Era strana l’acqua in quei giorni. Scendeva a valle senza fare rumore. Piatta e silenziosa si muoveva senza increspature e senza riflettere i raggi del Sole. La prima volta che l’ho notato, ero andato al ruscello per riempire la pentola da mettere sul fuoco, ma non ho dato peso alla sensazione, perché immerso in altri pensieri. Il giorno seguente è accaduto lo stesso, ma stavolta l’acqua non ha iniziato a bollire, restando poco più che tiepida. Prima di insospettirmi ho messo altra legna nella cucina, poi ho realizzato che c’era qualcosa che non andava.

Scendere al paese per chiedere aiuto non era neanche lontanamente nei miei pensieri, avrei solo dato conferma di essere un vecchio svitato, più di quanto già non immaginassero. Ho pensato che far bere il mulo direttamente nel torrente, era una buona idea. La sera stessa, l’ho portato con me. Lui ha bevuto senza problemi, ma l’acqua non rifletteva più neanche la luce delle stelle e quella della Luna, che invece riempivano un cielo stranamente luminoso, per essere una notte d’autunno inoltrato. Un rapido e intenso brivido di freddo mi ha percorso tutta la schiena e ho deglutito secco, come quando si manda giù in fretta un boccone masticato poco e male.

Ho tirato via il mulo e siamo rientrati a casa. Da quando sono solo, per la prima volta ho fatto entrare il cane in casa e sprangato porte e finestre dall’interno. Avevo freddo nel letto e mi sono rannicchiato come un bambino sotto le coperte. Nel camino in cucina il fuoco crepitava come a voler tenermi sveglio e le ombre delle fiamme si muovevano quasi volessero chiamarmi. Sono sceso scalzo e mi sono seduto davanti al fuoco fino a sentire il dolore della pelle infiammata e gli occhi abbagliati dalla vampa. Ero io quel fuoco, ero io quel crepitare scomposto. Quelle fiamme erano i miei pensieri e quel calore soffocante era tutto il mio non detto, seppellito sotto spessi strati di lavoro estenuante.

Sulla sedia in camera c’erano ancora gli abiti tolti da poco. Li ho indossati sopra il vestito per la notte e, insieme al cane, ho corso fino al torrente, nella parte più in alto, quella che esce dal bosco. Ho sentito il respiro mancarmi più volte e il fiato denso di umido, bagnare le sopracciglia, ma ho continuato senza sentire il dolore delle mie stanche ossa.

Lì e solo lì, nel punto più alto, da dove il cielo si vede ancora senza le foglie dei faggi a coprirlo, forte ho urlato verso il bosco i miei più lontani pensieri e ho picchiato duro pietra contro pietra e preso a calci l’acqua fino a trovarmi fradicio come se ci fossi caduto dentro. Solo quando le ultime forze mi hanno lasciato e la voce si è spenta e sono caduto con le ginocchia nel ruscello, solo in quel momento ho visto un po’ alla volta l’acqua tornare a illuminarsi con il riflesso del cielo stellato e gorgheggiare allegra, come quando in primavera si gonfia con le piogge. La scia luminosa scendeva fino a valle, dove il fumo dei comignoli delle case era arancione, come la luce dei pochi lampioni sparsi nel paese.

Ora sono in treno, sto andando a trovare i miei figli, è tanto tempo che non li vedo.

AM
Benevento, 28 ottobre 2018