Nulla era per me più ipnotico delle sue mani. Ancora oggi, quando qualcuno mi chiede cosa mi abbia colpito, rispondo quasi sempre il sorriso oppure lo sguardo, in qualche caso dico la spontaneità, ma non è vero o comunque non lo è fino in fondo. Sono le sue mani ad avermi stregato. Non che il resto sia da meno, anzi, potrei stare ore a descrivere senza stancarmi i suoi lineamenti e la forma delle labbra, quando mi sorride per tenerezza e quella di quando si aprono alla gioia. Ma le sue mani, le sue mani sono un mondo che si apre e parla. Quando racconta di qualcosa che non piace, nell’aria dipingono immaginarie forme spigolose: in un movimento privo di soste sostengono con vigore le parole. Tracciano forme lente e sinuose, quando l’argomento è divertente.
   A me piace quando mi afferrano un braccio o una spalla per attirare l’attenzione o dare enfasi al discorso o quando cercano le mie per non cadere.

Non le ha mai risparmiate e continua a non farlo. La sera però le cura e loro si mantengono bene, come una raffinata signora a una cena di gala.
Non sono grandi, ma armoniose e leggere. Alle volte sembrano quelle di un adolescente, in altre esprimono tutta la saggezza di chi ha avuto una vita intensa.
L’altra sera, sulle pagine di un libro, seguivano le righe del testo. Non ho più resistito: le ho prese fra le mie e appoggiate tra le guance e le tempie. Davanti agli occhi della mente, in poco tempo, uno alla volta, ho visto passare tutti i pensieri e le preoccupazioni andar via meste, come bambini obbedienti controvoglia.

AM
[Benevento, 14 settembre 2018]