevento. Poi coltiva privatamente la dedizione al dipingere, pur dedicandosi professionalmente ad altro. Ha decorato pareti tegole di ogni dimensione e con diverse tecniche, disegnato anche in 3d per scenografie, ha curato la scenografia della via crucis vivente e il presepe vivente con panelli e &#8220;scenografie&#8221;. Ha ideato bambole di carte, costumi di scena, giochi con pannelli e tappeti gioco per laboratori didattici e ha intagliato un particolare presepe su tre pannelli. Racconti a colori è la sua prima mostra pubblica, nella quale ha ricoperto anche il ruolo di co-organizzatrice. L&#8217;opera di Maria Pia in mostra all&#8217;evento &#8220;Racconti a colori&#8221;]]></description>
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	<title>&#8220;Vapore d’argilla&#8221; &#8211; audio lettura e scheda autore Leonardo Pappone</title>
	<link>https://www.alfredomartinelli.info/racconti-a-colori/vapore-d-argilla-audio-lettura-e-scheda-autore-leonardo-pappone.html</link>
	<pubDate>Wed, 19 Aug 2020 13:21:16 +0000</pubDate>
	<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli & dintorni]]></dc:creator>
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	<description><![CDATA[Leonardo Pappone Fin dagli esordi artistici colloca al centro dei suoi lavori l&#8217;uomo con la sua affascinante dimensione segnica; nella ricerca di un proprio linguaggio sarà dunque stimolato dall&#8217;urgenza di ripercorrerne le tappe evolutive, dall&#8217;arte rupestre al fenomeno dei graffiti statunitensi, ma anche dai murales messicani e dagli intonaci orientali, dando vita a quella raffigurazione allegorica correlata alla matrice di protesta e dissenso dei movimenti di opposizione. Attratto, dunque, dalla Street Art e dalle tematiche dei writers metropolitani, Pappone elabora in arte un suo personale codice espressivo, che lo rende riconoscibile a tutti, sostenuto e incoraggiato dal “sistema mercato” e dalla critica. Si sono occupati della sua produzione numerose personalità del mondo dell’arte, tra cui Lorenzo Canova, Massimo Rossi Ruben, Silvia Valente, Antonietta Campilongo, Peppe Leone, Antonio Petrilli, Nicola Maria Di Iorio, Maurizio Vitiello, Augusto Ozzella, Carmen D’Antonino, Gioia Cativa.Ha all&#8217;attivo numerose mostre &#8211; sia personali che collettive &#8211; che gli hanno valso ambiti riconoscimenti ed il plauso della critica.Vive e lavora tra Campobasso e San Bartolomeo in Galdo (BN). L&#8217;opera di Leonardo in mostra all&#8217;evento &#8220;Racconti a colori&#8221;]]></description>
	<itunes:subtitle><![CDATA[Leonardo Pappone Fin dagli esordi artistici colloca al centro dei suoi lavori l&#8217;uomo con la sua affascinante dimensione segnica; nella ricerca di un proprio linguaggio sarà dunque stimolato dall&#8217;urgenza di ripercorrerne le tappe evolutive, da]]></itunes:subtitle>
	<content:encoded><![CDATA[Leonardo Pappone Fin dagli esordi artistici colloca al centro dei suoi lavori l&#8217;uomo con la sua affascinante dimensione segnica; nella ricerca di un proprio linguaggio sarà dunque stimolato dall&#8217;urgenza di ripercorrerne le tappe evolutive, dall&#8217;arte rupestre al fenomeno dei graffiti statunitensi, ma anche dai murales messicani e dagli intonaci orientali, dando vita a quella raffigurazione allegorica correlata alla matrice di protesta e dissenso dei movimenti di opposizione. Attratto, dunque, dalla Street Art e dalle tematiche dei writers metropolitani, Pappone elabora in arte un suo personale codice espressivo, che lo rende riconoscibile a tutti, sostenuto e incoraggiato dal “sistema mercato” e dalla critica. Si sono occupati della sua produzione numerose personalità del mondo dell’arte, tra cui Lorenzo Canova, Massimo Rossi Ruben, Silvia Valente, Antonietta Campilongo, Peppe Leone, Antonio Petrilli, Nicola Maria Di Iorio, Maurizio Vitiello, Augusto Ozzella, Carmen D’Antonino, Gioia Cativa.Ha all&#8217;attivo numerose mostre &#8211; sia personali che collettive &#8211; che gli hanno valso ambiti riconoscimenti ed il plauso della critica.Vive e lavora tra Campobasso e San Bartolomeo in Galdo (BN). L&#8217;opera di Leonardo in mostra all&#8217;evento &#8220;Racconti a colori&#8221;]]></content:encoded>
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