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	<title>Racconti di viaggio &#8211; Alfredo Martinelli &amp; dintorni</title>
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	<description>sperimentazioni tra scrittura e altre forme d&#039;espressione</description>
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	<title>Racconti di viaggio &#8211; Alfredo Martinelli &amp; dintorni</title>
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		<title>Portogallo 25/04/2026 &#8211; 03/05/2026</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 16:01:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[portogallo]]></category>
		<category><![CDATA[travel journal]]></category>
		<category><![CDATA[videoracconto]]></category>
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					<description><![CDATA[Per un breve momento il Tempo è stato mio amico, portandomi per mano in luoghi e attraversando profumi vissuti in un’altra vita, quando avevo occhi e cuore diversi. Con me c’è stato un vero compagno di avventure e con lui le stesse gambe, gli stessi piedi e la stessa immortale curiosità di andare oltre, lasciando che fosse il viaggio stesso a indicare il percorso.E lui si è subito manifestato facendoci incontrare l’orchestra del conservatorio di Benevento, la nostra città, di cui abbiamo accolto l’invito e assistito al concerto tra le facce stupite di chi ci ha riconosciuto a migliaia di chilometri di distanza. Era solo l’inizio. Sulla costa più a occidente dell’Europa ci siamo immersi nella spuma dell’Atlantico, nel pozzo di Sintra siamo morti e rinati.Nella cappella delle ossa è tornata l’eterna domanda sul senso di quel che facciamo e forse la risposta l’abbiamo trovata perdendoci tra i sentieri scavati nelle scogliere della rotta Vicentina.Siamo stati ospiti privilegiati in una tasca del bairro alto e instancabili osservatori di altri mille luoghi e volti.Abbiamo dormito in ostelli, stanze a noleggio e appartamenti solo per noi.Al calare della notte e nei lunghi tragitti a piedi sotto il Sole, il viaggio è divenuto interiore e immateriale, liberando il confronto dell’Io profondo, che alberga in ognuno di noi.Abbiamo camminato, mangiato l’indispensabile e camminato. Gustato il vinho verde e camminato, viaggiato su pullman e camminato. Osservato la costa dal mare e camminato, usato treni, fotografato e camminato ancora. Ora le immagini sono già ricordo. Il Viaggio ci ha insegnato a individuare nella prossima tappa il nostro luogo dell’anima, ci ha ricordato che solo la Natura è incorruttibile e che Dio è negli occhi di chi guarda.Al termine il Tempo ci ha riportato alla contemporaneità, ma ciò che resta non andrà più via perché “tutto vale la pena se l&#8217;anima non è piccola”. AMBenevento, 11 maggio 2026]]></description>
		
		
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		<title>Mi dia i documenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Feb 2026 10:56:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti di viaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[Avevo sempre incolpato la mia immortale Volvo dei controlli che mensilmente mi fanno ai posti di blocco, fin quando ho capito che dipende dalla mia brutta faccia]]></description>
		
		
		
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		<title>Una facile profezia</title>
		<link>https://www.alfredomartinelli.info/racconti-di-viaggio/una-facile-profezia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Dec 2024 21:21:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[benevento]]></category>
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					<description><![CDATA[Il soggetto che ho pensato per un possibile cortometraggio, a mio parere ha qualche potenzialità che lo rende concretamente realizzabile, anche in una realtà esterna all’illusione della pellicola. Immagina che, per ragioni che trascendono l’umana ragione, un giorno uno dei tre amici parta alle 13:00 dalla propria città, si fermi in un’altra città distante circa 60 km per raccogliere uno dei due rimanenti e insieme proseguano l’improvvisato viaggio verso una meta distante 600 km dalla seconda città.Appena si vedono, quello con la macchina chiede al compare se è ancora convinto del viaggio. Senza alcun ripensamento l’amico conferma l’importanza dell’idea. Si mettono in auto, con il nuovo arrivato al posto di guida e subito l’amico gli fa notare che, nel conteggio delle poche ore disponibili, devono considerare la sosta a un posto di blocco, perché brutte facce come le loro dentro una Volvo dall’età indefinita, sono preda facile di pattuglie in cerca di sbigliettare multe.Nel frattempo il terzo scappato di casa, piuttosto che restare comodamente seduto con le chiappe al caldo sul sedile di un treno ad alta velocità, scende lungo il tragitto per prendere un regionale qualsiasi, che lo condurrà all’appuntamento con gli altri due, ma non in modo semplice, perché nulla in questa storia deve avere un andamento lineare. Giunto alla stazione della città luogo dell’incontro, andrà da un quarto soggetto appiedato come un matto e passerà con lui il pomeriggio tra prove musicali e cioccolate calde.Il due automuniti attraversano regioni, incidenti e temporali con i minuti contati, al punto da non potersi neanche fermare per un pasto, che consumeranno in auto e una pipì, che libereranno in un’area di sosta per picnic, illuminati dai fari dell’auto.Solo verso la fine, dopo essersi dati il cambio alla guida, per la prima volta parlano dell’obiettivo del viaggio: una gara di poesia.Sì, hai capito bene, come già ti ho detto, nulla dev’essere lineare, razionale o banale in questo cortometraggio, altrimenti i personaggi non avrebbero lo spessore che caratterizza le opere in grado di lasciare un buon ricordo e tengono incollati gli spettatori.A quel punto i due in auto suggellano un patto: il poeta avrebbe dovuto vincere la gara, per ripagare moralmente gli amici, altrimenti sarebbe tornato da solo a casa. Per farlo avrebbe dovuto puntare su tutto ciò che avrebbe potuto compiacere la giuria popolare, pur rimanendo nei limiti delle regole della gara.Il patto è segnato, i due sono in prossimità del punto di raccolta degli altri due che li attendono dove ci sono state le prove musicali.I tempi sono al limite, ma a quello che per arrivare fin lì ha usato i treni, la calda cioccolata ingurgitata durante il pomeriggio è prepotentemente arrivata al termine del percorso e spinge per uscire. Per evitare incontenibili problemi durante il percorso in auto, ai quattro non resta che andare a casa del tizio appiedato che vive lì.È finalmente fatta, sono ora tutti e quattro liberi di andare alla gara per sostenere l’amico poeta.La gara è intensa e lui si destreggia bene, nonostante gareggi molto lontano da casa, davanti a un pubblico abituato ad altri stili.Le tre manche si susseguono ritmate, il presentatore, che in quei contesti si chiama MC, tiene alta l’attenzione, ma prima dell’ultima manche azzera i punteggi sommati dai partecipanti nelle precedenti sessioni e i quattro poeti che accedono alla fase finale ripartono allineati.Il finale è amaro per il nostro poetico eroe: la somma complessiva dei voti ricevuti durante le tre prove gli avrebbe fatto vincere la gara, ma nell’ultima ha preso due decimi in meno della vincitrice, una poetessa locale.Pur essendo il vincitore morale della serata, arriva secondo.Gli amici lo perdonano e gli consentono di tornare con lui.I tempi tornano a farsi contingentati, tra poche ore ognuno di loro dovrà andare al lavoro e hanno ancora parecchi chilometri da percorrere.Lasciano a casa il proprietario del bagno che li ha ospitati appena giunti e ripartono.Come si vede dalla foto (vera), strada facendo si fermano a un autogrill per un caffè e un biglietto perdente del gratta&#38;vinci.Riattraversano regioni, piogge, deviazioni, percorrono l’alba e sono finalmente nel punto esatto dove si erano incontrati i primi due.Scendono dall’auto per salutarsi e mentre si promettono di non vedersi per i successivi 3 mesi, alle loro spalle sentono un’imperiosa voce: “Cortesemente fornite patente e libretto, il rilevatore ha notato una grave anomalia sulla targa della macchina”Era una facile profezia, non per altro l’ho scritta nel titolo di questo soggetto per cortometraggio. AMBenevento, 12 dicembre 2024]]></description>
		
		
		
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		<title>La notte che nacque &#8220;El Diablo de las tetas&#8221;</title>
		<link>https://www.alfredomartinelli.info/racconti-di-viaggio/la-notte-che-nacque-el-diablo-de-las-tetas.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Nov 2024 21:37:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Atlantico]]></category>
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					<description><![CDATA[Era una notte anomala, dall’Atlantico arrivava aria tiepida e sembrava già estate. La piazza era invasa di persone differenti per età, estrazione sociale ed etnia. Ero in compagnia di altri due scappati di casa quasi più randagi di me, ma a differenza loro non avevo alcol nello stomaco. La giornata era iniziata prima dell’alba e in quelle prime ore del nuovo giorno, a diverse centinaia di km di distanza, la stanchezza aveva iniziato a bussare anche alla nostra porta. La lunga scala che ci avrebbe condotto verso il quartiere dell’ostello era usata come riposo per derelitti della notte e la affrontammo con la voglia di chi non vuole andare a dormire. Fu dopo pochi gradini che uno dei miei compagni venne bloccato da una ragazza con più birra che sangue nelle vene: &#8211; Italiani vero? e da lì in poi iniziò a dire di tutto e il suo contrario, tra le risate delle amiche e le nostre. Io, che ero un po&#8217; più avanti, mi tenni in disparte per un po&#8217;, sperando che i miei amici venissero rilasciati, ma la situazione si intensificò e venni chiamato a dare manforte. Come sempre accade, soprattutto durante i momenti di ebbrezza, a uno dei miei due compagni di viaggio venne in mente di chiedere alle ragazze: &#8211; secondo voi quanti anni anni ha Alfredo? Le scale si trasformarono in gradinata di un teatro all’aperto e, mentre loro mi studiavano per capire l&#8217;età, noi ci divertivamo con improbabili e divertenti consigli. Alla fine dovetti confessare e mostrare il documento di identità. Le vidi osservare con attenzione la mia data di nascita e poi riguardarmi fin quando una ebbe il coraggio di chiedere: &#8211; ma come è possibile che tu non abbia rughe? in quel preciso istante ebbi l’intuizione della giocata, il colpo che può svoltare la partita, il momento dopo il quale nulla sarà come prima: se lo giochi bene diventi un eroe, se lo sbagli sarai il peggiore dei perdenti. Ricordo bene quella frazione di secondo in cui pensai a tutte le possibili conseguenze e decisi di giocarmela senza trucchi, solo loro e la mia faccia di bronzo: &#8211; tutte le sere ruoto il viso tra le tette di donna per fare cadere le rughe &#8211; dissi con aria seria, ma divertita. Scoppiarono a ridere come bimbe e una di loro disse: &#8211; ahh … eres “El Diablo de las tetas!” fu come se avessi saltato tutti i difensori con una sola mossa e fossi andato a meta tra il tripudio del pubblico. Quella notte, sulle sponde dell’Oceano, in una terra che trasuda indipendenza, identità e libertà da tutti i pori, dalla voce di giovani donne conosciute in quel momento e mai più riviste, nacque il mito. AMBenevento, 12 novembre 2024]]></description>
		
		
		
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		<title>L’abitudine nel non resistere alle tentazioni</title>
		<link>https://www.alfredomartinelli.info/racconti-di-viaggio/labitudine-nel-non-resistere-alle-tentazioni.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Oct 2024 20:22:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti di viaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[Partimmo in due, usando un furgone aziendale ricevuto in prestito. A bordo caricammo due zaini e la chitarra. Qualche ora dopo deviammo il percorso per raccogliere un terzo individuo, con cui non avevamo mai viaggiato insieme. La destinazione finale era la presentazione in parallelo di due libri di autori locali, in una città del Sud, introdotta da una nostra breve performance in stile trobadorico con narrazione accompagnata da musica. Sappiamo però che il Sud ha un mare che chiama in continuazione e nessuno di noi tre ha l’abitudine a resistere alle tentazioni. La prima sosta seria fu caratterizzata da un’importante deviazione dall’itinerario più veloce e interamente dedicata al bagnetto nel Mediterraneo, un po&#8217; di Sole per asciugarci e un semplice ma gustoso pasto a base di pasta e frutti di mare. Nel frattempo iniziarono ad arrivare le prime telefonate di chi ci attendeva a destinazione. &#8211; “Tutto bene, siamo in viaggio!” poi la doccia rilassante, il caffè corroborante e nuovamente in auto. Lungo la strada arrivarono altre chiamate e usai “l’intenso traffico” come scusante per il ritardo. Giunti finalmente a destinazione, aprendo le finestre del B&#38;B mi accorsi di quanto fosse stridente il confronto tra l’eleganza dell’alloggio e il quartiere in cui si trovava, ma avevamo pagato in anticipo, non conveniva scappare. Il bello stava per arrivare, mentre le telefonate cariche di ansia continuavano a tenerci compagnia. Il primo di noi era alle prese con la doccia pre evento, io provai la chitarra per sgranchire le dita gonfie di mare, sale e caldo. Una delle corde decise di abbandonarci proprio in quel momento, con un lamento così acuto, da essere sentito anche sotto l’acqua scrosciante. &#8211; Si è rotta, vero? Confessai l’accaduto durante l’ennesima telefonata e questa volta l’ospite volle essere presente a tutte le fasi successive per tenerci sotto controllo. La prima nuova corda che montai, si ruppe al primo tocco, per fortuna eravamo ancora al negozio. Arrivammo in libreria con poco ritardo, quasi in anticipo rispetto ai dilatati tempi del Sud. La serata andò più che bene, ma il colpo di teatro avvenne durante la cena, in cui demmo sfoggio di tutta la nostra barmica natura, ricompensata da un importante invito: la sera seguente fummo ospiti in una preziosa villa sul mare, la cui vista la potete osservare in foto. Il resto della breve fuga dalla quotidianità lo trascorremmo visitando luoghi, paesi e osterie della zona e i luoghi più reconditi delle nostre anime. Durante il viaggio di rientro nessuno ebbe la forza di parlare, occupato nel metabolizzare un breve periodo di vita in cui ogni giorno ne valse tre. Come ho scritto all’inizio, partimmo in due e raccogliemmo il terzo lungo il cammino. Da quel giorno, ogni volta che viaggiamo, siamo sempre in tre. AM Benevento, 7 ottobre 2024]]></description>
		
		
		
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		<title>Lenzuola come pelle</title>
		<link>https://www.alfredomartinelli.info/racconti-di-viaggio/lenzuola-come-pelle.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Oct 2024 05:21:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Cannes]]></category>
		<category><![CDATA[cidro di mele]]></category>
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					<description><![CDATA[Può un’automobile caratterizzare il ricordo di un’intera estate? A me è successo. La macchina è quella in foto e non era neanche mia. Ora ti racconto. Per le ferie estive di quell’anno, eravamo partiti in due con zaini e biglietti aerei di sola andata per Parigi, dove restammo per ben nove giorni, dormendo su uno striminzito letto a una piazza e mezza, posto al centro di una stanza poco più grande, nel mezzo di un&#8217;estate torrida e senza pioggia. Da tutte le finestre aperte, che affacciavano nel profondo cortile interno all&#8217;albergo, di notte uscivano gli ululati di chi faceva allammmore, mentre le lenzuola inzuppate di sudore divenivano una seconda pelle. L’ultima mattina noleggiammo la macchina più economica tra quelle disponibili, tre porte con le finiture di sedili e cruscotto così economiche da farmi rimpiangere il letto parigino. Di climatizzatore neanche a parlarne. Tutte le volte che scesi lottai con la fintissima pelle dei seggiolini: non voleva mai farmi andare via continuando a tenermi incollato a sé. Visitammo Mont St Michel, Saint Malò e la Bretagna, per poi scendere verso sud seguendo il classico itinerario dei castelli sulla Loira. Attraversammo montagne, colline, immense valli caratterizzate da paesi da cento anime, enormi campi di lavanda, vitigni bassi alle ginocchia e profumi di incensi. Ci imbattemmo in raduni di mongolfiere e produzioni artigianali di cidro di mele. A questo punto penserai che l’auto di cui ti ho accennato all’inizio sia quella noleggiata, ma ti sbagli, ancora non è entrata in scena. La incontrammo a Cannes, dove restituii l’auto a noleggio, perché avevamo appuntamento con altri scappati di casa come noi. Stemmo qualche giorno tutti insieme girovagando lungo la Costa Azzurra, fin quando venne il brutto momento del rientro. Nell’auto che vedete in foto ci infilammo in quattro più i bagagli. Gli ammortizzatori si abbassarono creando un utile effetto suolo durante il viaggio. Ne approfittò il conducente: tenne tutto il tempo il piede a tavoletta con una media oraria che oggi sarebbe da ritiro immediato della patente. Ahh … quasi scordavo: tutti i bagagli che non riuscimmo a caricare con noi, li lasciammo ad altri amici, che furono anche costretti a portarli via dalla nostra ex camera per caricarli in auto. P.S.: i ragazzi con cui feci il viaggio di ritorno spesso li incontro ancora. AMBenevento, 2 ottobre 2024]]></description>
		
		
		
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		<title>Un&#8217;ultima Rakija</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Jul 2024 19:40:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[alfredo martinelli]]></category>
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					<description><![CDATA[La giornata soleggiata volgeva al tramonto, non ero partito da molto, ma ero stanco, viaggiavo ad andatura ridotta e con la visiera alzata per aiutarmi a sgombrare la mente dai pensieri e rimorsi che l'attanagliavano. Ad un tratto mi sentì osservato. Mi voltai d'istinto e vidi lungo la carreggiata una distesa a perdita d'occhio di enormi Girasoli]]></description>
		
		
		
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		<title>Scacchi, latte e fame</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Jun 2024 05:22:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[danimarca]]></category>
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					<description><![CDATA[Bussava forte lo stomaco, quella sera bussava così forte da farsi sentire a distanza. In lui c’era tutta la disperazione proveniente da interi giorni trascorsi in bilico sul filo della sussistenza. Avevo poco più di vent’anni e non stavo seguendo alcuna dieta. Per la prima volta stavo sperimentando il vuoto della miseria, il reale significato di scegliere cosa comprare per sopravvivere. Noi scegliemmo di mangiare il minimo e usare i pochi soldi per spostarci comprando i biglietti dei treni locali solo quando la tratta non consentiva di usare i bagni come nascondiglio dai controllori e non erano disponibili biciclette a noleggio.&#160; Da giovani ci vuole poco per sbagliare una valutazione e noi la fallimmo in pieno. Eravamo distanti migliaia di chilometri da casa con in tasca pochi spiccioli e il biglietto di un rientro lontano ancora parecchi giorni. Anche quella sera eravamo alle prese con un’attività che non prevedesse mangiare in un locale. Io avevo deciso di impegnare lo stomaco con un intero litro di latte intero e qualche zolletta di zucchero recuperata di stramacchio in un bar. Nella piazza della città c’era un’enorme scacchiera disegnata a terra. Gli elementi del gioco erano in legno e grandi quanto bambini. Pensammo che fosse stato un ottimo diversivo fino al calare del Sole, che a quelle latitudini va via molto tardi. Dopo poco intorno a noi si fermarono persone a guardarci, mentre giocavamo prendendo i pezzi con due mani per spostarli sui quadrati della scacchiera. Con un veloce sguardo d’intesa, decidemmo di non parlare tra noi, creando un clima di suspance degno della scena di un duello da film. Al tempo stesso, potevamo sentire i bisbigli del pubblico che via via si era formato: erano nostri conterranei, incuriositi dall’usanza di quella lontana cittadina vikinga, ingannati dal nostro silenzio. La partita divenne interessante e seria, ma l’imprevisto era alle porte o, per meglio dire, aveva attraversato le porte di ingresso e uscita del mio stomaco e senza sosta stava correndo verso la fine dell’intestino. Tutto il litro di latte bevuto come cena era pronto a uscire e lo stava comunicando a gran voce, con gorgoglii udibili anche tra il pubblico. Lo dissi sottovoce al mio amico, che iniziò a ridere. Abbandonai la partita per una giusta causa, ma vinsi ugualmente, perché arrivai in tempo al bagno del campeggio presso cui avevamo piantato la nostra malandata tenda a igloo. AMBenevento, 11 giugno 2024 P.S.: la foto è molto più moderna rispetto agli eventi narrati]]></description>
		
		
		
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		<title>Quel che mi accadde tra Scilla e Cariddi</title>
		<link>https://www.alfredomartinelli.info/racconti-di-viaggio/quel-che-mi-accadde-tra-scilla-e-cariddi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 May 2022 20:01:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti di viaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[Un&#8217;estate di qualche anno fa, durante una delle mie prodigiose verticali tra i flutti del mare, un&#8217;onda un po&#8217; più intensa mi fece perdere stabilità. Spostai le mani nel tentativo di non cadere, ma trovai sotto i palmi alcune pietre poco stabili, che si mossero e mi fecero cadere. Il tutto produsse un&#8217;intensa mia craniata sul fondale. Mi riazai quasi all&#8217;istante con l&#8217;intento di assumere l&#8217;aria indifferente di chi si trova per caso in quei luoghi, ma alcuni bagnati mi dissero che avevo il volto coperto di sangue. Non sentivo dolore e uscii infastidito dal mare, per evitare di far uscire gli altri, sui vilti dei quali lo stupore iniziale stava lasciando il posto a smorfie di ribrezzo. Presi la maglietta rossa lasciata sulla spiaggia e mi tamponai la ferita. Mentre camminavo sulla sabbia per andar via e cercare un posto dove potessero ricucirmi, le persone si aprivano davanti come il Mar Rosso al passaggio di Mosè: tutti immaginavano che la maglietta fosse rossa perché impregnata di sangue e avevano paura di un tale individuo. Per fortuna trovai un tizio che mi accompagnò all&#8217;ospedale più vicino. Posto in cima a una montagna, era totalmente isolato dal resto del paese. Aveva le sale enormi, e stanze vuote, percorse dalle correnti d&#8217;aria alimentate da tutte le finestre aperte. Dopo un primo rapido esame, fui affidato a all&#8217;infermiera presente in quel momento al Pronto Soccorso: sembrava il prodotto della fantasia di una fiaba dei fratelli Grimm. Bassa, tozza e barbuta, mi intimò di seguirla. Giunti in un luogo isolato, in cui anche il distributore del caffè era coperto di polvere e ragnatele, mi ordinò di abbassare il costume (ancora zuppo di mare) per iniettarmi l&#8217;antitetanica. Degludii come in alcune scene di film, alché lei incalzò: &#8220;Allora ci vogliamo muovere o ti serve qualcuno che ti tenga la manina?&#8221; Abbassai il costume rimanendo così con le chiappe all&#8217;aria e tutto il resto del corpo nudo e bagnato, mentre sulla fronte continuavo a tenere schiacciata la maglietta rossa. Attesi l&#8217;ago, ma non sentii nulla, al punto che dovette lei dirmi di aver finito, perché mi vide ancora rigido e concentrato. Poi lei stessa mi diede poi indicazioni sul dove andare e mi ritrovai al cospetto di un medico, più basso e ancor più magro di me e dalla faccia pignola come alcuni personaggi di Verdone. Poiché il taglio era sulla fronte, gli chiesi la cortesia di avere accortezza nel ricucire, per evitare in futuro una cicatrice troppo evidente. &#8220;Le garantisco che non si vedrà nulla e se glielo garantisco io ci può credere!&#8221; mi disse con un pizzico saccenza. Potevo far poco, mi affidai. Steso sul lettino vidi un telo verde coprirmi il viso e poi sentii nitidi i passaggi dell&#8217;ago e il cucire, tenere, allungare e tirare il filo. Non ricordo quanto tempo durò, ma mi andò bene. All&#8217;uscita mi dissero che era un chirurgo plastico, casualmente di turno quel giorno. AMBenevento, 11 maggio 2022]]></description>
		
		
		
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		<title>Incontro al buio &#8211; una storia vera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Apr 2022 09:30:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[alfredo martinelli]]></category>
		<category><![CDATA[buio]]></category>
		<category><![CDATA[notte]]></category>
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		<category><![CDATA[sotria vera]]></category>
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					<description><![CDATA[Ero diretto a un paese in provincia o per meglio dire verso una collina tra la mia città e questo paese. A un tratto il navigatore mi fa uscire dalla Statale, per inoltrarmi nella zona industriale adiacente.Il paesaggio è quasi distopico, con poche luci e strade deserte, costellate da enormi prefabbricati. Dopo vari zigZag tra strade di servizio sempre più strette e maltenute, l&#8217;indicazione mi conduce su uno strettissimo viottolo sterrato in salita, che si arrampica fuori dalla cerchia della zona industriale.Mi ci infilo fiducioso nella tecnologia e mi ritrovo su una mulattiera illuminata solo dai fari, che man mano diventa sempre più larga e coperta da pietre livellate in attesa dell&#8217;asfalto. Continuando a procedere con prudenza, dopo poco, sotto un larghissimocavalcavia cupo e grigio come una scena di un film post apocalittico, vedo un&#8217;auto ferma sul lato opposto al mio. Dentro intravedo la sagoma bionda di una donna. Immaginando sia una &#8220;signorina di compagnia&#8221; o cmq in compagnia in quel momento, tiro dritto, ma subito dietro l&#8217;auto sbucano altre due ragazze, che mi fanno cenno di fermarmi. Freno e abbasso il finestrino, loro si avvicinano e in quel momento penso: &#8220;m&#8217;hanno fregato, ora tirano fuori un pistola e si portano auto e portafogli e magari mi lasciano mezzo nudo in mezzo al tenebroso nulla.&#8220;Invece mi chiedono:&#8211; &#8220;Scusa ci serve un consiglio, ce lo puoi dare?&#8221;Come si può immaginare la situazione è così paradossale da assomigliare a un mio racconto e non posso certo tirarmi indietro per lasciarmi fluire dagli eventi. Mi raccontano così che alla loro auto sono scoppiati gli airbag per via di un fosso che hanno preso ad alta velocità e non sanno se possono ripartire, perché sentono una strana puzza di bruciato.Senza scendere dall&#8217;auto faccio marcia indietro e vedo che effettivamente gli airbag sono fuori e afflosciati. Spiego loro che la puzza è normale, perché si aprono usando una sorta di polvere da sparo, con un meccaniscmo simile a quello dello sparo dei fucili e che se il motore non ha ricevuto urti durante il salto sul fosso e non perde olio, possono ripartire.In quel momento si avvicina la bionda che era in auto e mi dice:&#8211; &#8220;Fra&#8217; ma mo come faccio con l&#8217;assicurazione, chi mi ripaga il danno e il carrattrezzi?&#8220;&#8211; &#8220;Per questa cosa ti conviene chiedere a loro, spesso il soccorso stradale è incluso!&#8220;&#8211; &#8220;Fra&#8217; ma non ero io alla guida, perché ha voluto guidare lei!&#8221; indicando con acidità una delle due accanto.Lei risponde altro, senza dar conto dell&#8217;accusa e io cerco di non far accendere altre micce. Poco dopo per fortuna vediamo arrivare immersa in una corona di luci l&#8217;auto dei soccorsi che stavano aspettando.Le saluto e riparto con ancora più cautela, non mi va di far scoppiare anche i miei airbag. La strada peggiora parecchio, l&#8217;auto ondeggia nel fango e in alcune parti struscia sul terreno grezzo. Non c&#8217;è spazio per girami, posso solo andare avanti scorgendo la linea del sentiero che man mano si genera illuminata dai fari. Confido nella leggendaria immortalità delle Volvo e nel mio innato zen. Dopo circa 10 Min sono nuovamente su un po&#8217; di asfalto. Il peggio è passato, per fortuna le ho incontrate. AMBenevento, 19 aprile]]></description>
		
		
		
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		<title>1996 l&#8217;anno di Italia &#8211; Olanda A/R</title>
		<link>https://www.alfredomartinelli.info/racconti-di-viaggio/1996-lanno-di-italia-olanda-a-r.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2020 06:32:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[amsterdam]]></category>
		<category><![CDATA[lancia Y10]]></category>
		<category><![CDATA[olanda]]></category>
		<category><![CDATA[ostello]]></category>
		<category><![CDATA[ricordo]]></category>
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		<category><![CDATA[viaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[Non citerò la persona con cui viaggiai quell&#8217;estate, perché non ha un profilo social e ora è uno stimato professore, quindi non vorrei rovinargli la reputazione presso gli studenti. Io invece sono anche peggiorato rispetto a quei tempi e posso permettermelo.Entrambi eravamo tornati single da pochi mesi e quel viaggio sarebbe dovuto essere d&#8217;evasione, ma io ero abituato alla spartanità dei viaggi on the road, lui no e soffrì parecchio per tutto il tempo. Il mezzo di trasporto fu una Lancia Y10 mille di cilindrata o giù di lì. L&#8217;obiettivo fittizio era l&#8217;isola olandese di Texel immersa nel mare del Nord, il mio obiettivo reale era semplicemente viaggiare, il suo non l&#8217;ho mai capito. Per quasi tutto il viaggio la colonna sonora fu basata su &#8220;Lemon Tree&#8221; dei Fool&#8217;s Garden e &#8220;Nord Sud Ovest Est&#8221; degli 883. Ci demmo poche regole, tra le quali evitare strade a pagamento e spendere il meno possibile per il cibo e per dormire. Con noi portammo una vasta provvista di cibo più o meno pronto all&#8217;uso e la mia storica tenda a igloo, veterana di tanti altri viaggi e con uno squarcio mal ricucito su un lato, ricordo di una tempesta estiva di qualche anno prima. La prima anomalia avvenne la prima notte, in un campeggio sulle sponde di un lago nei pressi di Chambéry in Francia: durante una frugale cena si spense per sempre l&#8217;unica lampada in nostro possesso. Il resto dei momenti serali li trascorremmo alla luce dei pochi lampioni nei campeggi o dei fari dell&#8217;auto. Gran parte del giorno successivo viaggiammo lungo il confine delimitato dal fiume Mosa, sul quale navigavano placidamente enormi chiatte, alcune turistiche, altre commerciali. Sul versante opposto i prati dei giardini delle ville confinavano con gli argini ed erano vivi di bambini in festa. Dopo un&#8217;altra notte nell&#8217;umido nordico, il terzo giorno ci perdemmo in una città di cui non ricordo il nome. Ricordo che per uscirne decidemmo di imboccare una strada ababstanza larga e percorrerla fin quando ci fossimo trovati in periferia cone le indicazioni per qualche autostrada o statale. Ci andò bene e nel tardo pomeriggio eravamo finalmente giunti sulla costa pronti a salire sul traghetto per Texel, considerata all&#8217;epoca una sorta di Rimini olandese, ma decisamente più sobria nelle comodità. Sbarcati sul suolo isolano finalmente ci trovammo immersi nel biondo che cercavamo. Trovammo posto in un campeggio simile alla piana di Woodstock, con tende peggiori della mia e gente spinellata e zuppa di alcool che dormiva ovunque e puzzava di tutto ciò che il corpo è in grado di produrre. Il Sole tramontava oltre le 22:30 e con lui andava via anche l&#8217;ultimo tepore di giornate campali, sempre meno sopportate dal mio compagno di viaggio. Per fortuna la gioventù femminile di contorno mi aiutò a sopportare l&#8217;indolente suo malumore. Arrivò quindi il famoso 4 agosto del &#8217;96. L&#8217;Italvolley maschile era in finale olimpica contro l&#8217;Olanda e noi eravamo gli unici mediterranei in un pub di skinheads locali. Il termine skinheads non l&#8217;ho usato per scherzare, avevano realmente il cranio rasato, muscoli tatuati e facce feroci. L&#8217;Italia giocava bene e per noi il clima si faceva sempre più teso. Gli sguardi che ci rivolgevano non lasciavano ben sperare, al punto che ci fingemmo spagnoli per non tifare l&#8217;Italia e studiammo una preventiva via di fuga. Fortunatamente per noi l&#8217;Italia perse quasi inspiegabilmente e tutti i nordici tatuati si misero in fila per salutarci con baci sulla fronte e abbracci, come se fossimo stati i parenti del defunto. Rincuorati dallo scampato pericolo tornammo alla tenda e decidemmo di cambiare luogo di villeggiatura. Ma il mattino seguente ci accorgemmo della prematura morte della batteria dell&#8217;auto, oramai cadavere da chissà quanti giorni nel cofano, così tutto il risparmio per pasti e autostrade si trasformò in corrente continua a 12 volt pagata a peso d&#8217;oro presso un improvvisato elettrauto del posto, beccato la mattina presto nell&#8217;atto della colazione e perciò ancora più caro. Ma ci aspettava il campeggio di Amsterdam e il pensiero annullò il rimpianto dei soldi. Quando arrivammo era sera. Davanti ogni tenda brillava un lumino, la cui fiammella serviva a sciogliere ciò che tanta gioventù va lì ad acquistare. Sembrava un cimitero, ma con un profumo tutt&#8217;altro che stantio. Di giorno girammo musei e canali, le sere nella capitale le trascorremmo tra canali, birrerie e il solito quartiere a luci rosse, l&#8217;unico aperto dopo le 21:00. Dicemmo no a molti venditori ambulanti di sostanze stupefacenti e non usufruimmo di nessuna prestazione sessuale a pagamento. Seppur molto diversi nello stile e approccio alla vita, entrambi concordavano sul romantico concetto che la donna vada conquistata e non pagata. Dopo la terza sera nella capitale ci fu il lampo di genio: spostarci a Rotterdam, la città rossa (per i mattoni tipici delle costruzioni) di Erasmo. Lì, per non far impazzire definitivamente il mio compagno di viaggio, pernottammo in un ostello, in cui ci fecero mangiare un brodo salsinato di origine vegetale, proveniente da bustine liofilizzate. Non commentai per non infierire, ma, francamente, avremmo mangiato meglio usando le scatolette conservate in auto. Il vero spettacolo avvenne però la sera, quando in una stanza di otto persone, disposte in 4 letti a castello, 2 di loro fecero l&#8217;amMmore davanti a tutti, seppur nella penombra, rendendo più complesso prender sonno. Fu l&#8217;atto finale, che liberò la frustrazione del mio amico: &#8220;basta, voglio tornare a casa!&#8221; urlò il giorno seguente. Così due giorni dopo partimmo presto attraversando in un sole 15 ore Olanda, Lussemburgo Belgio, Francia e Svizzera, fermandoci a Cremona per la notte, in uno di quegli hotel a ore, spartani ed economici quanto basta. Era oramai tempo di vedere il Mediterraneo illuminato dall&#8217;accudente e Sole nostrano. Per la sosta scegliemmo uno strano campeggio lungo la costa marchigiana, selezionato per puro sfinimento dopo ore di fila in un&#8217;autostrada zeppa di turisti del ferragosto. L&#8217;epilogo sembrò essere stato pensato a tavolino da un sarcastico sceneggiatore: la seconda notte il campeggio fu devastato da una pioggia torrenziale. Noi avemmo la tenda allagata con tutti i panni immersi nella fanghiglia, dormimmo in auto e il mio amico perse il portafoglio con tutti i soldi e i documenti. Il mattino successivo tornammo a casa viaggiando quasi senza parlare e non ci vedemmo per parecchio tempo. Siamo rimasti buoni amici e difatti questo racconto lo dedico a lui.Io ho continuato a viaggiare in modi sempre diversi e mai comodi. AMDiamante 21 luglio 2020]]></description>
		
		
		
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		<title>Quando una cartina stradale ti salva la vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Mar 2019 18:43:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[alfredo martinelli]]></category>
		<category><![CDATA[cartina stradale]]></category>
		<category><![CDATA[danimarca]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[Quel che stai per leggere è una storia vera Correva qualche anno fa, internet era presente solo nei dipartimenti militari con il nome di Arpanet e i telefoni erano da poco passati da una rotella con i buchi a un tastierino numerico su cui comporre i numeri. Viaggiare in quel tempo era per avventurieri veri, che per muoversi usavano le cartine stradali o si facevano comprendere a gesti o erano abili nel decifrare lingue e simboli strani. A me sono capitate tutte e tre questi casi. Quell&#8217;anno decidemmo di andare in Danimarca, perché qualche mese prima avevamo conosciuto una ragazza proveniente da quei luoghi. Capimmo che era il posto dove gli Angeli vanno in vacanza quando scendono fra noi umani e ci parve una buona idea visitarla. Purtroppo però, per noi ragazzi del profondo sud italiano, i costi del paese degli Angeli erano realmente proibitivi e, fin da subito, stabilimmo ferree regole di sopravvivenza: avremmo dormito solo in tenda, bevuto solo acqua nei bagni pubblici o in quelli dei locali, a cena solo un po&#8217; di latte, avremmo visitato i musei entrando di soppiatto dall&#8217;uscita e ci saremmo spostati alla scoperta del regno usando le toilette dei vagoni dei treni, facendo l&#8217;autostop o al massimo noleggiando biciclette e fornendo nominativi credibili, ma falsi. La doccia la si faceva con l&#8217;acqua fredda delle docce passate dai camping o al massimo nel gelo delle piscine gratuite. Alla frutta ci avrebbero pensato gli ignari e fiduciosi bottegai, che lasciavano la mercanzia all&#8217;esterno fidandosi dell&#8217;etica autoctona. Così girammo in lungo e in largo, tra birre regalateci in cambio di montaggi tenda a prosperose vichinghe, rocamboleschi passaggi in auto da sconosciute, piaceri strappati a premurose mamme e altri ottenuti da connazionali all&#8217;estero, lontani da tanti di quegli anni da parlare con accento straniero la loro lingua madre. Avemmo la sfacciataggine di visitare l&#8217;isola di Sylt immersa nel Mare del Nord e sopravvivemmo anche a un accecante fulmine caduto a pochi metri da noi durante un improvviso temporale. Accadde anche che, durante un lungo pomeriggio scandinavo, nel mentre di un&#8217;interminabile pedalata fra le dune sabbiose di un limbo di terra nota per la varietà di uccelli, al mio compagno di viaggio si mosse l&#8217;intestino con tale velocità, da non consentirgli di mettere in file pensieri ragionati, ma solo l&#8217;idea di correre quanto più veloce dietro la prima collinetta di sabbia. Nel suo momento più intenso feci in tempo a scattargli una foto, che non pubblico per evidenti motivi di privacy. Al suo ritorno dalla missione gli chiesi: &#8211; &#8220;ma per pulirti, come hai fatto?&#8220; e lui mi rispose fiero del lampo di genio:&#8211; &#8220;ho usato la nostra cartina stradale, dopotutto è pur sempre carta!&#8220; La strada del rientro la indovinammo con un po&#8217; di fortuna ed è questo il motivo per cui in auto, porto sempre con me un atlante stradale cartaceo: usare il cellulare con su aperto Google Maps, non penso sarebbe altrettanto efficace per la pulizia delle parti intime. AMBenevento, 3 marzo 2019]]></description>
		
		
		
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		<title>nella pioggia sul mare [Storia vera]</title>
		<link>https://www.alfredomartinelli.info/racconti-di-viaggio/nella-pioggia-storia-vera.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Aug 2018 21:18:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[alfredo martinelli]]></category>
		<category><![CDATA[pioggia]]></category>
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		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[. La prima sensazione è di freddo: le labbra tremano e irrigidisco i muscoli per trattenere il calore del corpo. Poi il pedalare mi aiuta a scaldarmi.]]></description>
		
		
		
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